Ceuta e Melilla, frontiere di morte nell’indifferenza del mondo

Mark Rothko, "Four Darks in Red", 1958
Mark Rothko, “Four Darks in Red”, 1958

Il fenomeno migratorio è tornato ad essere raccontato, a partire dal 2017, con toni allarmistici e quasi sempre problematici, trasformando in emergenza quello che emergenza non è.

E alimentando così una spirale di rabbie e paure condivise, che sul declino di una presunta “civiltà occidentale” ha costruito nel tempo muri difensivi e stereotipi rispetto allo “straniero invasore” che ne minaccerebbe l’identità.

La realtà è che la percentuale dei migranti in Italia in rapporto alla popolazione è appena dell’ 8 per cento (5 milioni gli immigrati regolari; contando gli irregolari non si va sopra il 10 per cento) mentre la percezione che ne hanno gli italiani è ben superiore: secondo il Rapporto Italia 2018 dell’Eurispes, per più della metà del campione degli intervistati l’immigrazione avrebbe un’incidenza del 16%, mentre per il 25,4% del campione salirebbe al 24% (cioè si ha la percezione che un residente su quattro non sia italiano).

In questa visione distorta dei fatti c’entra molto, naturalmente, la comunicazione passata nei media: basti pensare che al centro dell’agenda dei telegiornali – secondo quanto riportato dal V Rapporto sulla Carta di Roma “Notizie da paura” c’è stato il racconto dei flussi migratori: quasi 1 notizia su 2 è stata dedicata alla gestione degli arrivi nel Mediterraneo.

Non solo. Nel 2017, i telegiornali Mediaset hanno dedicato 1 notizia su 2 dell’immigrazione alla criminalità e alla sicurezza (53%). Mentre nei tg di Rai e La7 la criminalità ha pesato rispettivamente per il 22% e 25%.

Queste forzature e semplificazioni fanno parte integrante di un flusso di informazioni spesso frammentato, che si inserisce in un quadro in cui vengono totalmente dimenticate dai media le grandi crisi umanitarie di oggi, come Eritrea, Burundi, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Mali, Bacino del Lago Chad, Vietnam e Perù.

Sul tema migratorio, in particolare, troppo facilmente ci si scorda che le rotte più battute dai flussi migratori non sono dall’Africa verso l’Europa, ma dal Messico verso gli Stati Uniti, e dall’India all’Arabia Saudita.

Non solo. Di 258 milioni di persone al mondo che sono migranti, in Italia ce ne sono appena 5 milioni. E la maggior parte non arriva dall’Africa, come è nella percezione comune, ma dall’Europa dell’Est.

Tuttavia, il fenomeno migratorio continua ad essere raccontato in maniera del tutto parziale e provinciale: le notizie che riguardano l’immigrazione sono focalizzate per lo più sulla rotta che dalla Libia porta alle coste del Sud Italia.

Il paradosso è che è quasi totalmente assente nella stampa e nei telegiornali nostrani la delicata situazione che riguarda le enclave spagnole di Ceuta e Melilla, poste lungo la costa settentrionale del Marocco, vicino allo stretto di Gibilterra: due punti del continente africano che sono i più vicini alla Comunità Europea e certo parecchio emblematici di come l’Unione Europea abbia tentato negli anni di gestire l’emergenza migratoria in termini più che altro securitari.

Ceuta e Melilla sono infatti divisi dal Marocco con una doppia rete metallica alta tre metri (poi raddoppiata a sei), lunga quasi dieci km intorno a Ceuta e più di 8 km intorno a Melilla, barriere, queste erette rispettivamente nel ’97 e nel ’98.

Veri e propri muri di filo spinato e lame di metallo, con torri di avvistamento, sistemi di videosorveglianza, illuminazione ad alta intensità, e torri di controllo, muniti di camminamenti interni per i soldati della Guardia Civil e costante pattugliamento delle forze di polizia spagnole e marocchine.

Obiettivo, quello di arginare i flussi migratori che a partire dagli anni ’90 hanno visto moltissimi migranti subsahariani tentare di passare il confine per raggiungere l’Europa. Una delle frontiere più militarizzate del Vecchio Continente, eretta con il consenso dell’agenzia europea Frontex, e di cui si è parlato pochissimo già dalla loro costruzione.

