Mali, capire i motivi dell’estremismo per costruire la pace

[Traduzione a cura di Luciana Buttini dall’articolo originale di Harriet Lamb pubblicato su openDemocracy]

La recente ondata di attacchi estremisti in Mali ha messo nuovamente in risalto la necessità di rivedere l’approccio alla sicurezza militare, unico mezzo impiegato come risposta al terrorismo nel Sahel.

A fine giugno, il Paese ha assistito ad attacchi non solo contro le forze francesi ma anche nei confronti del quartier generale della forza congiunta del G5 Sahel, un’iniziativa anti-terrorismo costituita da cinque Paesi della regione volta a combattere i ribelli jihadisti e i gruppi criminali. Gli attacchi hanno gettato un’ombra sul summit dell’Unione Africana in Mauritania, che in quei giorni era impegnata ad accogliere il presidente francese Emmanuel Macron, arrivato con l’intento di discutere dei vari problemi urgenti legati alla sicurezza della regione.

I dati ci mostrano che, rispetto all’intero 2017, nei primi quattro mesi del 2018 sono state molte di più le persone rimaste uccise negli attacchi terroristici in Mali. Tale violenza stringe il Paese dal 2012, anno in cui nel Nord scoppiò una ribellione armata guidata da jihadisti tuareg legati ad al-Qaeda. In un contesto simile appare estremamente difficile anche attuare l’accordo di pace negoziato nel 2015 tra il Governo maliano e i ribelli tuareg. Inoltre, la missione di pace delle Nazioni Unite istituita nel 2013 e nota come MINUSMA, registra il più alto tasso di vittime al mondo tra questo tipo di missioni.

I membri di un'Unità di Polizia Costituita (FPU) senegalese del MINUSMA mentre partecipano alla formazione per il mantenimento e il ripristino dell'ordine pubblico presso l'Accademia di polizia a Bamako. Immagine ripresa da Flickr/UN Mission in Mali in licenza CC. Alcuni diritti riservati.
I membri di un’unità di polizia senegalese del MINUSMA mentre partecipano alla formazione per il mantenimento e il ripristino dell’ordine pubblico presso l’Accademia di polizia a Bamako. Immagine ripresa da Flickr/UN Mission in Mali in licenza CC

Si sente, pertanto, un disperato bisogno di ridiscutere la questione della sicurezza in Mali. Altrettanto urgente, per poter raggiungere con successo la stabilità, appare la necessità di capire innanzitutto quale sia il motivo che spinga le persone a unirsi a gruppi armati. Se non si affrontano, infatti, le cause profonde del conflitto, qualsiasi sforzo volto alla costruzione della pace in Mali risulterà impossibile.

Il Mali lotta da tempo contro una serie di problemi quali debole governance, povertà, disoccupazione giovanile, siccità e insicurezza alimentare. L’anarchia e l’emarginazione hanno contribuito a inasprire le tensioni etniche. Anche i bambini sono costretti ad affrontare un futuro incerto a causa della chiusura di sempre più scuole in alcune zone del Paese da parte dei jihadisti. I confini “porosi” del Mali, da sempre crocevia di armi, droga ed esseri umani sono ora oggetto di grandi preoccupazioni in materia di sicurezza, percepiti non solo nella stessa regione ma anche a livello mondiale.

Nel tentativo, dunque, di capire che cosa sta succedendo e perché, l’organizzazione non-profit International Alert si è recata presso diverse comunità, attualmente impegnate nella lotta contro l’estremismo violento nella regione del Sahel, per chiedere ai giovani dei gruppi nomadi Fulani il motivo che li spinge a decidere di unirsi o meno a gruppi armati.

Le risposte raccolte hanno poco a che fare con le ideologie religiose. La stragrande maggioranza degli intervistati in Mali, Niger e Burkina Faso ha accusato fortemente l’incapacità dello Stato di garantire sicurezza e servizi.

