Migranti, gli hotspot italiani: storia di una prassi illecita

Foto dell’utente Flickr Ann Wuyts

A distanza di oltre un anno dalla nota pronuncia della Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul caso Khlaifia, l’Italia non ha ancora adottato, contrariamente a quanto richiesto, una normativa per regolare la permanenza dei migranti nei cosiddetti hotspot.

La sentenza Khlaifia avrebbe dovuto rappresentare un punto di svolta nella tutela dei diritti dei migranti in queste sedi, perché l’illegittimità dei loro trattenimenti veniva accertata, per la prima volta, da un organismo giurisdizionale, per di più a carattere internazionale e con competenza specifica a valutare le violazioni dei diritti umani.

E invece il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa – organo preposto al controllo dell’esecuzione delle sentenze emesse dalla CEDU – richiama l’Italia, chiedendo di fornire informazioni dettagliate, entro la fine di giugno, sul quadro normativo disciplinante l’attività degli hotspot, la durata media del soggiorno delle persone che vi sono collocate prima e dopo la loro identificazione, nonché la prassi relativa alla libertà di movimento dei migranti identificati.

Nella decisione adottata il 15 marzo scorso, proprio in relazione allo stato di esecuzione della sentenza Khlaifia, il Comitato dei Ministri evidenzia, in particolare, la necessità di conoscere le misure adottate o previste dall’Italia per legittimare eventuali limitazioni della libertà personale dei migranti situati negli hotspot.

In assenza di una chiara base giuridica, il loro trattenimento rischia di sfociare in una detenzione illecita che viola il diritto alla libertà personale sancito dall’art. 13 della nostra Costituzione oltre che dall’art. 5 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. L’attuale normativa italiana, infatti, permette la detenzione amministrativa dei migranti solo all’interno dei CPR (Centri di permanenza per il rimpatrio).

La richiesta di chiarimenti da parte del Comitato dei Ministri non sorprende affatto. Il vuoto giuridico che caratterizza gli hotspot italiani è, ormai da tempo, denunciato tanto dalle istituzioni quanto dalle Associazioni a tutela dei diritti umani.

Mauro Palma, Garante delle persone private della libertà, ha più volte ribadito che gli hotspot sono un “limbo giuridico perché in una situazione di privazione della libertà ci deve essere sempre un’autorità giudiziaria che confermi o meno quella privazione“.

In effetti, “ci troviamo di fronte a delle violazioni dei diritti umani che non si riscontrano in altri contesti” in quanto “i migranti, almeno a Lampedusa, sono reclusi all’interno della struttura senza poter incontrare un avvocato o un giudice che convalidi il loro trattenimento”, ha affermato l’avvocato Gennaro Santoro (CILD) durante la conferenza stampa del 10 aprile, tenutasi alla Camera dei Deputati per presentare il Dossier di CILD, IndieWatch e ASGI sull’hotspot di Lampedusa.

L’intervento del legislatore è quindi indispensabile. La libertà dei migranti non può essere determinata dalle scelte arbitrarie delle autorità di polizia senza il vaglio del giudice e la possibilità di presentare un ricorso in tribunale. È opinione condivisa che serva una normativa per disciplinare l’organizzazione e il funzionamento di queste strutture.

C’è da dire che solo nel centro di Lampedusa i migranti sono totalmente “reclusi”, mentre negli altri 4 hotspot (Trapani, Pozzallo, Messina e Taranto), dopo l’identificazione, sono almeno liberi di entrare e uscire pur con qualche limitazione.

I trattenimenti forzati, inoltre, generano una sorta di effetto domino che porta a violazioni di altri diritti umani e a situazioni lesive della dignità umana. Gli hotspot, introdotti su indirizzo della Commissione Europea nel 2015 senza alcuna base giuridica, sono infatti del tutto inadeguati ad “ospitare” persone per periodi prolungati.

Non bisogna dimenticare che si tratta di strutture concepite come luogo di mero transito dove svolgere, entro 48 ore, le operazioni di identificazione e trasferimento verso altre tipologie di centri a seconda che il migrante abbia fatto richiesta di asilo o sia in via di espulsione.

Le condizioni di vita al loro interno “sono a malapena tollerabili per un paio di giorni e diventano insopportabili se la permanenza prosegue oltre le 48 ore” afferma Mauro Palma, tuttavia “in molti casi sono stati trovati soggetti migranti, già identificati, la cui permanenza si prolungava da oltre due settimane”.

>Il racconto che viene fuori dal Dossier di CILD, IndieWatch e ASGI, sull’hotspot di Lampedusa è agghiacciante, tanto che l’avvocato Laura Crescina (ASGI) parla di “trattamenti disumani e degradanti“.

Non esiste una mensa e il cibo, che gli ospiti devono consumare in stanza o all’aperto, è di scarsissima qualità; i water alla turca e le docce sono senza porte e i materassi sporchi e malmessi; i cameroni con i letti uno affianco all’altro possono ospitare fino a 36 persone senza nessuna separazione tra donne, uomini e bambini.

E ancora:

Non ci sono lenzuola (…). L’acqua calda è assicurata solo per 1 ora al giorno, l’acqua corrente è interrotta dalle 21 alle 7 (…). Nel centro non vi è una lavanderia, un  cortile o un luogo per pregare. Viene fornita una sola bottiglia d’acqua per tuttala giornata. (…). Le condizioni di sicurezza sono praticamente inesistenti, determinando una situazione lesiva dei diritti e della dignità di tutte le persone accolte ma in particolare di quelle più vulnerabili.

Come se tutto ciò non bastasse, i migranti, in particolare quelli di nazionalità tunisina, spesso si trovano nell’impossibilità di formalizzare la proprio domanda di asilo. Questo significa, come spiega Laura Crescina, che “anche ai richiedenti asilo non viene concesso un permesso di soggiorno. Senza permesso di soggiorno queste persone non posso lasciare né l’hotspot né l’isola di Lampedusa”.

Il Viminale, il 13 marzo scorso, ha annunciato la chiusura temporanea dell’hotspot di Lampedusa per “lavori di ristrutturazione”, dopo l’incendio appiccato per protesta dai migranti l’8 marzo. Tuttavia il centro potrebbe essere ancora funzionante. “Anche se sembra assurdo date le condizioni in cui già versava l’hotspot”, dice Gennaro Santoro, “pare che dopo il trasferimento di tutti gli occupanti, siano stati accolti nel centro nuovi migranti a seguito di due sbarchi sull’isola”.

Ottenere informazioni precise per documentare ciò che davvero accade all’interno degli hotspot non è così facile. Nonostante l’abrogazione della Circolare del ministero dell’Interno che vietava l’ingresso degli organi di stampa e delle Associazioni all’interno di queste strutture, grazie soprattutto all’impegno della Campagna LasceteCIEntrare, le richieste di accesso spesso continuano a essere respinte.

Tiziana Carmelitano

Laurea in Scienze politiche con specializzazione in diritto internazionale e Master in “Geopolitica e sicurezza globale”. Appassionata di diritti umani, analisi dei conflitti armati e “crisi di effettività” dello Stato.

Tiziana Carmelitano

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