India, non basta un registro con i nomi degli stupratori

[Traduzione a cura di Luciana Buttini dall’articolo originale di Suzanne Hill pubblicato su The Conversation]

Manifestazione davanti l'ospedale di Safdarjung a Nuova Delhi per fare giustizia alla ragazza vittima di uno stupro di gruppo nel dicembre 2012. Immagine ripresa da Flickr/Ramesh Lalwani in licenza CC.
Manifestazione davanti all’ospedale di Safdarjung a Nuova Delhi a favore di Jyoti Singh, la ragazza rimasta vittima di uno stupro di gruppo nel dicembre 2012. Immagine ripresa da Flickr/Ramesh Lalwani in licenza CC.

L’India, dopo aver registrato una serie di casi di stupro di elevata risonanza, ha lanciato, per la prima volta lo scorso settembre, un registro nazionale dei responsabili di violenza sessuale. I nomi dei condannati per questi crimini – tra cui stupri e molestie sessuali – saranno poi inseriti in un database accessibile esclusivamente alle forze dell’ordine e non al pubblico.

L’obiettivo di questa nuova creazione consiste nel ridurre il numero di reati commessi nel Paese contro le donne. Eppure, un’azione simile non è che una risposta parziale al fatto di voler migliorare la sicurezza del genere femminile. Occorre, infatti, che cambino anche gli atteggiamenti culturali riguardo le aggressioni sessuali che possono influenzare e incentivare la denuncia di questi crimini.

I dati provenienti da altri Paesi dove sono state attuate simili iniziative sono contrastanti, e non sembra che i registri abbiano un impatto sui tassi di recidiva, tuttavia sembra che siano in grado di impedire i reati sessuali commessi da persone non ancora presenti sul registro. Gli studiosi rivelano che una delle ragioni risiede nel possibile prezzo che gli stessi criminali iscritti si trovano a dover pagare: la difficoltà nel trovare un impiego e un alloggio.

I nomi dei responsabili verranno aggiunti sul registro solo quando le violenze saranno denunciate e sarà emanata la rispettiva condanna. A livello mondiale, i tassi di denuncia dei crimini variano notevolmente e vanno da circa uno su cinque nel Regno Unito ad appena uno su 50 in India. All’inizio di ottobre, due uomini sono stati arrestati in seguito al presunto stupro di una donna mentre faceva il bagno nel Gange; eppure, il loro arresto è arrivato solo dopo la comparsa di un video sui social. Non è stata la donna, infatti, a denunciare la presunta violenza ricevuta.

In un recente studio, io e la mia collega Tara Marshall, abbiamo messo a confronto gli atteggiamenti degli individui circa le violenze sessuali in Gran Bretagna e in India nel tentativo di comprendere quali siano le problematiche di fondo che influenzano negativamente i tassi di denuncia.

Tempo di cambiare. Rajat Gupta/EPA

Atteggiamenti culturali

In India, le vittime di violenza sessuale vengono spesso accusate di crimini commessi nei confronti dei loro aggressori. Uno dei casi di stupro più eclatanti è avvenuto nel dicembre 2012 e riguarda Jyoti Singh, nota anche come la figlia dell’India, la ragazza stuprata e assassinata da una gang a Nuova Delhi. Sebbene, infatti, in tutto il Paese ci siano stati movimenti a sostegno della giovane, gran parte dell’opinione pubblica l’ha accusata di essere stata in giro fino a tarda notte e, persino, di essersi ribellata ai suoi stupratori.

Opinioni simili rappresentano una sorta di “accettazione del mito dello stupro”– un insieme di convinzioni che tendono a incolpare le vittime degli abusi sessuali ricevuti. Secondo quest’ottica, le donne che indossano abiti scollati o bevono alcolici meritano di subire trattamenti simili. Lo studio rivela, anche, che questi “luoghi comuni” sono uno dei motivi per cui tali reati, spesso, non vengono denunciati. Ciò vale in tutto il mondo, ma soprattutto in India.

Nel nostro studio, abbiamo chiesto a gruppi di uomini e donne indiani e britannici di esaminare una serie di valori e di classificare il loro consenso su una scala da uno (fortemente contrario) a sette (pienamente d’accordo). Abbiamo anche chiesto quale fosse il loro atteggiamento nei confronti delle donne con frasi del tipo: “una donna non dovrebbe aspettarsi di godere della stessa libertà di un uomo”; ma anche sul sessismo: “la maggior parte delle donne interpretano commenti o azioni innocenti come sessisti”. Infine, abbiamo domandato loro se fossero d’accordo con l’accettazione del mito dello stupro: “le donne, spesso, affermano di aver subito uno stupro per proteggere le loro reputazioni”.

Abbiamo così creato dei punteggi sugli atteggiamenti nei confronti delle donne, l’accettazione del mito dello stupro e il sessismo. Dei 112 indiani e dei 117 britannici intervistati, i punteggi dei partecipanti indiani erano quasi il doppio rispetto a quello degli inglesi e ciò significa che tra di loro si ha più accettazione del mito dello stupro e dei ruoli tradizionali.

Sessismo ostile

Nelle interviste a entrambi i sessi, abbiamo osservato un chiaro legame tra gli atteggiamenti tradizionali nei riguardi delle donne – come il fatto di doversi preoccupare dei loro doveri di madre mentre gli uomini vanno a lavoro – e l’accettazione del mito dello stupro, che ha ottenuto punteggi maggiori.

Altri studi, sempre in India, hanno rivelato anche che le forti convinzioni sul ruolo appropriato per le donne – come quello di non lavorare ma piuttosto di prendersi cura della casa e della famiglia- sembra accrescere l’accettazione di colpevolizzare la vittima.

Abbiamo, inoltre, chiesto ai partecipanti un parere circa l’accettazione di altri fenomeni come il “sessismo ostile”, ovvero la convinzione che le donne devono essere punite qualora non si attengano ai ruoli tradizionali. Nel nostro studio, i partecipanti indiani sembravano a favore del sessismo ostile per il 60% in più rispetto alla controparte britannica. E nella nostra scala era proprio il sessismo ad avere legami con l’accettazione del mito dello stupro, un rapporto, questo, che rivela che quanti ritengono giusto il fatto di dover punire le donne che non rispettano i loro ruoli tradizionali sono più propensi a credere che la colpa dello stupro sia da addossare a loro.

I nostri risultati ci mostrano che ogni azione mirata ad affrontare i fattori alla base di questo problema, quali gli atteggiamenti tradizionali della società nei confronti delle donne, potrebbe condurre ad accettare meno il mito dello stupro e, forse, a denunciare le violenze sessuali.

La mossa dell’India di voler introdurre un registro dei criminali sessuali è un chiaro passo verso il miglioramento della sicurezza delle donne che dovrebbe iniziare a scoraggiare gli individui dal commettere violenze, oltre a ridurre lo stigma che ruota attorno agli abusi sessuali. Tuttavia, c’è ancora molta strada da fare per poter affrontare le convinzioni culturali sulle violenze al fine di permettere, poi, a più donne di sentirsi capaci di farsi avanti e denunciare i reati.

Luciana Buttini

Laureata in Scienze della Mediazione Linguistica, frequenta l'ultimo anno di specialistica in Lingue per la cooperazione e la collaborazione internazionale presso l'Università di Bologna. Nel frattempo lavora come traduttrice freelance dal francese e dall'inglese in vari ambiti.

Luciana Buttini

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