Secondo loro, sono proprio la corruzione e gli abusi commessi impunemente da parte delle autorità statali a spingere alcuni giovani ad unirsi ai gruppi armati. La missione delle Nazioni Unite in Mali, lo scorso fine giugno, ha riferito che le truppe maliane del G5 Sahel, a seguito dell’uccisione di un soldato avvenuta a maggio, avevano giustiziato 12 civili al mercato del bestiame di Boulkessy.

Episodi simili causano sentimenti di rivendicazione che i gruppi estremisti violenti impiegano come strumenti per incitare le comunità ad adottare un modello sociale e politico alternativo ispirato alla Sharia.

Dalla nostra intervista traspare anche una totale mancanza di fiducia nelle forze armate e di sicurezza presenti tra le comunità. E tale assenza si respira tra tutti i gruppi della società, il che contribuisce solo ad alimentare e inasprire le tensioni etniche.

È dunque importante trovare i giusti mezzi per riuscire a ricostruire la fiducia tra le comunità e le forze di sicurezza, e il dialogo è un modo per tentare di arrivarci. International Alert, negli ultimi anni, ha istituito e sostenuto forum locali che, per la prima volta, vedono riuniti uomini, donne e giovani, tutti accomunati da un’unica paura: l’esercito maliano.

Durante un recente soggiorno in Mali, ho preso parte a uno di questi forum. Attorno al tavolo vi erano riuniti i rappresentanti di agricoltori e selvicoltori, insieme a diverse comunità religiose. Uno dei partecipanti mi ha raccontato che, dopo l’uccisione di un suo amico fulano da parte delle forze di sicurezza, era così tanta la rabbia che aveva deciso di unirsi ai gruppi armati. Ma alla fine, quando ha capito che la loro visione si discostava così tanto da quella dell’Islam in cui credeva, si è tirato indietro. Oggi fa parte di un gruppo di leader coraggiosi della comunità che si riuniscono regolarmente per discutere di questioni locali con le forze di sicurezza.

Un’altra partecipante mi ha detto che non le era mai capitato prima di sedersi in una stanza a parlare con l’esercito. Ha poi continuato, “quest’esperienza ha cambiato l’idea che avevo su di loro e sul loro ruolo di protezione nei nostri confronti. Ora capisco che anche loro hanno dei problemi”.

A livello locale tale iniziativa ha riscontrato successo, ma secondo ciò che mi hanno riferito i partecipanti, il cammino verso la costruzione della fiducia deve essere intrapreso in maniera più ampia. Il sostegno militare internazionale in Mali è guidato, in realtà, dal desiderio di stabilizzare la regione, respingere i gruppi armati, riaprire le scuole e ripristinare lo Stato. Tuttavia, per riuscire a raggiungere quest’obiettivo nel lungo termine in una di queste zone, tali forze devono conquistare la fiducia e il sostegno delle comunità che vogliono servire.

La forza congiunta del G5 Sahel è senza dubbio la colonna portante del processo di stabilizzazione nella regione, ma di questo deve assumersi le piene responsabilità altrimenti rischia di compromettere il suo obiettivo volto a ridurre la violenza. In caso contrario contribuirebbe all’indebolimento della stabilità regionale. L’Unione Europea e il governo britannico devono assicurare che il loro sostegno nei confronti della forza congiunta vada al di là della semplice fornitura di fondi e formazione. Devono, inoltre, insistere su tutto ciò che possa assicurare alla popolazione locale percorsi appropriati per costruire la fiducia nel tempo.

Per poter affrontare le cause profonde del conflitto bisogna anche provvedere a maggiori investimenti. Spetta proprio alla comunità internazionale il compito di sostenere il governo maliano al fine di migliorare l’accesso alla giustizia, ridurre le disuguaglianze e creare nuove opportunità di lavoro per i giovani. Senza queste soluzioni a lungo termine, la pace resterà sempre un qualcosa di irraggiungibile.

Luciana Buttini

Luciana Buttini

Laureata in Scienze della Mediazione Linguistica, frequenta l'ultimo anno di specialistica in Lingue per la cooperazione e la collaborazione internazionale presso l'Università di Bologna. Nel frattempo lavora come traduttrice freelance dal francese e dall'inglese in vari ambiti.

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