Egitto, la violenza di Stato e l’illusione della modernità

[Traduzione a cura di Luciana Buttini dall’articolo originale di Maged Mandour pubblicato su openDemocracy]

Candele accese in memoria di Giulio Regeni, per la sua giustizia e per quella di centinaia di egiziani rimaste vittime di sparizioni forzate ogni anno. Immagine ripresa da Flick/Alisdare Hicksan in licenza CC.
Candele accese in memoria di Giulio Regeni, per chiedere giustizia nei suoi confronti e di centinaia di egiziani rimasti vittime di sparizioni forzate ogni anno. Immagine ripresa da Flick/Alisdare Hicksan in licenza CC.

Dopo il colpo di Stato del 2013, in Egitto vi è stato un aumento dell’uso della violenza di Stato e della repressione di massa. A scatenare il golpe sono stati la serie di massacri commessi da parte delle forze di sicurezza egiziane contro i sostenitori del presidente deposto, Mohamed Morsi, tra cui il più famigerato è stato quello di Rabaa in cui almeno 817 manifestanti hanno perso la vita durante il peggior episodio di violenza di Stato mai registrato prima nel corso della storia egiziana moderna.

Tale ondata di repressione si sarebbe poi diffusa fino a coinvolgere i membri appartenenti a diverse parti dello spettro politico, tra cui attivisti e blogger liberali, di sinistra e laici ma anche cittadini non politicizzati che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato; e ciò ha comportato un aumento della popolazione carceraria fino ad arrivare a quasi 60.000 prigionieri politici. Tutto questo è stato anche accompagnato da sparizioni forzate di massa e ciò che sembra essere una chiara prova di esecuzioni extragiudiziali nel Sinai, oltre all’impiego di armi pesanti nelle aree civili, causa di gravi perdite tra la popolazione locale.

È inoltre interessante notare che sebbene la violenza sia diventata una caratteristica permanente della vita di molti egiziani, il Governo e gran parte dei sostenitori appartenenti al ceto medio urbano si sono impegnati a lungo a negare l’esistenza del fenomeno.

Tali smentite non sono solo rivolte alla comunità internazionale, come ci si aspetterebbe nei regimi autocratici, ma anche alla popolazione egiziana, in particolare agli individui colti del ceto medio urbano, come si può capire dal mezzo di comunicazione impiegato. Ad esempio, le varie dichiarazioni rilasciate dal Ministero degli Esteri in risposta alle critiche da parte della comunità internazionale dei diritti umani mostrano come lo stesso non solo ha negato i risultati dei rapporti, ma ha anche criticato l’obiettività delle diverse organizzazioni per i diritti umani.

Dall’altra parte, ci sono altre dichiarazioni fatte dai politici, parlamentari e membri del Consiglio nazionale per i diritti umani che sono state fatte circolare a livello locale. Un esempio riguarda le severe smentite da parte dei membri del Parlamento in occasione della pubblicazione di un rapporto di Human Rights Watch (HRW) che condannava l’uso generalizzato della tortura nelle prigioni egiziane. Ma non si sono fermati qui e hanno addirittura affermato che nel Paese non ci sono prigionieri politici e, naturalmente, non è praticata alcuna tortura.

Anche le sparizioni di massa hanno subìto smentite, sebbene in maniera meno incisiva; ad esempio ne sono stati riconosciuti dei casi ma il tutto, di per sé, non è stato classificato come fenomeno di massa. Alcuni hanno anche dichiarato che le vittime di sparizione forzata si sono, di fatto, recate all’estero per unirsi all’ISIS e che, dunque, tale fenomeno sia un’invenzione dei Fratelli musulmani per attaccare il Paese.

Pertanto, anche se il regime sta seguendo una politica deliberata di repressione di massa e violenza, passa molto tempo a negarlo e a comunicare ai suoi sostenitori la propria adesione nominale ai Diritti Umani.

La ragione di ciò può essere attribuita a diversi fattori riguardanti la natura del regime, la Fratellanza musulmana, lo sviluppo regionale e il ceto medio urbano che vi si unisce al fine di dar vita a un concetto ideologico che rende necessarie tali smentite, sebbene la verità sia, ormai, sotto gli occhi di tutti.

