Iraq, la vita senza patria degli Yazidi. Voci dal campo di Shari

Sinjar (Iraq del Nord), 3 agosto 2014

È una bella notte stellata a Sinjar, e come tutte le estati si aspetta un po’ di frescura dopo il tramonto bevendo un bicchiere di tè all’aperto e fumando narghilè. Ma questa  notte è diversa: sta arrivando l’Isis. Gli uomini dello Stato Islamico arriveranno per sterminare gli Yazidi, maggioranza religiosa di Sinjar. Da giorni ci sono piccoli esodi, ci sono state molte voci e falsi allarmi sul loro arrivo, fino alla soffiata di questa mattina: questa volta sembra che invaderanno davvero, la notizia si è diffusa in poco tempo. Chi può carica la famiglia sul retro dei pick-up, altri si nascondono, i più anziani decidono di non muoversi e accettare qualunque destino sarà loro riservato.

Quando arrivano gli uomini dell’Isis molta gente è ancora per strada, hanno in mano una lista con dei nominativi: sono i nomi di chi lavora per il Governo, di chi è stato un militare o lo è ancora, e sono i primi a essere uccisi. Sulla strada principale. Vengono radunati e messi in ginocchio, gli uomini vengono assassinati con un colpo di kalashnikov in testa, altri vengono decapitati. Mentre si compiono gli omicidi altri razziano le case, tirano fuori bambini, ragazze, donne e poi danno fuoco alle abitazioni.

All’alba, quando i pick-up armati dello Stato Islamico lasciano Sinjar, i morti sono circa 5.000, 200 mila persone sono fuggite,  7.000 sono quelle rapite, donne e ragazzine che saranno segregate a Mosul per diventare “schiave del sesso”, mentre i bambini vengono spediti nei campi di rieducazione per diventare militanti.
Campo profughi della provincia di Shari (Nord Est dell’Iraq), 6 febbraio 2019

Dove sono finiti ora tutti gli Yazidi dopo i massacri, le violenze dell’Isis e le fughe di massa?

Circa 5.000 mila persone si trovano qui, nel campo profughi di Shari in Iraq, non lontano da Dohuk. Fa freddissimo, da due mesi ormai piove e grandina, le tende non riescono a reggere l’impatto della pioggia e il fango ricopre gran parte del campo. Mirza è uno dei sopravvissuti allo sterminio del 2014, lo incontro nella sua tenda dove aggiusta lavatrici, frigoriferi e forni da campo. Ci racconta la sua storia:

Nell’agosto del 2014 sono scappato con tutta la mia famiglia, abbiamo preso dei furgoni e siamo fuggiti in montagna, eravamo in trenta. Ci siamo nascosti per settimane fino ad arrivare in Siria, ogni notte scendevo a valle e cercavo del cibo da riportare in montagna alla mia famiglia, rischiando la vita ogni notte perché ero ricercato. Sono state molte le persone che mi hanno aiutato di nascosto. Siamo rimasti in Siria per qualche mese, anche lì però era pericolosissimo, l’Isis ci dà la caccia come ad animali, così ho pagato circa 1.000 dollari a uno smuggler [contrabbandiere, in questo caso di persone da un confine all’altro] per farmi riportare prima a Dohuk e poi in questo campo che vedi, siamo qui da quasi 5 anni.

Mirza, uno degli Yazidi sopravvissuti al genocidio

Raccontaci della notte in cui siete scappati, cos’è successo esattamente? Pensi che vi avrebbero ucciso?

So per certo che mi avrebbero ucciso, e chissà cosa avrebbero fatto alla mia famiglia. Il mio nome era sulla lista, prima di scappare sono stato un militare dell’esercito iracheno per 11 anni, chi fa questi lavori è il primo ad essere eliminato. Quella notte è stata la più brutta della mia vita, avevo paura per la mia famiglia, se non ci fossero stati loro sarei rimasto a combattere o sarei tornato l’anno dopo quando Sinjar è stata riconquistata, ma non volevo mettere in pericolo i miei cari. Scappammo con la paura di essere inseguiti, sentivamo le esplosioni e gli spari che provenivano dalla città, pensai ai nostri amici che non erano riusciti a scappare.

Adesso sei qui, si gela e non avete riscaldamento, in che condizioni vivete al campo?
“Le vedi tu stesso le nostre condizioni”, mi dice mostrando l’acqua che entra da una fessura della tenda.

