Kathmandu, città ‘senza freni’ e disagio post-terremoto

[Traduzione a cura di Elena Intra dall’articolo originale di Urmi Sengupta pubblicato su The Conversation]

Quattro anni fa, vaste aree di Kathmandu, capitale del Nepal, si sono trasformate in macerie nell’arco di pochi minuti. Il terremoto di magnitudo 7.8 ha distrutto la città ed è stato seguito da centinaia di scosse di assestamento. Solo 17 giorni dopo, un altro terremoto di magnitudo 7.3 ha fatto crollare altri edifici e strutture, che erano resistiti al terremoto precedente.

Il bilancio delle vittime è stato catastrofico: in tutto il Nepal, 9.000 persone sono morte e altre centinaia di migliaia sono state lasciate in condizioni di estrema povertà. Anche il danno alla cultura nepalese è stato significativo: centinaia di edifici storici, santuari e statue in tutta la capitale sono stati ridotti in polvere.

Dopo quattro anni e centinaia di milioni di dollari in donazioni, il Nepal si sta lentamente riprendendo. Inevitabilmente, tuttavia, una catastrofe di questa portata ha causato problemi al Governoaffamato” di risorse. Diversi ricercatori hanno infatti sottolineato come i battibecchi politici e la mancanza di amministrazione locale o regionale stiano rallentando la ricostruzione.

Piazza Durbar, Kathmandu, dopo il secondo terremoto. Foto Wikimedia

Risorgere dalle macerie

Quando una città è danneggiata al punto da essere irriconoscibile, la necessità di ricostruire presenta anche un’opportunità per rimodellare e ridisegnare il paesaggio fisico – per renderlo più forte e grandioso di prima. Le situazioni catastrofiche possono portare a trasformazioni inaspettate, non solo nel design e nell’architettura di una città, ma anche nella società – creando nuove identità e opportunità.

Da molto tempo Kathmandu è alle prese con un conflitto tra tradizione e modernizzazione. Per gran parte della sua storia, ha mantenuto la sua cultura urbana medievale: le pratiche religiose indù e buddiste hanno a lungo influenzato l’assetto e il design della città. Ma c’è anche chi nutre preoccupazioni sul fatto che la città potrebbe rischiare di perdere il suo carattere storico.

Anche prima che fosse colpita dal terremoto, la crescita sfrenata e non regolata stava minando gli edifici storici della città, drenando le sue risorse naturali e distruggendo la skyline, con edifici alti che bloccano la visuale.

I cinque fiumi principali della città sono stati ridotti a canali di drenaggio a causa della pressione dello sviluppo e di sconsiderati sistemi di scarico di acque reflue, mentre l’hinterland in periferia è stato rapidamente ripulito per costruire case destinate alle persone sfollate dai conflitti politici negli ultimi due decenni.

Una città senza freni

Già nel 1934 gran parte della città storica era stata rasa al suolo da un altro forte terremoto. Quel momento è ora considerato l’avvento della modernizzazione, il periodo in cui sono stati introdotti nuovi edifici, strade e tecnologie per la città. Il terremoto del 2015 ha riportato alla luce molte questioni urbane e, per un attimo, sembrava che la città sarebbe potuta diventare un gigantesco laboratorio per testare soluzioni ai problemi riguardanti alloggi, cultura, trasporti e patrimonio.

Ma come accadeva prima della catastrofe, Kathmandu continua a funzionare come una città senza freni. Secondo quanto ho osservato, sembra che il nuovo sviluppo continui quasi allo stesso ritmo del decennio precedente il terremoto. La rete di trasporti rimane asfissiata da troppi veicoli. E sia gli sforzi locali che quelli federali per risolvere i problemi urbanistici della città e accogliere la sua popolazione in aumento, rimangono incentrati sulla creazione di città satellite, ignorando il potenziale di un ammodernamento dei quartieri storici.

