Quei volti anonimi sospesi tra cielo e mare

Questo mese non voglio parlare dell’ignoranza che regna sovrana, anche al potere. Né del decadimento della politica. Ridotta a facili e odiosi populismi, o a muscolari prove di forza a danno dei deboli ma anche degli incolti che lodano parole e azioni illecite, illegali, condannate dal buon senso e dalle legislazioni internazionali.

E nemmeno della volgarità che – ormai da tempo – caratterizza il linguaggio pubblico amplificato da questi tristi social in cui si riesce a mettere il peggio di sé come negli strascichi di una relazione amorosa finita male. O dei deputati velisti che prendono per i fondelli noi e le Istituzioni. Non voglio neanche ricordare che “’O pesce fèta d’’a capa” (Il pesce puzza dalla testa) e quindi chi oggi sta lì a decidere per tutti (ahimè) non è altro che il risultato di una società malata e bisognosa di tante, tante cure.

Una società arrogante e schizofrenica. Una società opulenta ma con 5 milioni di persone in povertà assoluta; che può vantare una cultura millenaria ma dove 6 italiani su 10 non leggono neanche un libro all’anno (e tra loro, per ammissione, anche chi vuole governarci). Una società dove meno sai più parli. Una società che non sa costruire il futuro per sé (250.000 italiani sono volati all’estero nell’ultimo anno) e non vuole nemmeno assicurarlo ad altri. Tranne poi utilizzarne lavoro da schiavi nelle piantagioni di pomodori, questo lo Stato non lo guarda? Oppure “usare” le donne nigeriane, schiave per sempre, della loro gente che le obbliga a battere e dei maschi italiani a cui piace trastullarsi. Le aiutano a casa nostra.

No, insomma, non è di queste quisquilie che voglio parlarvi. Questo mese voglio soffermarmi su una fotografia. È datata 1932 ed ha un titolo: Lunch atop a skyscraper. Una delle foto storiche del secolo scorso. Rappresenta 11 uomini mentre consumano il loro pranzo nella pausa di lavoro della costruzione di una delle torri del Rockefeller Center a Manhattan. Sono a 260 metri di altezza, seduti su una struttura d’acciaio larga pochi centimetri. Qualche tempo fa c’è stata una campagna per l’identificazione di questi operai, ma solo a due è stato possibile (ancora con qualche dubbio) dare un nome.

Restano anonime figure abbracciate al loro destino. Italiani, irlandesi, polacchi, le nazionalità sì, si possono e sono state ricostruite. Era quella manovalanza povera e disperata che aveva visto nell’America il futuro. Ma è l’America che grazie a loro ha costruito il suo futuro. Ed è quello che accade da sempre.

L’Egitto dei faraoni era splendido e moderno grazie al lavoro – fino ad esaurimento e morte – degli schiavi. La rivoluzione industriale fu resa possibile dallo sfruttamento di uomini miseri, l’oro e i diamanti che indossiamo sono macchiati di sangue e dell’assenza di pietà che porta bambini piccolissimi nelle miniere, succubi dell’avidità altrui.

Persone senza nome, spesso senza volto. I “dannati della terra” sulle cui spalle sono state erette torri, cattedrali, ricchezze, imperi. Oh, certo, erano salariati gli uomini seduti su quell’asse di ferro a 260 metri di altezza. Erano salariati, ma vivevano in catapecchie, ammassati gli uni sugli altri e in condizioni che definire insalubri è un eufemismo. Certo, magari i figli dei loro figli, hanno poi realizzato il “sogno americano”. Certo, la scalata sociale ne ha mandato anche qualcuno al Congresso e persino alla Casa Bianca.

Il problema è che molto poco è cambiato nel modo di pensare nel profondo. L’altro continua ad essere un nemico (a fasi alterne e periodi storici diversi: l’irlandese, l’ebreo, l’italiano, il messicano, l’albanese, il rom, il nero – quest’ultimo è una costante).

L’altro è quello da sfruttare, umiliare, a volte annettere con qualche concessione. L’altro è la rovina (in realtà, la fortuna) dell’uomo ricco e di potere, dell’upper-middle class. L’altro mette in confusione gli assetti “naturali” delle cose (in realtà, obbliga a interrogarsi e a riflettere). L’altro è un in(utile) fastidio. L’altro… siamo noi.

Dovunque andiamo – partendo comodamente in aereo oppure su un barcone – siamo l’altro. Un altro che non ha affrontato deserti e prigioni, che non ha costruito grattacieli rischiando ogni giorno di schiantarsi al suolo – la media era calcolata a piani, ogni piano uno o due possibili incidenti, ma in basso c’era se mprequalche altro disperato di lavoro che aspettava di poter rimpiazzare chi era volato giù.

Un altro che non lascerà forse grandi segni, tranne sentenze cattive e stupide su Facebook. Un altro che siede in Parlamento ma se si trovasse in Africa – da solo – sarebbe perso. Uno, perché probabilmente non conosce nessuna lingua tranne la sua (gli africani, invece, ne parlano in media 2, 3 o anche 4). Due, perché scoprirebbe che tutto quello che pensava e diceva è contrario alla realtà e gli toccherebbe resettare il cervello per capirci qualcosa.

Un altro che, nel ruolo di massima carica degli Stati Uniti, sbava idiozie dimenticandosi di non essere “americano” neanche lui. Un altro che ostenta crocifissi e del quale ci si può obiettivamente domandare in che stato di coscienza si trovi.

Quali grattacieli hanno costruito questi altri che odiano gli altri? Quali paure hanno attraversato pur di provare a costruirsi un’altra vita? Quali ostacoli? Quanti dinieghi? Quante amarezze?

C’è più valore in volti anonimi messi lì per una fotografia di propaganda (serviva a pubblicizzare il grande centro Rockefeller) che in persone con nomi oggi altisonanti ma destinati a finire nel buio della Storia.

[Per chi fosse interessato alle vicende che fanno da sfondo alla  foto “Lunch atop a skyscraper”, questo è il link al documentario]

Antonella Sinopoli

Giornalista professionista. Scrive di Africa anche su Ghanaway e altre riviste specializzate. Si interessa e scrive di questioni che riguardano il continente africano, di diritti umani, questioni sociali. Ha viaggiato molto prima di fermarsi in Ghana e decidere di ripartire da lì. Ma continua ad esplorare, in uno stato di celata, perenne inquietudine. Poiché il mondo è troppo grande per una vita sola, ha scelto di viverne tante. Direttore responsabile di Voci Globali. Fondatrice del progetto afrowomenpoetry

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