Corridoi umanitari, salvare vite umane in sicurezza e legalità

I corridoi umanitari rappresentano un esempio concreto di quanto la società civile, le associazioni, le istituzioni possano fare bene quando collaborano per affrotare la questione rifugiati.

Dal 2016 a oggi, grazie ad un accordo tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese, il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale e quello dell’Interno, più di mille profughi sono riusciti ad arrivare sul nostro territorio in sicurezza e legalità.

Il progetto-pilota è frutto di un protocollo di intesa sottoscritto nel 2015 dal ministero degli Affari Esteri e dal ministero degli Interni con le associazioni promotrici e fino ad oggi ha operato per evitare stragi in mare.

Il motore propulsore di questa iniziativa è, infatti, proprio la voglia di mettersi in azione dinanzi a tante – troppe – morti nel mare Mediterraneo, verificatesi soprattutto a partire dal 2013. Si è fatta strada la necessità di “reagire a questo problema iniziando intanto, come società civile, ad agire con un canale sicuro per le persone che si trovano in Paesi terzi confinanti con quello di origine dal quale si fugge”. Così spiega il professore Paolo Morozzo della Rocca, esperto e responsabile legale dei corridoi umanitari della Comunità di Sant’Egidio.

Il modello dei corridoi umanitari è legato al concetto di sponsorhip. L’idea è che non sia solo lo Stato ad occuparsi di quali e quanti profughi far venire sul nostro territorio. La società civile, in questa formula di accoglienza, può giocare un ruolo primario. Cittadini, associazioni, enti no-profit, parrocchie hanno la possibilità di intervenire nel fenomeno migratorio da protagonisti. Possono, quindi, farsi garanti dell’accettazione e del trattamento dei migranti mettendo a disposizione risorse e soluzioni.

È l’accoglienza diffusa, “fatta di persone che sono vicine ai profughi, che formano un nucleo umano affettivamente coinvolto nell’accogliere”. Le parole del professor Morozzo della Rocca risuonano come una speranza, un segnale di atteggiamento inclusivo e aperto nei confronti del fenomeno migratorio. Le risposte della rete locale, infatti, ci sono state in varie parti d’Italia. La coesione sociale, ci spiega, ha funzionato e ha prodotto piccole, ma significative storie di integrazione.

I corridoi umanitari si rivolgono alle persone vulnerabili che si trovano costrette a vivere nel limbo dei Paesi terzi, come Libano, Marocco, Etiopia, dai quali sperare di scappare soprattutto attraverso i pericolosi viaggi in mare.
L’attenzione alla vulnerabilità dei profughi è al massimo livello. Tutto comincia proprio sul posto dove si trovano i migranti. Qui associazioni e interlocutori individuano una lista di potenziali beneficiari dell’operazione. Si tratta soprattutto di persone particolarmente fragili, scelte di concerto con gli operatori della Comunità di Sant’Egidio e delle altre associazioni proponenti il progetto. Donne sole, bambini, anziani, malati, disabili, vittime di torture sono tra i beneficiari privilegiati.

Profughi arrivati con corridoi umanitari- Foto da Pagina Twitter OnuItaliaProfughi arrivati con corridoi umanitari- Foto da Pagina Twitter OnuItalia
Profughi arrivati con corridoi umanitari- Foto da Pagina Twitter OnuItalia

L’operazione non è completamente oggettivata, poiché è molto importante valutare proprio il percorso migratorio, la storia, il contesto di ogni singolo profugo. Le condizioni familiari, per esempio, sono considerate prioritarie e spesso i nuclei familiari sono favoriti in questa selezione. Si ha cura, quindi, di non dividere legami parentali stretti e consentire il viaggio a parenti o a singole persone che possono ricongiungersi con genitori, mariti, moglie, figli, fratelli già presenti sul territorio italiano.

Una volta composte le liste, queste vengono sottoposte alla conoscenza delle autorità consolari italiane e dei Paesi coinvolti, affinché avvenga un controllo. I consolati che si trovano negli Stati interessati rilasciano “visti con validità territoriale limitata”, secondo quanto disposto dall’art.25 del Codice umanitario dei visti. I profughi, dunque, possono arrivare in Italia attraverso voli sicuri, senza rischi di morte, sofferenza, sfruttamento. Grazie alla concessione del visto, sono infatti protetti legalmente e possono procedere con la domanda di asilo.

