Brasile, sono le donne a guidare la resistenza alla repressione

 [Traduzione a cura di Elena Rubechini dell’articolo originale di Ana Cernov e Adriana Guimarães pubblicato su openDemocracy]

Le strade festose del più grande Carnevale al mondo sono l’ultimo posto in cui ci si aspetterebbe di trovare una mobilitazione femminista contro la repressione politica.

Eppure il forte movimento femminista in espansione ha sfruttato il Carnevale di Rio – specialmente quest’anno – per chiamare all’azione contro quello che chiaramente è, in tutto e per tutto, un attacco ai diritti delle donne e di genere in Brasile.

A marzo, in occasione della Giornata internazionale della donna, circa 50.000 donne si sono riunite nella capitale economica, San Paolo, altrettante hanno marciato a Rio de Janeiro e altre migliaia hanno protestato nel resto del Paese in folle più piccole.

Meno di una settimana dopo, hanno organizzato più di cinquanta eventi per marcare il primo anniversario dell’assassinio di Marielle Franco, attivista per i diritti umani e consigliera di Rio.

Queste azioni rientrano in una campagna di attivismo che non è cominciata di recente ma che è stata senza dubbio ravvivata dalla corsa elettorale dell’anno scorso che ha portato a diventare presidente il politico misogino, razzista e di destra, Jair Bolsonaro.

Come tutti i brasiliani che vogliono una democrazia inclusiva e giusta dove i loro diritti siano mantenuti e protetti, le donne hanno intrapreso un’impegnativa battaglia per contrastare le intenzioni dell’uomo ribattezzato come il Donald Trump brasiliano.

Manifestazione per ricordare l’assassinio di Marielle Franco, avvenuto il 14 marzo 2018. Foto Flickr/Romerito Pontes

La visione contraria ai diritti di Bolsonaro e le politiche proposte, la sua vergognosa distorsione della realtà e il suo metodo decisionale caotico e senza fondamento contribuiscono a dividere una società che naviga in una crisi su più fronti, incluso quello politico, economico, sociale e ambientale.

L’inclusione delle donne rimane una sfida enorme. Sono al comando in molti ambiti lavorativi – eccellono in ambito accademico, nel quale il 72% degli articoli scientifici è firmato da studiose, e si laureano più degli uomini – ma non sono pienamente incluse.

Sono ancora in vantaggio nei settori informali, nell’assistenza e nei servizi ma sono pagate solo l’80% dello stipendio di un uomo nella stessa posizione. Anche con i loro diritti  ancora non pienamente realizzati, la crescente indipendenza femminile non viene accettata dagli uomini.

Non stupisce, in un periodo tanto tumultuoso, che in Brasile si stia consumando un’epidemia di femminicidi. I 435 casi che si sono registrati solo tra gennaio e marzo di quest’anno hanno spinto la Commissione interamericana dei diritti umani a sollecitare il Governo a “rafforzare la prevenzione e i meccanismi di protezione per sradicare la violenza e la discriminazione contro le donne con un’azione coordinata a livello nazionale e con risorse istituzionali ed economiche sufficienti.”

Ma l’attuale amministrazione sembra sorda alle richieste di rispetto e protezione dei diritti delle donne. Recentemente, durante la sessione annuale della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne, il Governo brasiliano ha vergognosamente sostenuto l’esclusione di menzioni di un accesso universale ai diritti di salute sessuale e riproduttiva nei documenti finali, affermando che questo avrebbe spianato la strada alla “promozione dell’aborto“.

Perciò, nonostante questi ostacoli, è particolarmente incoraggiante che il pensiero femminista e il suo impatto stiano crescendo, specialmente tra le giovani brasiliane. Lo si può vedere negli incarichi politici. Nelle stesse elezioni che hanno portato al potere Bolsonaro, la presenza femminile al Congresso è arrivata al 51%, mentre nelle Assemblee statali al 31%. È ancora un numero piccolo di rappresentanti – solo 12 senatrici e 77 membri del Congresso – in un Paese dove la metà della popolazione è femminile.