Panorama su Kathmandu. Filip Jedraszak/Shutterstock

Dopo essere stati danneggiati nel terremoto del 2015, le autorità cittadine volevano demolire e riqualificare edifici storici come i palazzi Singha Durbar e Bagh Durbar (che risalgono rispettivamente al 1908 e al 1805), progetti poi impediti da un’ordinanza della Corte Suprema.

Al centro della città, il Ranipokhari (che significa stagno della Regina), un ingranaggio cruciale dell’innovativo sistema di drenaggio della città vecchia, è stato drenato e pavimentato per creare spazio a negozi e bar. Un altro spazio aperto in centro, Khula Manch, è stato trasformato in un parcheggio che assomiglia a una discarica distopica.

La voce dei cittadini

Il conflitto politico è diffuso e gli accordi sono difficili da raggiungere. Ad esempio, in assenza di un accordo tra diverse agenzie del settore pubblico (tra cui il Governo municipale, l’Autorità Nazionale per la Ricostruzione e il Dipartimento di archeologia) su come ricostruire la famosa Torre Dharahara, allo scopo di placare qualsiasi dissenso, circolano progetti per costruire due torri e condividere i profitti generati dai contratti di costruzione.

La ricostruzione continua con scarso contributo delle comunità locali, mentre le potenze internazionali fanno sentire la loro presenza. La Piazza Durbar di Kathmandu è diventata un parco giochi geopolitico, con un afflusso di agenzie e Paesi donatori che si affrettano a dimostrare la loro solidarietà.

La ristrutturazione del Gaddi Baithak (o “sede reale”) è stata completata con il sostegno degli Stati Uniti, nonostante le polemiche riguardo la facciata leggermente alterata. Allo stesso modo, il Nau Tale Durbar (“palazzo a nove piani“), è attualmente in fase di ricostruzione con l’aiuto degli investimenti cinesi, e ha scatenato le ire locali per mancanza di trasparenza.

Molti cittadini di Kathmandu sono più impazienti che mai a risolvere questi problemi. Tuttavia, la ricostruzione è spesso un assalto alle loro identità personali e collettive, dato che questi siti hanno un valore religioso, emotivo e culturale significativo. È emerso un grande senso di ingiustizia sul modo in cui gli appaltatori edili hanno ignorato le tecniche e i valori locali.

Per citare un esempio, la riqualificazione del Kasthamandapa – il tempio da cui la città prende il nome – è in fase di stallo a causa di disaccordo sui materiali e i metodi di costruzione. Kasthamandapa fu costruito circa 1.000 anni fa con legno proveniente da un singolo albero. È necessario trovare un nuovo albero e un nuovo sistema di estrazione del legname. Occorrono quindi i migliori artigiani del Paese e una manodopera qualificata.

Kasthamandapa – prima e dopo. Urmi Sengupta. Immagine fornita dall’autrice dell’articolo

Anche la mancanza di una stima di ciò che è andato perso ha rappresentato una nota dolente per coloro che vogliono proteggere il patrimonio culturale. L’assenza di piani storici dettagliati relativi a diverse importanti strutture significa che gli sforzi di ricostruzione si basano su prove fotografiche limitate. Gli attivisti sostengono che senza l’input della gente locale nella ricostruzione, l’autenticità delle nuove strutture sarà compromessa.

I piani di ricostruzione del Governo sono ora messi alla prova da numerose organizzazioni locali che combattono per salvare il patrimonio della città. Nonostante i disordini sociali e politici, la ricostruzione post-terremoto a Kathmandu andrà avanti. Ma mentre le autorità sembrano insensibili alle preoccupazioni dei cittadini, è emersa chiaramente una maggiore consapevolezza da parte loro sul patrimonio locale – e questo, almeno, dovrebbe essere accolto favorevolmente.

Elena Intra

Laureata in Lingue e successivamente in Giurisprudenza, lavora come traduttrice freelance da dieci anni. Appassionata in particolare di diritti delle donne e tematiche ambientali, spera attraverso il suo lavoro di aiutare a diffondere conoscenza su questi argomenti.

Elena Intra

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