Zimbabwe in rivolta, il prezzo per le donne: lo stupro

[Traduzione a cura di Elena Intra dall’articolo originale di Sally Nyakanyanga pubblicato su Open Democracy.]

Il corpo di una donna non è considerato suo e chiunque lo vuole, può averlo, così Thando Makubaza, attivista per i diritti delle donne dello Zimbabwe, ha spiegato le recenti accuse di violenza sessuale contro le donne da parte dell’esercito. “Le donne sono più dei loro corpi, hanno sentimenti, cervelli e aspirazioni – ma non sono prese sul serio“, ha continuato.

I corpi delle donne vengono usati come armi da guerra da tempo immemorabile, e l’esperienza delle donne in Zimbabwe durante gli ultimi disordini civili, non fa eccezione.

Le proteste sono scoppiate il 12 gennaio quando il Governo, nel mezzo di una crisi economica ormai fuori controllo, ha annunciato un immediato aumento dei prezzi del carburante di oltre il 150% .

L’organizzazione del Congresso dei sindacati dello Zimbabwe (ZCTU) ha chiesto un “blocco nazionale” di tutte le attività e uno sciopero. I manifestanti hanno dato fuoco a una stazione di polizia, barricato strade con grandi pietre e saccheggiato negozi nelle principali città del Paese.

Il Governo ha ordinato un blackout di Internet per impedire ai manifestanti di mobilitarsi, mentre le forze di sicurezza hanno risposto alle dimostrazioni con munizioni vere, proiettili di gomma e gas lacrimogeni.

Soldati pattugliano una strada da Harare a Bulawayo, Zimbabwe, Gennaio 2019. Shaun Jusa/Xinhua News Agency/PA Images. Tutti i diritti riservati

Secondo la Commissione per i diritti umani dello Zimbabwe (ZHRC), la notte del 14 gennaio soldati armati e la polizia hanno iniziato a visitare le case dei cittadini , sottoponendoli a “pestaggi duri e indiscriminati.

Le donne sono state le più colpite dagli aumenti dei prezzi delle materie prime di base e anche loro si sono unite alle proteste. Alcune hanno subito violenza sessuale da parte delle forze di sicurezza, tuttavia questo aspetto della repressione dei manifestanti è stato sottovalutato.

Il problema, ha detto Makubaza, è che molte temono rappresaglie. Hanno paura di denunciare gli stupri alle stesse autorità che per prime hanno perpetrato i crimini.

Ha raccontato di casi precedenti in cui le autorità non erano gli autori dei crimini, ma “le donne che provavano a sporgere denuncia, finivano per essere rimproverate, accusate di essere vestite in modo improprio, o di aver provocato l’abuso con il loro comportamento“.

Le donne in Zimbabwe guadagnano tre volte meno degli uomini, costituiscono la maggior parte dell’economia informale e presentano tassi di disoccupazione più alti. Inoltre, controllano meno terre. All’interno del programma nazionale di ridistribuzione delle terre alla maggioranza nera che ne è sprovvista, solo il 18% delle donne ha acquistato fattorie su piccola scala, e un ancor più basso 12% fattorie più grandi per uso commerciale.

L’abuso sessuale è diffuso. Secondo l’Ufficio statistico dello Zimbabwe, tra il 2010 e il 2016, c’è stato un aumento dell’81% delle violenze sessuali con almeno 22 donne violentate ogni giorno, e molte di loro non hanno denunciato tali episodi.

La dottoressa e politica Ruth Labode ha descritto gli impatti potenzialmente duraturi di questi abusi, che possono includere l’infezione HIV e la depressione. “Priva le persone del proprio futuro, peggiora la povertà perché sono le donne che tirano avanti durante l’attuale disagio economico in cui le società chiudono e i mariti non lavorano“, ha spiegato.

Mentre le organizzazioni per i diritti umani e i giornalisti hanno documentato diversi rapporti riguardanti stupri perpetrati dall’esercito durante le recenti proteste, la polizia della Repubblica dello Zimbabwe (ZRP) ha dichiarato che solo un caso è stato segnalato da una donna ad Harare.

Stiamo ancora indagando sul caso e quel caso è solo uno di tanti“, ha detto la commissaria di polizia Isabella Sergio durante una conferenza stampa ad Harare, parlando a nome del Victim Friendly Unit che gestisce questi casi di abuso. Ha aggiunto: “Ecco perché chiediamo alle donne di farsi avanti e segnalare eventuali abusi sessuali che hanno subito durante i disordini civili“.