Questa ondata di cambiamento è stata evidenziata dallo State of Civil Society 2019, una relazione stilata da CIVICUS, un’alleanza per la società civile, che studia gli eventi e le tendenze che hanno avuto un impatto sulla società civile globale l’anno precedente. La relazione ha evidenziato qualche primato storico: la prima elezione in assoluto di una donna indigena al Congresso brasiliano nelle stesse elezioni che hanno portato Bolsonaro al potere, per esempio.

Joênia Wapichana, che difende la terra e i diritti degli indigeni, si batte per l’ambiente contro i potenti interessi agricoli. Inoltre, lo Stato di Bahia, con una popolazione a maggioranza afro-brasiliana, ha eletto come rappresentante la prima donna nera, Olivia Santana.

A San Paolo gli elettori hanno scelto una donna trans, Érica Malunguinho, come una dei propri rappresentanti statali, un’altra prima volta. E anche se sono stati fatti solo piccoli progressi nell’indagine sull’assassinio di Marielle Franco, tre delle sue colleghe sono state elette come rappresentanti dello Stato di Rio de Janeiro e una quarta al Congresso Nazionale.

Ma la donne occupano posti e guidano il cambiamento al di là dei risultati elettorali. Come è successo negli Stati Uniti dopo la vittoria di Donald Trump, in Brasile il clima ostile sta dando vento alle associazioni femminili. Innumerevoli gruppi formali e informali si sono creati per protestare, organizzare, discutere, imparare nonché sostenere le donne in un momento in cui i loro diritti sono sotto un feroce attacco.

Manifestazione di protesta a Curitiba – Wikimedia Commons

Durante la corsa presidenziale dello scorso anno, il gruppo Facebook “Mulheres Unidas Contra Bolsonaro” [Donne unite contro Bolsonaro, NdT] ha registrato quattro milioni di sostenitori nel giro di qualche giorno e ha alimentato la speranza che si potesse ribaltare il risultato alle urne. La potente campagna di occupazione di luoghi pubblici, piazze e stazioni, e gli sforzi per attirare l’attenzione degli elettori sulle implicazioni del voto a Bolsonaro, sono state tra le iniziative efficaci che hanno stimolato la formazione di gruppi di donne online e offline, in Brasile e non solo.

E mentre l’amministrazione di Bolsonaro entra nel quarto mese di Governo, le donne continuano a manifestare per le giustizia sociale e i diritti umani portando avanti proteste cruciali in tutto il Paese. L’attuale proposta di austerità per la riforma delle pensioni è stata accolta dalla resistenza delle donne che capiscono quanto peserebbe sui servizi sociali la mancanza di fondi statali.

Quello che spinge il movimento femminista in Brasile è la consapevolezza che i diritti che sono già stati ottenuti e garantiti possono facilmente essere tolti, come è evidente nelle crescenti minacce ai diritti sessuali e riproduttivi e l’impunità degli attacchi violenti alle donne che hanno raggiunto una frequenza allarmante.

I diritti devono essere costantemente difesi, altrimenti sono a rischio, anche in momenti in cui sembra che si sia vinto. Le istituzioni brasiliane non sono abbastanza forti perché si possa decretare una vittoria duratura e sentirsi tranquilli. Un tempo questo era vero solo nei Paesi del sud del mondo ma i tempi sono cambiati e sembra che ormai sia una tendenza a livello globale.

Perciò i progressi incoraggianti nella lotta per i diritti di genere devono essere sostenuti da una costante azione per la dignità, l’uguaglianza e la giustizia per le donne di ogni classe, colore e provenienza. È importante riconoscere, a livello globale, che questa lotta è internazionale e tocca più ambiti e che è necessario mettere in relazione diverse strategie su larga scala. Bisogna non solo garantire le stesse possibilità sociali per le donne e le ragazze ma pretendereuna trasformazione radicale della società basata sui principi di equità e giustizia“.

Elena Rubechini

Traduttrice da inglese e tedesco, laurea alla Queen Mary University of London, Master in Traduzione Editoriale a Torino. Ama l’arte contemporanea, i romanzi che lasciano un senso di inquietudine e le discussioni appassionate.

Elena Rubechini

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