Somalia, il conflitto infinito finanziato dagli interessi degli USA

[Traduzione a cura di Elena Rubechini dell’articolo originale di Abayomi Azikiwe pubblicato su Pambazuka News]

Negli ultimi mesi i bombardamenti del Pentagono in nome della guerra al terrorismo hanno ucciso molte persone in Somalia.

L’AFRICOM (United States Africa Command) ha riferito che lo scorso 30 novembre 2018 ci sono stati dei bombardamenti aerei sulle postazioni di al-Shabaab a Lebede in cui sono rimaste uccise nove persone. Anche se Washington afferma che queste operazioni hanno come obiettivo solo i cosiddetti “terroristi”, non c’è modo di verificare chi viene effettivamente colpito. Danni come la morte di civili o la dislocazione della popolazione in piccole città o aree rurali non vengono mai tenuti in conto dai militari.

Relazioni ufficiali dell’AFRICOM riportano che ci sono circa 500 soldati di stanza in Somalia. Dall’insediamento dell’amministrazione del presidente Trump nel 2017, il numero effettivo è cresciuto come conseguenza dei preannunciati obiettivi di politica estera di combattere i gruppi islamici armati come al-Shabaab.

Secondo altri rapporti dell’AFRICOM, nel 2018 si sarebbero verificati 37 bombardamenti in questo Stato del Corno d’Africa ricco di petrolio.  L’ex presidente George W. Bush junior ha fondato l’AFRICOM agli inizi del 2008 e da allora diverse amministrazioni americane hanno supportato il sistema di Governo federale istituito.

Solo una settimana prima degli attacchi del 30 novembre, gli Stati Uniti avevano annunciato diversi bombardamenti negli Stati di Harardere e Galmudug dove erano rimaste uccise più di 40 persone. I raid aerei dal 19 al 21 novembre pare che abbiano colpito un campo di addestramento di al-Shabaab e un deposito di armi.

All’inizio di dicembre le truppe d’assalto dell’esercito somalo (SNA), addestrate dagli occidentali, hanno lanciato un’offensiva terrestre nelle aree controllate da al-Shabaab intorno al villaggio di agricoltori di Awdhegle, nella regione del Lower Shabelle. L’intelligence somala che ha riportato l’operazione ha sottolineato che l’attacco è stato appoggiato delle forze dell’AFRICOM e da alcune unità della Missione dell’Unione africana in Somalia (AMISOM) che conta ancora migliaia di truppe supportate dagli Stati Uniti e dalle Nazioni Unite che occupano il territorio.

Istruttori AFRICOM condividono le competenze logistiche con i partner dell’esercito nazionale somalo. Foto Africom 

Stando a fonti governative somale, che hanno lasciato dichiarazioni a condizione di rimanere anonime, i raid in quelle aree erano pianificati per indebolire la base economica dell’organizzazione. Il Governo di Mogadiscio, sostenuto dagli Stati Uniti, ha dichiarato che Al-Shabaab tassa i commercianti e residenti locali per finanziare le proprie attività.

Il 6 dicembre, in un chiaro attacco di rappresaglia, due militari dello SNA sono rimasti uccisi nell’esplosione di una bomba che ha distrutto il loro veicolo sul ciglio della strada nel villaggio di Dhanaane situato lungo la strada costiera che collega la capitale Mogadiscio alla città portuale di Marka. Al-Shabaab ha più tardi rivendicato l’attacco in un annuncio dalla propria stazione radio, Andalus Radio.

Questi eventi si sono complicati negli ultimi due anni con la nascita di due fazioni distinte all’interno di al-Shabaab. Un gruppo pare sia affiliato ad al-Qaeda e un altro minore, allo Stato Islamico (ISIS).

Diverse uccisioni sono state attribuite alla rivalità tra le file di al-Shabaab. Entrambe le fazioni dipendono enormemente dalle pesanti tasse imposte alle imprese e ai residenti delle aree nelle regioni della Somalia centrale e meridionale all’interno delle quali operano.

Canadian Press e Associate Press hanno riportato che la divisione è cresciuta notevolmente negli ultimi mesi

Il gruppo somalo affiliato all’ISIS, composto in gran parte da defezionisti di al-Shabaab, ha annunciato la propria presenza per la prima volta nel 2016 con attacchi all’estremo nord, lontano da Mogadiscio e dalla maggior parte delle roccaforti di al-Shabaab. Anche se si stimano qualche centinaio di combattenti al massimo, la comparsa in uno dei Paesi più instabili del mondo è bastata ad allarmare l’esercito degli Stati Uniti che ha cominciato i raid aerei un anno fa.

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Senza un Governo forte a proteggerli, gli imprenditori spesso dichiarano di non avere altra scelta se non pagare in cambio di protezione. Tra le compagnie prese di mira dagli estremisti sospettati di legami con l’ISIS c’è il gigante somalo delle telecomunicazioni, Hormuud, che secondo i funzionari dell’Intelligence ha perso dieci impiegati negli attacchi delle ultime settimane. I dirigenti di Hormuud non hanno voluto commentare. Le imprese si preoccupano che la nascita di un altro gruppo estremista a caccia di soldi, sommato al nuovo tentativo del Governo centrale somalo di imporre tasse, li ridurrà all’osso.

Gli interessi economici dell’imperialismo in Somalia

A partire dai primissimi anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la Somalia è stata al centro della ricerca del petrolio e delle risorse naturali. Questo, unito alla posizione strategica sull’Oceano Indiano e vicino al Golfo di Aden, una delle rotte marittime più redditizie del mondo, fa acquisire rilevanza al Paese nel sistema economico globale.