In primo luogo, per iniziare a capire qualcosa, bisogna analizzare la genesi del neo regime militare che attualmente governa il Paese e la contrapposizione con il suo nemico, vale a dire i Fratelli musulmani. Nel 2013, mentre la crisi politica egiziana raggiungeva l’apice, la Fratellanza musulmana ha cambiato il tono del suo discorso politico facendolo diventare di destra e iniziando a seguire, dunque, la dura linea politica dei salafiti. Ciò ha significato anche un cambio di retorica da parte dell’organizzazione islamista verso un’altra fatta di settarismo e chiare minacce di violenza. Il tutto non ha fatto altro che rafforzare l’immagine dei Fratelli musulmani come i precursori della violenza estremista, un’immagine, questa, già saldamente affermatasi nelle menti del ceto medio urbano che presentava pregiudizi di classe dovuti al sostegno rurale nei confronti dell’Alleanza vista come incivile.

Tale paura è stata anche alimentata dagli sviluppi politici della Siria, dove l’ascesa dei gruppi radicali ha generato un ciclo di terribili atrocità lanciando campanelli d’allarme nelle menti del ceto medio urbano circa lo scoppio di una possibile violenza qualora si perdesse il controllo degli islamisti (ovvero i Fratelli musulmani) e dei rispettivi sostenitori sempre più accaniti.

Questo ha aperto la strada affinché l’esercito si autoproclamasse non solo come una forza di stabilità ma anche di modernità; una forza che userà la violenza solo se necessaria, per proteggere il Paese e, quindi, il ceto medio urbano, dalle povere fasce rurali che potrebbero far cadere la nazione nelle fauci del caos sociale e politico.

Inoltre, a differenza degli islamisti “radicali”, i militari ricorrerebbero alla violenza solo se necessaria e non prenderebbero parte né alle esecuzioni di civili innocenti e né ad atti di violenza pubblica e ritualistica, come quelli avvenuti in Siria. L’esercito è visto, sostanzialmente, come l’alternativa migliore rispetto agli oppositori attuali; questo per la loro capacità di applicazione della violenza in maniera razionale e mirata a differenza degli islamisti che minacciavano di utilizzare quella di massa contro i nemici.

Ma ovviamente, nella realtà non è stato così poiché l’esercito ha intrapreso una campagna di repressione di massa e violenza che aveva come bersaglio proprio la popolazione. Tuttavia, come si può osservare dal concetto ideologico di forza di modernità che l’esercito ha creato per sè, c’è un bisogno costante di negare questa politica, piuttosto deliberata e ovvia, di repressione di massa. Bisogna, al contrario, incolpare la Fratellanza musulmana in quanto istigatrice di “propaganda”, ogni qualvolta vengono pubblicati nuovi rapporti che denunciano le violazioni di diritti umani.

La polizia egiziana arresta un dimostrante a Il Cairo [Tareq al-Gabas/Apaimages]
Infine, si può affermare che l’accettazione di tali argomenti da parte del ceto medio urbano deriva dalla natura di questa classe e dalla sua genesi, che le ha permesso di creare un’immagine di sé stessa come spazio precursore della modernità rispetto alla mentalità delle masse incivili. In quanto tale, vedeva l’Islamista come una minaccia esistenziale alla sua storica missione civilizzatrice e l’esercito come il mezzo per ristabilire l’equilibrio. Inoltre, non potendo accettare completamente l’impiego della violenza statale su così larga scala, lo ha inserito in un paradosso delicato: il bisogno di reprimere la Fratellanza senza eccessiva violenza. Da qui, la necessità di smentire costantemente la caratteristica permanente della vita sociale e politica degli egiziani: la sempre più crescente intensità dell’indiscriminata repressione di Stato.

Le continue smentite da parte dello Stato sembrano quindi ormai quasi un tratto distintivo del ceto medio urbano e il regime rappresenta una necessità per la sua esistenza. Ciò serve per mantenere un concetto ideologico di base profondamente paradossale dove l’uso della repressione è considerato necessario ma deve essere tenuto nascosto.

Pertanto, la costante esposizione delle violazioni dei diritti umani non serve soltanto a porvi dei rimedi ma anche a mettere in evidenza l’intero concetto ideologico e costringere i sostenitori del regime ad affrontare la loro stessa ipocrisia. Inoltre, questo mostra come la violenza perpetrata dal regime sia molto più devastante rispetto a qualsiasi altra possibile atrocità commessa dalla Fratellanza musulmana.

Ciò consente di far emergere il mito della “modernità” della classe media aprendo la strada a possibili alternative nella lunga lotta contro la dittatura militare e i suoi alleati.

Luciana Buttini

Laureata in Scienze della Mediazione Linguistica, frequenta l'ultimo anno di specialistica in Lingue per la cooperazione e la collaborazione internazionale presso l'Università di Bologna. Nel frattempo lavora come traduttrice freelance dal francese e dall'inglese in vari ambiti.

Luciana Buttini

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