Corea del Sud, la stanca tigre asiatica consumata dallo stress

Kwong Yong-seok è un avvocato sudcoreano. Lavora cento ore a settimana, weekend inclusi. Niente di insolito tra i suoi coetanei. Fuma molto, e beve ancor di più. Soffre di ulcera. Finché un giorno decide che è arrivato il momento di cambiare le cose.

Ed è così che nel 2008 crea Prison Inside Me, una sorta di centro benessere a cento chilometri da Seul, fatto su misura per chi, come lui, si sente consumato dal lavoro. Lo scopo è quello di riposarsi e scaricare lo stress. Non si tratta però di un hotel cinque stelle con piscina e vasca idromassaggio. Si tratta di una prigione – sì, una prigione.

Ventotto celle, sei metri quadrati l’una. 146 dollari a notte. Pasti leggeri. Niente orologio, niente cellulare, nessuna interazione con gli altri prigionieri. Tutti devono indossare un’uniforme blu. Il riposo consiste nello stare in completo isolamento nella propria cella, con solo un tappeto per fare yoga e un quaderno dove annotare i propri pensieri, e una finestra che si affaccia su silenziose montagne. Soli con sé stessi, lontani dai doveri.

Potrà sembrare folle, ma non lo è.

“Nella cella non c’è il lusso o la comodità di un hotel. Eppure in questa mancanza di comfort e distrazioni riusciamo a guarire, a fare chiarezza, a vedere solo ciò che conta davvero. Nell’essenzialità ritroviamo noi sé stessi.”

Così hanno detto molti studenti e lavoratori che hanno soggiornato nella prigione.

“Non fatevi ingannare. La vera prigione non è qui – è il mondo là fuori.”

Ha dichiarato Kwong Yong-seok in un’intervista. Il paradosso è pagare per farsi rinchiudere in una prigione dove ci si sente liberi. Ah, nelle celle c’è anche un tasto anti-panico.

Ma che cosa non quadra nella Corea del Sud del 2019?

Una venditrice di patate dolci e castagne arrosto – una delle tante che costellano le strade di Seul ogni giorno

Generazione di (infelici) devoti lavoratori

Benvenuti in Corea del Sud, una delle quattro tigri asiatiche, undicesima economia al mondo, esplosa come un fuoco d’artificio.
Nella sua capitale, Seul, è giorno anche di notte: i mercatini e i centri commerciali rimangono aperti fino all’alba, i cartelloni pubblicitari e le luci al neon brillano come stelle, affiancati dalle insegne della Samsung e della Hyundai, mentre il K-Pop infuria in ogni karaoke bar. Il vibrante distretto di Gangnam viene definito la Manhattan d’oriente. La Lotte World Tower, simbolo dell’omonima multinazionale sudcoreana, sovrasta l’orizzonte con i suoi 123 piani d’altezza, quinto grattacielo più alto del mondo. I prodotti di bellezza, i vestiti e i gadget Made in South Korea hanno invaso le bancarelle, così come i cellulari e gli elettrodomestici hanno invaso i negozi.

“Seul è il nuovo paradiso del consumismo. Una ragazza coreana si sente arrivata quando cammina per strada con una borsetta firmata in una mano e un caffé di Starbucks nell’altra. Molte di loro ricorrono alla blefaroplastica, una chirurgia plastica che allarga i loro occhi per farle sembrare più occidentali. Comprano creme per sbiancarsi la pelle. È pura ossessione di assomigliare all’Occidente.”

Racconta Seojun, esperto di Storia e Filosofia, nato e cresciuto a Seul.

Un vicolo nascosto a Insadong, quartiere dello shopping. Sullo sfondo, un sovrapporsi di grattacieli e insegne pubblicitarie

Quello che non tutti sanno è che tutto ciò ha un prezzo, e che questa tigre asiatica è forte e scattante da fuori, ma stanca e consumata dentro. La Corea del Sud è infatti il Paese industrializzato che lavora di più al mondo, (più del Giappone!) – parliamo anche di 14 o 15 ore al giorno.

“I dipendenti non lasceranno mai la scrivania finché il capo non se n’è andato – sarebbe una grande vergogna. Questo significa che se il capo resta in ufficio fino alle undici di sera, allora tutti quanti lavoreranno fino a quell’ora. Probabilmente li vedrai poco dopo chiusi in un bar a buttare giù alcol e sigarette, in giacca e cravatta, lo sguardo perso nel vuoto. I sudcoreani hanno seri problemi di depressione, ma nessuno ne parla, nessuno si lamenta – i colleghi li giudicherebbero pigri, deboli, buoni a nulla. L’opinione altrui è tutto ciò che conta.”

Ci racconta Kim, assistente di volo sudcoreana.

E spesso finiscono per isolarsi nella loro sofferenza, o prendere decisioni drastiche – i loro vicini di casa giapponesi la chiamano Karoshi, mentre loro la chiamano Gwarosa: un termine che hanno inventato per descrivere la morte dovuta al troppo lavoro, che sia per suicidio, incidenti sul lavoro, o estremi sforzi fisici. Un problema che per anni è stato nascosto come polvere sotto il tappeto, ma che negli ultimi tempi il governo non ha più potuto ignorare.