I corridoi umanitari si prefiggono proprio di contrastare in modo concreto la mafia degli scafisti e dei trafficanti di uomini, abbattendo i costi del viaggio dei profughi. Chi decide di utilizzare i disperati barconi per fuggire, molto spesso è costretto a dilapidare i risparmi di una vita, aumentando la sua condizione di povertà.
Sicurezza e legalità, parole tanto invocate in questi ultimi anni da politici e società civile quando si discute di migrazione, sono dunque garantite. E l’integrazione diventa possibile.

Una volta giunti in sicurezza in Italia, infatti, i profughi sono accompagnati in un percorso di inserimento dalle associazioni proponenti i corridoi. Ricevono, quindi, ospitalità, sostegno economico e orientamento per trovare lavoro, assistenza scolastica e legale, finanziando il tutto con fondi delle stesse associazioni.

L’ultimo corridoio umanitario risale al 29 maggio scorso e ha coinvolto 75 profughi siriani dal Libano. Il 30 maggio, grazie alla collaborazione con Ghandi Charity e Caritas italiana, sono atterrati anche 50 profughi dall’Etiopia, provenienti da vari Paesi del Corno d’Africa.

La sfida, secondo Morozzo della Rocca è “di passare da una buona pratica, dove la coesione con le istituzioni è importante e funzionale, ad una proposta politico-normativa a regime”. I corridoi umanitari non sono la soluzione al fenomeno dei flussi migratori, ma rappresentano una vincente risposta all’inclusione rispettosa dei diritti di tutti.

Anche in Europa il modello comincia ad avviarsi. In Belgio, il 7 giugno sono arrivati 34 rifugiati dalla Turchia. L’accordo tra il Governo belga, Sant’Egidio e tutte le autorità religiose del Paese, con sostegno anche di comunità ebraiche e musulmane, consentirà corridoi umanitari per accogliere 150 siriani.

Profughi arrivati in Belgio con corridoio umanitario - Foto da pagina Twitter Comunità Sant'Egidio
Profughi arrivati in Belgio con corridoio umanitario – Foto da pagina Twitter Comunità Sant’Egidio

La Francia è stato il primo Paese europeo a firmare un protocollo di intesa per importare il modello dei corridoi umanitari. La Comunità di Sant’Egidio, la Conferenza episcopale francese, Caritas Francia, la Federazione protestante di Francia e la Federazione di mutua assistenza protestante hanno firmato l’intesa per favorire l’arrivo sicuro di circa 500 siriani e iracheni. Il 18 maggio scorso sono atterrati a Parigi 22 profughi bloccati nell’incertezza e disperazione dei campi libanesi. Anche il Principato di Monaco e Andorra hanno firmato l’intesa per avviare corridoi umanitari nel proprio Paese.

Piccoli ma preziosi barlumi di speranza e buon senso in un quadro europeo molto buio e precario in tema di migranti e accoglienza. La vicenda della nave Aquarius evidenzia la poca lungimiranza e la scarsa dimensione solidale europea. Il professore riflette, sostenendo che “il caso della nave Aquarius è emblematico e complicato. L’evidenza che avvenga in un momento storico nel quale gli sbarchi sono diminuiti lascia seri dubbi sull’oggettività delle motivazioni che la giustificano. Si tratterebbe di un fatto creato con valore estemporaneo, senza soluzioni a lungo termine”.

Inoltre, suggerisce una chiave di lettura dell’episodio dove il fallito tentativo di riforma del Regolamento di Dublino a livello europeo è molto importante e collegato. I due fatti sono espressione di “un’Europa che non accetta di essere solidale, nella logica di lasciare ogni Paese relegato ai propri confini”.

La vera sfida, quindi, è l’allargamento dello spirito dei corridoi umanitari in tutto il territorio UE.

Violetta Silvestri

Violetta Silvestri

Copywriter di professione mantiene viva la passione per il diritto internazionale, la geopolitica e i diritti umani, maturata durante gli studi di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, perché è convinta che la conoscenza sia il primo passo per la giustizia.

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