Era il 1986 quando la Spagna entrava nell’UE; cinque anni dopo (1991) aderiva all’Accordo di Schengen: alla caduta dei controlli sulla circolazione delle persone alle frontiere interne all’UE, corrispose il rafforzamento di quelli alle frontiere esterne. Ceuta-Melilla, frontiera di fatto euro-africana, diventò in breve anche frontiera esterna dell’area Schengen.

Con uno “statuto speciale” da un punto di vista giuridico: nel 1995 le due enclaves spagnole guadagnavano formalmente lo status di Città Autonome, luogo per lo più di passaggio verso il Vecchio Continente, ma con controlli alle frontiere sempre più serrati.

Dalla metà degli anni ’90 i flussi migratori si intensificano: molti africani, asiatici, curdi e indiani cercarono di passare il confine e toccare il territorio spagnolo.

La Spagna risponde alla crescente pressione migratoria inasprendo la legislazione in materia di immigrazione e rafforzando le sue frontiere.

 

Stando ai numeri riportati dal Ministero degli Interni di Madrid, nei primi sei mesi del 2017, più di 3mila migranti irregolari sarebbero entrati in Spagna attraverso le enclave di Ceuta e Melilla.

Il primo grande tentativo massiccio di migrazione verso l’Europa si è avuto nel 2005: alcuni uomini, nel tentativo di passare la “grande muraglia d’Europa”, rimasero uccisi.

Più di 700 organizzazioni umanitarie sottoscrissero una petizione con la quale chiesero l’istituzione di una Commissione Internazionale d’inchiesta che verificasse le responsabilità sui fatti di Ceuta e Melilla.

La risposta da parte dell’autorità fu un rafforzamento delle barriere già esistenti e l’adozione di concertine dotate di lame taglienti per dissuadere ogni tentativo di entrare nelle enclaves.

L’anno successivo a quei drammatici eventi, Amnesty International denunciò come i diritti dei migranti fossero violati e che la verità dei fatti non fosse emersa, esprimendo perplessità sulla mancanza di necessarie garanzie di obiettività nella conduzione delle inchieste.

Nell’estate del 2006 l’Unione Europea stanziò un fondo di circa 70 milioni di euro da destinare al Marocco per sostenere il “Programme d’urgence de soutien au développement institutionnel et à la mise à niveau de la stratégie migratoire présentée par le gouvernement marocain”. Obiettivo, mettere a punto sistemi di controllo delle frontiere idonei e perfezionare il quadro giuridico marocchino.

Ma nonostante negli anni successivi i tentativi di passare la frontiera fossero diminuiti, non si attenuò mai la violenza della polizia spagnola e di quella marocchina.

Nel 2012, ancora un tentativo che conquistò la cronaca dei giornali: centinaia di migranti riuscirono ad entrare a Melilla.

Due anni dopo, una nuova tragedia: il 6 febbraio 2014, 300 migranti di origine subsahariana tentarono di nuotare, a partire dalle 7 del mattino, fino alla spiaggia di El Tarajal, approfittando della bassa marea, muniti di  giubbotti di salvataggio e giubbotti rudimentali fatti con bottiglie di plastica, senza che le forze marocchine riuscissero a fermarli.

Ad intervenire con la forza fu invece la Guardia Civil, dalla terraferma: secondo la documentazione prodotta dalle ONG locali le morti registrate al Tarajal furono provocate dall’uso eccessivo di armi anti-sommossa.

In quella circostanza 15 persone morirono al confine fra Ceuta e il Marocco.

Eldiario.es su quei drammatici eventi  costruì un ampio progetto di ricerca multimediale, “Le morti di Ceuta“, ancora on line, in cui venne ricostruita in dettaglio la dinamica della vicenda, e furono raccolte alcune testimonianze di sopravvissuti disponibili a parlare e a dare la loro versione dei fatti. Che naturalmente apparve molto diversa da quella ufficiale.

Nel sito si dà anche conto delle diverse versioni del Governo, sottolineando come questo possa arrivare a mentire ai cittadini per nascondere le illegalità e le violazioni dei diritti umani.

Dal Centro de Estudios y Documentación sobre inmigración, racismo y xenofobía è possibile consultare il dossier “Playa de Tarajal, Ceuta, España. 6 febrero 2014 – Dossier”.