Un progetto fotografico che ritrae i lavoratori del quartiere di Bukchon, Seul – la sarta, la cuoca, la stilista

A seguito di una serie di morti e incidenti stradali, dovuti al fatto che gli autisti dei bus, stremati dalle troppe ore di lavoro, si addormentavano alla guida, il Governo sudcoreano ha finalmente riconosciuto di “avere un problema”, e ha adottato delle misure di prevenzione.

Nel 2018, infatti, Moon Jae-In ha creato la cosiddetta campagna di diritto al riposo, abbassando il massimo di ore lavorative settimanali da 68 a 52. E non è finita qui: il presidente ha anche dato un ordine piuttosto singolare. Negli uffici, ogni venerdì, i computer verranno spenti alle 19.
Una maniera di dire a questa generazione di devoti lavoratori “andate a casa, godetevi il weekend“.

Un venerdì sera nel quartiere universitario di Hongdae, Seul

Perché i sudcoreani lavorano troppo?

Tralasciamo il capitalismo, la competizione, la carriera, la corsa al successo.
C’è molto di più dietro a questa situazione: bisogna capire la natura dei sudcoreani, le loro ragioni, da dove vengono.

Il saggista Lee O Young l’aveva chiamato “il gambero tra le due balene“, un anello debole schiacciato tra due potenze: Cina e Giappone. I giapponesi li invasero svariate volte, ma mentre da un lato loro combattevano con moderne armi da fuoco, i poveri contadini coreani si difendevano ancora con arco e frecce. I coreani avevano per secoli rappresentato il proprio Paese con l’immagine di una tigre – i giapponesi la sostituirono con quella di un coniglio. Dal 1910 al 1945 i giapponesi li dominarono, cercando di cancellare ogni traccia della loro cultura, costringendoli a darsi nomi giapponesi. E poi venne la guerra sanguinosa con la Corea del Nord, che lasciò la Corea del Sud povera e senza cibo.
La nostra è una storia di umiliazione e vergogna” disse ancora Lee O Young.
I sudcoreani inventarono il termine han, una parola intraducibile che significa tristezza e speranza, ma anche fiducia in un riscatto futuro. E così i sudcoreani, silenziosi e “pieni di han”, si sono rimboccati le maniche per prendersi quel riscatto.

“La guerra fu dura, così dura che i nostri padri spesso si ritrovarono a mangiare erbe e piante soltanto. Lavoravano giorno e notte, senza sosta, per costruire il futuro dei loro figli. Non esisteva weekend o vacanza. Sono loro i veri eroi. E questo spirito di sacrificio è rimasto, ce l’abbiamo nel sangue. Ma è anche insito nella nostra cultura: il Confucianesimo ci insegna la virtù della diligenza, dell’obbedienza, del duro lavoro. E non solo: non dimentichiamoci che mentre in Occidente voi mettete al primo posto l’individuo, in Oriente mettiamo al primo posto il collettivo. Pensa a come scrivete il vostro indirizzo: iniziate da nome e cognome, strada, numero civico, città, stato. In Corea del Sud noi facciamo il contrario: prima lo stato, e per ultimo nome e cognome. Perché per noi conta di più il gruppo: l’individuo sacrifica la sua privata felicità per un bene più grande.”

Racconta Seojun. Tuttavia, per lui, le cose potrebbero cambiare.

“Alcuni giovani stanno lentamente aprendo gli occhi, scegliendo di lavorare solo otto ore al giorno e abbandonando questa sete di competizione. Ma molte altre fasce, tra cui manager, liberi professionisti, o impiegati mal pagati, continuano a lavorare a ritmi spaventosi – chi per mantenere la propria posizione, chi per accrescerla, o chi semplicemente per sopravvivere. Io credo ci vorranno altri dieci anni perché i sudcoreani possano finalmente raggiungere una buona e sana qualità di vita.”

Il 17 settembre 1988, la Corea del Sud uscì dall’anonimato per sempre. Quel giorno, infatti, le ventiquattresime Olimpiadi si svolsero a Seul – e fu considerato un momento storico, il momento in cui al banchetto dei “Paesi che contano” era stato finalmente apparecchiato anche per la Corea del Sud.

“Per la Corea questo non è un ritorno, è un arrivo, perché sul piano internazionale non ha mai contato granché.[…] Il messaggio con cui tutti tornano a casa è chiaro e semplice: la sofferenza è finita, il sacrificio è valso la pena.”

Scrisse all’epoca Tiziano Terzani.
E così, vent’anni dopo le Olimpiadi di Seul, i suoi abitanti pagano 146 dollari per liberarsi dai pensieri in una cella da sei metri quadri.
I sudcoreani hanno venduto l’anima al diavolo – e non sembrano avere intenzione di riprendersela.
Ma poco importa, perché il resto del mondo adesso si è accorto di loro. E loro hanno smesso di essere un coniglio. O un “gambero tra due balene“. Per trasformarsi in una tigre asiatica. Ma una tigre stanca.

L’ingresso di uno dei palazzi reali del quartiere di Bukchon, affollato da turisti che affittano gli abiti tradizionali coreani per 10 dollari all’ora

[Tutte le foto sono state scattate dall’autrice dell’articolo]

Carlotta Rinaudo

Laureata in Scienze della Mediazione Linguistica, da due anni vive ad Abu Dhabi, dove si dedica alla sua più grande passione: viaggiare raccontando le storie dei posti e della gente che incontra. Come frutto di questa esperienza, nel 2018 ha creato il blog Flight Attendant Log.

Carlotta Rinaudo

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