Il campo prima era sotto la giurisdizione del Kurdistan, che ci passava un barile di gasolio all’anno, ce lo facevamo bastare per riscaldarci. Ma ora siamo sotto la supervisione del governo iracheno, non ci hanno consegnato nulla questo inverno e penso che non arriverà niente. Per le notti più fredde abbiamo recuperato un vecchio autobus dove sistemiamo i bambini o chi è malato. Ci aiutiamo a vicenda, io riparo di tutto e chi non può pagarmi – quasi nessuno può – mi ricambia con quello che sa fare, però dimmi tu se questa può essere chiamata vita.

Vorresti tornare a Sinjar?

Io vorrei, ma a Sinjar non è rimasto più nulla.

Il campo di Shari dove gli Yazidi vivono da quasi 5 anni

Nel campo ci sono anche delle ragazze che sono state violentate per mesi dagli uomini dello Stato Islamico, molte preferiscono non essere intervistate, alcune, mi dicono, avevano perfino paura di ritornare presso le loro famiglie per la vergogna di essere state stuprate. Mi dicono, però, di andare al tempio di Lalish, lì dove si ricomincia”.

A Lalish si trova il tempio sacro degli Yazidi, almeno una volta l’anno i fedeli vengono qui in pellegrinaggio, ma negli ultimi 3 anni le visite sono state molto più frequenti.

Uno dei sacerdoti ci racconta:

Dopo essere scappate, liberate e tornate dalle proprie famiglie, le donne vengono qui. Qui ci si purifica con l’acqua del nostro pozzo sacro, si lavano via tutte le violenze e crudeltà che hanno dovuto subire.

Il tempio sacro di Lalish

Perché quelli dello Stato Islamico volevano sterminarvi?

Siamo sempre stati giudicati malvagi e adoratori del diavolo dai sunniti, dagli estremisti in particolare, non solo dall’ Isis ma anche sotto il regime di Saddam o durante l’impero Ottomano.  Nella nostra fede preghiamo 7 angeli, il più importante è Melek Taus, un angelo Ribelle che si rifiutò di inchinarsi ad Adamo e fu spedito all’ inferno. Nella nostra religione Melek Taus ha ottenuto il perdono ed è tornato in paradiso, il suo non inchinarsi è per noi simbolo di forza e indipendenza. Per l’Islam radicale invece il nostro angelo non ha mai lasciato l’inferno, loro lo chiamano Shaytan, cioè Satana. Per questo dobbiamo essere sterminati, convertiti o ridotti in schiavitù.

L’ interno del tempio sacro degli Yazidi a Lalish

Appena un migliaio di Yazidi sono riusciti a tornare nei loro luoghi di origine. Le condizioni di chi vive nei campi peggiorano di inverno in inverno ma pian piano, grazie alle testimonianze dei sopravvissuti, si sta facendo luce su un tremendo genocidio, uno dei peggiori perpetrati negli ultimi decenni. Al momento nessuno è stato condannato direttamente per i fatti accaduti a Sinjar e Mosul.

Mosul, il quartiere dove le donne Yazide venivano tenute segregate e schiavizzate. Oggi è ridotto così dopo i bombardamenti americani del 2017

Oggi è impossibile stabilire quanti Yazidi siano sopravvissuti e ancora residenti in Iraq: le Nazioni Unite ne stimano un numero che va tra i 100 mila e i 700 mila. La ragione della grandissima approssimazione numerica è data dal fatto che sono migliaia gli scomparsi di cui non si sa ancora nulla, vengono trovate costantemente fosse comuni dove spuntano corpi di Yazidi assassinati. Una serie di tombe individuali e collettive, con 1.500 corpi, sono state trovate nel 2015 a Sinjar, altre 200 sono state scoperte nei dintorni di Mosul nel novembre 2018, portando il numero delle vittime accertate a 12.000. Secondo le autorità irachene ci sono ancora decine di tombe da scavare.

Nel 2018 Nadia Murat è stata insignita del premio Nobel per la Pace. Nadia è una delle ragazze di Sinjar che, brutalizzata, schiavizzata, è riuscita a scappare da Mosul. Oggi Nadia, con molti altri uomini e donne, è il simbolo della lotta contro il genocidio della sua gente e soprattutto di chi, come lei, ha deciso di ricominciare.

[Tutte le foto sono dell’autore del reportage]

Angelo Calianno

Giornalista freelance, esperto in Storia - soprattutto quella legata all' influenza islamica nel mondo - negli ultimi 14 anni ha scritto e scrive di conflitti e storie in diversi Stati di Africa, Asia, Medio Oriente e Sud America. Ha pubblicato reportage e racconti in zone devastate dalla guerra, le ultime in ordine di tempo da Afghanistan e Iraq. Una sua mostra fotografica gira l'Italia e l' Europa raccontando le sue storie anche con le immagini.

Angelo Calianno

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