La ricerca di petrolio e gas è cominciata intorno al 1948. Nei primi anni Cinquanta questi tentativi furono portati avanti da Agip e dalla Sinclair Oil Corporation, all’epoca con sede negli USA.

Più tardi, negli anni Ottanta, quando il Paese era in caduta libera a causa dei conflitti interni e del fallimento degli Stati Uniti nel fornire una vera assistenza finanziaria, molte multinazionali del petrolio vinsero concessioni per l’esplorazione. Queste società includevano Conoco-Phillips, Shell (Pectin), Amoco, Enit, Total, Exxon Mobil e Texaco. Alla fine, per cause di forza maggiore, si riservarono il diritto di tornare a sfruttare le risorse in un altro momento quando la situazione politica si sarebbe stabilizzata.

Negli ultimi anni, la regione distaccata settentrionale di Puntland è stata trivellata dalla Africa Oil e Africa Energy che hanno base in Canada. L’interesse nella ricerca di petrolio e gas naturali non si limita alla Somalia. A largo di tutta la costa orientale africana dalla Somalia giù fino al Kenya, la Tanzania e il Mozambico sono state scoperte enormi risorse di petrolio e gas naturale. Di conseguenza gli Stati imperialisti, incoraggiati dalle multinazionali e dalle istituzioni finanziarie internazionali, sono smaniosi di reclamare le potenzialità di enormi profitti derivati dallo sfruttamento delle risorse energetiche.

La presenza sempre maggiore di AFRICOM è chiaramente collegata al continuo tentativo di dominazione imperialista sul continente. Con la Repubblica Popolare Cinese che sta emergendo come maggior partner commerciale e di sviluppo degli stati dell’Unione Africana (UA), Washington e gli alleati a Londra e Parigi sono preoccupati di perdere la cooperazione economica a favore del gigante asiatico.

Bambini in Somalia nel 1993. Foto Flickr/pingnews

L’impatto della politica estera USA in Somalia

Washington e i partner imperialisti sono risoluti nel mantenere il controllo sulle regioni del Corno d’Africa, il Golfo di Aden e l’Oceano indiano, come dimostrano le ripetute interferenze e gli interventi negli affari interni della Somalia.

Alla morte dell’ex presidente degli Stati Uniti George H.W. Bush i media, per conto della classe dirigente, hanno dipinto il quarantunesimo presidente degli Stati Uniti come uno “statista” e un “creatore di consensi”. Questo non potrebbe essere più lontano dalla verità degli eventi accaduti durante il suo unico mandato dal 1989 al 1993.

Oltre all’ingiustificata invasione di Panama da parte del Pentagono alla fine del 1989 e i bombardamenti di massa, l’invasione territoriale e l’imposizione di sanzioni draconiane all’Iraq nella prima guerra del Golfo, nel dicembre del 1992, poco prima di lasciare la Casa Bianca, Bush senior intervenne anche in Somalia. In apparenza l’operazione Restore Hope era stata progettata per aiutare la popolazione somala sull’orlo della carestia risultata dal collasso del Governo precedente di Mohamed Siad Barre all’inizio del 1991.

Nella realtà, l’impiego di 12.000 Marines faceva parte del desiderio di riaffermare il valore militare degli Stati Uniti dopo le colossali sconfitte nel sud-est asiatico a metà anni Settanta, in Libano nel 1983-84 e nell’Africa meridionale alla fine degli anni Ottanta, che avevano costretto il maggior Stato imperialista del mondo a ritirarsi dopo perdite umilianti. Il successore di Bush, il presidente Bill Clinton, ereditò l’invasione in Somalia dove, dopo pochi mesi dal suo insediamento, tra il 1993 e il 1994, la ribellione di un’enorme fetta del Paese contro l’occupazione degli Stati Uniti e dell’ONU portò alla morte di migliaia di somali e alla perdita di centinaia di soldati americani e dei cosiddetti operatori di pace. Gli USA e l’ONU furono costretti ad abbandonare la Somalia nel 1994.

Questo non è piaciuto a Washington che dopo dodici anni ha cominciato a bombardare la Somalia sotto la guida dell’allora presidente George W. Bush. Nel 2007 gli USA hanno reso possibile un’altra invasione, questa volta usando le forze dei vicini etiopi prima e kenioti poi. È stato creato l’AMISOM (Missione dell’Unione Africana in Somalia), un insieme di truppe provenienti da diversi Stati addestrate, armate e usate come meccanismo per implementare la politica estera americana in Somalia e in tutto il Corno d’Africa. La stessa politica è continuata sotto il presidente Barack Obama fino all’attuale amministrazione Trump che ha cambiato le norme che regolano il coinvolgimento militare nel Paese per giustificare l’incremento delle operazioni delle unità d’assalto e dei raid aerei.

Tuttavia, dopo decenni di interventi militari e macchinazioni politiche, la situazione rimane instabile. L’unica speranza dei somali per una pace e uno sviluppo sostenibili risiedono nell’unità nazionale del proprio popolo, libero dalla tutela degli Stati Uniti.

Elena Rubechini

Traduttrice da inglese e tedesco, laurea alla Queen Mary University of London, Master in Traduzione Editoriale a Torino. Ama l’arte contemporanea, i romanzi che lasciano un senso di inquietudine e le discussioni appassionate.

Elena Rubechini

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