Balcani, il ritorno dei nazionalismi all’ombra della crisi europea

[Traduzione a cura di Elena Rubechini dell’articolo originale di Timothy Less pubblicato su The Conversation]

È evidente che l’Europa è in crisi. L’autorità centrale, l’Unione Europea, ha fallito nel proposito di unificare il continente, intromettendosi troppo nelle questioni di sovranità delle sue antiche nazioni.

La reazione che ne è derivata è drammatica: disordini civili, l’ascesa di partiti euroscettici, la sospensione degli accordi di Schengen, il secessionismo nel Mediterraneo e la decisione del Regno Unito di abbandonare.

Tuttavia, la crisi non è circoscritta all’Unione Europea. Viene sentita anche nel suo “cortile“, i Balcani, dove le speranze di unirsi all’Europa sono state di fatto troncate.

All’inizio dello scorso decennio, l’UE si era impegnata a integrare i Balcani. Non solo lo voleva la gente del luogo, ma l’integrazione offriva anche la chiave per la stabilità in una regione la cui cattiva distribuzione di popoli e confini aveva portato a quattro guerre negli anni Novanta. Con la transizione verso la democrazia e l’economia di libero mercato, la regione si è calmata e si aveva l’impressione che una volta che i Balcani fossero entrati nell’UE, il dibattito sui confini non avrebbe più avuto importanza.

Questo era il piano, un tempo. La scorsa estate, però, i leader europei, guidati dalla Francia, hanno imposto una moratoria su ulteriori allargamenti dell’UE, in attesa di una soluzione alla miriade di problemi interni: in particolare un’eurozona estremamente debole che potrebbe distruggersi alla prossima recessione.

Senza alcuna prospettiva all’orizzonte, la realtà che i Balcani affrontano è che la possibile appartenenza all’Unione Europea rimanga in sospeso per molto tempo. Ciò comporterà inevitabilmente delle conseguenze soprattutto in Serbia, lo Stato più grande e più forte della regione, e quello che finora contava sull’entrata nell’UE per far ripartire politica ed economia.

Una grave battuta d’arresto per il Kosovo

Negli ultimi anni, il presidente europeista serbo, Aleksandar Vučić, ha respinto la linea dura del nazionalismo dei Governi precedenti. Ha preso le distanze dalla Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina e si è offerto di riconoscere il Kosovo, che si è staccato unilateralmente dalla Serbia nel 1999. In cambio spera di ottenere la simpatia degli europei e di vedersi aprire le porte dell’Europa.

Ma con l’ampliamento ormai cancellato, verranno rifatti i conti. La Serbia non ha più incentivi a trovare un accordo con il Kosovo se il vantaggio principale – l’ingresso nell’UE – è fuori questione. E non ha nemmeno una ragione convincente per respingere il desiderio espresso dai serbo-bosniaci di unirsi alla madrepatria.

La scorsa estate Angela Merkel ha dato cattive notizie ad Aleksandar Vučić. EPA.

Il rischio, piuttosto, è che i leader serbi ritirino fuori l’irrisolta questione nazionale degli anni Novanta. Il Paese sta già vivendo una rivolta popolare contro la politica di Vučić sul Kosovo. Con l’opposizione pronta a sfruttare questa rivolta e il presidente sotto pressione per cambiare la sua posizione, la politica serba si sta spostando di nuovo a destra.

Il protrarsi di questa tendenza darebbe una nuova opportunità ai serbo-bosniaci, che a un certo punto potrebbero decidere di fare un’offerta per rendersi indipendenti puntando sulla cooperazione della Serbia. Se succedesse, i serbo-croati non si farebbero attendere.

Un ritorno del nazionalismo potrebbe anche comportare l’annessione alla Serbia del Kosovo settentrionale, la cui popolazione serba guarda a Belgrado per salvarsi dalla maggioranza albanese sempre più insoddisfatta.

Ci sarebbero ulteriori conseguenze. Intimiditi dalla Serbia, gli albanesi kosovari potrebbero avvicinarsi all’Albania in cerca di protezione. I due Paesi potrebbero persino unirsi, come i rispettivi leader hanno più volte promesso: se non in un’Europa allargata, allora fuori da essa. Questo, in cambio, offrirebbe una nuova scelta geopolitica all’infelice minoranza albanese in Macedonia che proverebbe a unirsi allo Stato albanese allargato.

Se tali presupposti dovessero avverarsi, il risultato sarebbe la nascita di tre Stati nazione veri e propri, Serbia, Albania e Croazia, ognuno dei quali comprensivo di quasi tutte le rispettive comunità nazionali della regione.

Ma buona parte di questo scenario rimane imponderabile. Quanto sarebbe violento un tale processo di riordino? Cosa succederebbe agli Stati superstiti di Bosnia e Macedonia una volta staccate le minoranze? Potrebbero altri, come gli Stati Uniti, riempire il vuoto creato dagli europei e stabilizzare la regione?

Sfortunatamente, con gli europei occupati con i problemi in casa propria, c’è poca voglia, o possibilità, di pensare più di tanto al rischio di un conflitto nei Balcani. Al contrario, la posizione dell’UE rimane quella di insistere con l’obiettivo dell’integrazione, almeno dal punto di vista formale, anche se i suoi politici più potenti lo ripudiano pubblicamente.

A meno che l’UE non ritrovi la stabilità e riveda la politica di allargamento, la prolungata crisi interna può quindi solo far male alla regione più fragile d’Europa.

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