La portavoce della Polizia della Repubblica dello Zimbabwe, commissario Charity Charamba (a sinistra) con Rudo Mashingaidze del gruppo Parirenyatwa della Clinica per adulti che si occupa di stupri (centro) e la coordinatrice nazionale della Victim Friendly Unit, commissario Isabella Sergio, durante una conferenza stampa ad Harare nel gennaio scorso. Foto di John Manzongo

Anche il ministero degli Affari Interni ha riconosciutosegnalazioni di presunti stupri, abusi sessuali e aggressioni … perpetrate dalle forze di sicurezza“, ma ha dichiarato che “finora la polizia ha ricevuto solo uno di questi rapporti e il caso è già sotto inchiesta“.

In una recente dichiarazione, la ONG Women’s Academy for Leadership and Political Excellence (WALPE), ha fatto appello alle donne che sono state aggredite sessualmente dalle autorità perché cerchino cure mediche visti gli alti tassi di HIV registrati nel Paese.

La WALPE ha accusato il Governo di “limitare la partecipazione attiva ed efficace delle donne alla politica e alla leadership” con la loro repressione contro i manifestanti. Hanno quindi chiesto al Governo “di garantire la giustizia a tutte le donne colpite dalla repressione in corso da parte dell’esercito” e “l’arresto dei soldati e di tutti gli agenti di sicurezza che hanno commesso torture, stupri, omicidi, aggressioni e rapine“.

Anche l’Associazione delle avvocati donne dello Zimbabwe (ZWLA) ha rilasciato una dichiarazione in cui chiede al Governo di porre fine all’impunità e di aderire alla Costituzione e agli obblighi delle Nazioni Unite.

Secondo la Sezione 246 della Costituzione, la Commissione per il genere dello Zimbabwe ha il mandato di indagare e agire contro le denunce di violenza sessuale.

Una petizione della Women’s Coalition of Zimbabwe (WCoZ) dichiara che la Commissione deve “indagare sulle presunte denunce di stupro, aggressione e violenza sessuale perpetrate contro donne e ragazze durante e dopo le repressioni del Governo“.

Invita inoltre la Commissione a garantire la sicurezza dei sopravvissuti e “assicurare che venga posto rimedio alle ingiustizie commesse contro le vittime“.

Il ministro dell’Informazione, osserva WCoZ, “ha dichiarato che il Governo non lascerà nulla di intentato nell’indagare su questi casi. Tuttavia, ad oggi, sembrerebbe che non sia stato fatto molto per imputare i colpevoli.”

Il Musasa Project, un servizio di supporto fondamentale per le sopravvissute alla violenza sessuale nello Zimbabwe, descrive sul loro sito web come le norme sociali regressive che favoriscono i perpetratori “funzionano per impedire ai sopravvissuti di parlare apertamente.

La direttrice di Musasa, Nettie Musanhu, ha recentemente scritto su Twitter: “Caro compagno Muchinguri. Abbiamo tutti celebrato la tua nomina come ministro della Difesa. La nostra aspettativa era che le donne e le ragazze si sentissero sicure con l’esercito intorno.

Makubaza ha detto che le donne devono riunirsi per combattere per i loro diritti e per cambiare la loro posizione sociale ed economica. Allo stesso tempo, i progressi richiedono un impegno reale da parte del Governo per promuovere l’uguaglianza.

La Commissione nazionale per la pace e la riconciliazione, ha affermato, “dovrebbe coinvolgere le comunità e mettere in atto meccanismi che consentano alle donne vittime di abusi sessuali di condividere le proprie esperienze e farsi avanti“.

Nel caso del personale militare“, ha continuato Makubaza, “abbiamo bisogno di inculcare una cultura del rispetto soprattutto verso le donne e le ragazze, iniziando fin dal loro addestramento militare in modo da aiutare a fermare questi atti“.

Elena Intra

Laureata in Lingue e successivamente in Giurisprudenza, lavora come traduttrice freelance da dieci anni. Appassionata in particolare di diritti delle donne e tematiche ambientali, spera attraverso il suo lavoro di aiutare a diffondere conoscenza su questi argomenti.

Elena Intra

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