Kenya, LGBT: cancellare leggi volute da regime coloniale

[Traduzione a cura di Elena Intra dall’articolo originale di Adriaan van Klinken pubblicato su The Conversation]

La tanto attesa sentenza dell’Alta Corte del Kenya su una petizione che mira a depenalizzare l’omosessualità nel Paese è stata posticipata di altri due mesi o forse più. La petizione attualmente all’esame dell’Alta Corte sostiene che due sezioni del Codice Penale kenyota contravvengono a diversi diritti sanciti dalla Costituzione. Ad esempio, negano a lesbiche, gay e bisessuali il diritto alla privacy. Julius Maina ha chiesto ad Adriaan van Klinken di fornire un contesto alla sentenza.

Quali restrizioni legali deve affrontare la comunità LGBTI in Kenya?

Le due petizioni di cui l’Alta Corte si sta occupando riguardano le sezioni 162 (a) e (c) e 165 del Codice Penale kenyota. La sezione 162 delinea le categorie di “reati innaturali“, definiti come “conoscenza carnale contro l’ordine della natura“. Storicamente questo termine si riferisce al rapporto sessuale anale.

La pena è di 14 anni di reclusione. Sebbene questa legge non riguardi esplicitamente ed esclusivamente l’omosessualità – verrebbe ugualmente applicata alle coppie eterosessuali che praticano sesso anale – è stata in gran parte usata per perseguire uomini coinvolti in relazioni con una persona dello stesso sesso.

La sezione 165 riguarda le “pratiche indecenti tra maschi“, commesse in privato o in pubblico. Ciò comporta una pena di cinque anni di reclusione. La legge non fornisce una definizione di cosa viene considerato “indecenza“. Tuttavia, storicamente ci si riferisce a atti sessuali non penetrativi tra uomini.

Entrambe le leggi criminalizzano le relazioni omosessuali maschili. Ma c’è spazio per interpretare la sezione 162 affinché definisca anche le relazioni tra persone dello stesso sesso femminile come “innaturali. Ciò significa che sia gli uomini che le donne che abbiano relazioni omosessuali in Kenya temono la possibilità di subire un’azione legale.

Quante di queste leggi risalgono ai tempi coloniali?

Il Codice Penale del Kenya è stato originariamente introdotto nel 1930 quando il Paese era una colonia britannica.

L’impero britannico introdusse per la prima volta leggi contro i “reati innaturali” e le “pratiche indecenti tra maschi” nel Codice Penale indiano del 1860. Successivamente le ha copiate nelle sue colonie in Africa.

Nel 2008 Human Rights Watch ha pubblicato un report intitolato “This Alien Legacy“. Il reportage traccia le origini delle leggi sulla “sodomia” nell’impero coloniale britannico, sottolineando che la loro introduzione era stata ispirata da una “missione di riforma morale – per correggere e cristianizzare le usanze  locali'”.

Quando nel 1964 il Kenya divenne indipendente dalla Gran Bretagna, mantenne il Codice Penale. In altre parole, le sue leggi non sono mai state decolonizzate. L’ironia è che queste leggi sono spesso difese in quanto riflesso dei “valori africani“.

Come spiega il report di Human Rights Watch, il campo di applicazione delle leggi si è ampliato nel corso dei decenni fino a includere la penalizzazione del sesso tra due donne che non era invece mai rientrato nella legge britannica.

Il Kenya guida la lotta per l’uguaglianza della comunità LGBTI nella regione. Nella foto manifestanti a Entebbe, Sud-Ovest della capitale dell’Uganda, Kampala. Agosto 2015. Foto/ Reuters

Le leggi del Kenya sono più restrittive rispetto ad altri Paesi nella Regione?

Le sezioni pertinenti del Codice Penale kenyota sono simili alle leggi della maggior parte degli altri Paesi africani, in particolare delle ex colonie britanniche. Alcuni Paesi, come l’Uganda e la Nigeria, negli ultimi anni hanno cercato di introdurre leggi con un’applicazione ancora più ampia, che hanno preso di mira la popolazione LGBTI.

Al contrario, in Kenya, l’introduzione della nuova Costituzione nel 2010 ha dato un impulso crescente al riconoscimento dei diritti della comunità LGBTI.

La Costituzione non menziona esplicitamente l’orientamento sessuale o l’identità di genere. Ma, come sottolinea il noto attivista e avvocato gay Eric Gitari, “possiede comunque caratteristiche di uguaglianza, dignità e libertà.”

In effetti, negli ultimi anni sono stati ottenuti diversi successi legali nelle Corti kenyote. Nel 2014 l’Alta Corte ha stabilito che l’organizzazione Transgender Education and Advocacy, doveva essere autorizzata a registrarsi come ONG e nel 2015 è stata emessa una decisione analoga per la Commissione nazionale per i diritti umani gay e lesbiche.

In altre parole, il diritto alla libertà di associazione è stato applicato efficacemente ai gruppi LGBTI e il diritto alla protezione contro la discriminazione è stato applicato all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

Nel 2018 una Corte d’appello di Mombasa ha stabilito che l’esame anale forzato imposto alle persone accusate di omosessualità era incostituzionale in quanto violava il diritto alla privacy.

L’atteggiamento nei confronti dei diritti degli omosessuali sta cambiando nel Paese?

Durante la campagna per il referendum sulla nuova Costituzione, le forze conservatrici – incluso l’attuale vicepresidente, William Ruto – hanno invitato i cittadini a votare contro. Uno dei loro argomenti a sostegno di questa posizione era che avrebbe portato alla legalizzazione dell’omosessualità.

Nonostante questo, la maggioranza degli elettori (67%) ha votato a sostegno della nuova Costituzione, cosa che, per lo meno, suggerisce che l’omosessualità non rappresentava per loro una priorità assoluta.

Molti importanti leader politici e religiosi in Kenya parlano apertamente di omosessualità. Negli ultimi anni, comunque, il Kenyan Film Classification Board ha vietato la distribuzione di diversi film a tema omosessuale perché avrebbero promosso “l’immoralità“.

Ma sembra che la mentalità potrebbe lentamente cambiare. Un esempio sono i media nazionali che danno spazio a una vasta gamma di opinioni su questioni relative alla comunità LGBTI e non esitano a sfidare e criticare i politici che usano una retorica omofobica. Questo non trova eco nei media di altri Paesi della Regione.

Inoltre, si sta osservando una sempre più crescente visibilità della popolazione LGBTI, cosa che ha contribuito a dare un volto a un problema che in precedenza era piuttosto astratto per la maggior parte dei cittadini.

Anche la ripetuta affermazione del presidente Uhuru Kenyatta, secondo il quale per molti kenyoti l’omosessualità non è il principale problema“, è interessante, perché lascia aperta la possibilità a futuri cambiamenti sociali e politici sull’argomento. (Anche se la dichiarazione di Kenyatta – riferita alle sollecitazioni degli USA di Obama, riguardo ai diritti umani dei gay –  era più che altro un invito, non troppo velato, a restare fuori dalle decisioni dello Stato kenyota su questo tema, NdT).

Elena Intra

Laureata in Lingue e successivamente in Giurisprudenza, lavora come traduttrice freelance da dieci anni. Appassionata in particolare di diritti delle donne e tematiche ambientali, spera attraverso il suo lavoro di aiutare a diffondere conoscenza su questi argomenti.

Elena Intra

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