La violenza della polizia però non si ferma. Qualche mese dopo, la ONG Prodein diffonde un video che mostra la violenza esercitata a Melilla il 20 ottobre 2014 da un gruppo di agenti nei confronti di un migrante camerunense.

 

Secondo quanto riportato da El Faro de Melilla del dicembre scorso, il Barcelona Centre for International Affairs (Cidob) ha lanciato un appello ai parlamentari, affinché il Governo consideri come priorità “la revoca delle norme che consentono i respingimenti in massa dei migranti alla frontiera di Ceuta e Melilla, in modo da varare una riforma radicale entro il 2018”, sulla base del fatto che la politica spagnola dei respingimenti e delle espulsioni di massa si limita a deviare le “rotte” senza risolvere il problema dell’immigrazione; alimenta il mercato mafioso dei trafficanti alle frontiere dei Paesi di transito e di sosta; limita l’accesso all’asilo e viola i diritti umani fondamentali dei migranti.

E mentre molta parte della stampa e i media sono distratti, i documentaristi si sforzano di dare uno sguardo più profondo alle tragedie consumante intorno a questi “muri dimenticati”: Les sauteurs, è un film danese che “affida” le riprese sulla vita dei migranti in un accampamento vicino a Melilla ad Abou Bakar, un giovane che proviene dal Mali e che vuole andare in Europa.

Nel documentario, momenti drammatici, come la morte di un amico del “ragazzo con la telecamera”, mentre sfida la frontiera.

 

Nella bandiera di Melilla, dove campeggia su sfondo azzurro lo stemma della città, è riportata la scritta “Non plus ultra”, quasi a ribadire l’invalicabilità di un confine-barriera, che nonostante tutto continua ad essere sfidato perché troppo radicali sono le disuguaglianze fra le due parti del mondo.

Fra l’1 e il 2 gennaio 2017 ancora un tentativo disperato di più di mille migranti per lo più provenienti dall’Africa subsahariana di varcare la barriera di filo spinato che separa il Marocco da Melilla, a cui fa seguito un durissimo scontro con la polizia marocchina. Anche su questo, quasi nulla passa nei media occidentali.

La Comisión Española de Ayuda al Refugiado nel suo ultimo report fa il punto sulle falle del sistema di accoglienza e inclusione delle persone rifugiate e sui chiaroscuri dell’informazione che li riguardano.

A Ceuta, nell’agosto 2017 1000 migranti tentano l’assalto al muro.

Interessante notare come proprio a Ceuta abbia toccato appena quota 220 le domande di protezione internazionale nel 2016. Eppure il timore dell’invasione non è mai diminuito.

Il dibattito su come rispondere alla pressione migratoria, vissuta dall’opinione pubblica con paura, è oggi aperto, mentre l’UE e i suoi Stati membri tentano disperatamente di intensificare gli sforzi per fissare il perimetro di una politica migratoria europea efficace. 

Ma Ceuta e Melilla continuano ad essere parole tabù. Secondo il lavoro fatto dall’Associazione Carta di Roma nel 2017 sui titoli apparsi su quotidiani settimanali e riviste, nazionali e locali, in Italia, le parole più adoperate sono state “migrante” e “profugo”, utilizzati rispettivamente 2.455 (17% dei titoli) e 1.322 volte (9% dei titoli), mentre a livello dei luoghi, quelli più menzionati dalla stampa sono stati Italia, Libia, Ue, Roma, Milano, Lampedusa, Austria, Brennero, Mediterraneo, Francia, Sicilia, Ventimiglia, Torino.

I “muri della vergogna” e il silenzio dei media su questi lasciano però aperto l’interrogativo su come la “civiltà occidentale” si stia evidentemente sempre più perdendo, arroccata in una difesa impraticabile quanto illegittima.

Consapevole della sua fragilità e dell’impossibilità di fermare movimenti epocali di migranti che ci accomunano tutti, semplicemente in quanto esseri umani che hanno il diritto di vivere dove desiderano, dove si sentono più a casa.

Elena Paparelli

Elena Paparelli

giornalista freelance, lavora attualmente in Rai. Ha pubblicato tra gli altri i libri “Technovintage-Storia romantica degli strumenti di comunicazione” e “Favole per (quasi) adulti dal mondo animale”.

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