Dal Sinai alla Libia stessa vergogna: uomini in vendita e torture

Alganesh Fessaha nelle sue attività con donne profughe salvate dalla violenza
Alganesh Fessaha durante alcune attività con donne profughe salvate dalla violenza. Fonte immagine: Gandhi Charity pagina Facebook

“L’indifferenza globale è grave. I crimini commessi coinvolgono tutta l’umanità. I leader africani si impongano per salvare la dignità dei loro popoli.”

La voce di Alganesh Fessaha è ferma, indignata, accorata. Quando racconta il dramma infinito di profughi venduti come schiavi e torturati in modo terribile, la rabbia traspare.

“Dalla seconda “shoah” in Sinai siamo passati alla terza shoah, quella in Libia.”

L’immagine che la donna offre di questa vicenda così terribile è esplicativa. La dottoressa Fessaha è stata una protagonista coraggiosa della storia vergognosa e assurda della tratta di profughi, per lo più eritrei, che ha interessato la regione egiziana del Sinai, tra il 2009-2010 e il 2014. La donna eritrea, con la ONG Gandhi Charity, di cui è presidente, è riuscita a salvare 750 persone dalla feroce e orribile detenzione dei beduini.

Rapimenti, vendite di organi, torture, violenze e scambio di persone, come si trattasse di merci, hanno caratterizzato la disgraziata storia di profughi, nel loro tragitto dal Sudan ad Israele. L’incubo iniziava spesso nei campi del Sudan, sotto protettorato ONU, dove le persone erano rapite dai Rashaida, beduini sudanesi. Il secondo scambio avveniva con i beduini egiziani, ai quali i profughi erano venduti a circa 5.000 dollari. Il passaggio continuava da un gruppo di beduini all’altro, con un rialzo di prezzo fino a 50.000 dollari. La merce era rappresentata da persone, uomini, donne, bambini ingannati con crudeltà sulla possibilità di arrivare in Israele.

La vendita umana è durata per anni, con questo brutale sistema. I profughi sono stati usati spesso per la richiesta di riscatto alle famiglie. Tramite i cellulari degli imprigionati, i beduini si mettevano in contatto con i familiari delle persone, chiedendo di pagare cifre enormi per la liberazione del loro caro. Alcuni, con grandissimi sacrifici, sono riusciti a pagare e, forse, sono stati portati in Israele.

La chiusura della frontiera israeliana, però, ha complicato e reso ancora più triste la vicenda. La politica di sicurezza nazionale di Netanyahu, infatti, ha portato alla costruzione di una barriera proprio alla frontiera con l’Egitto, terminata nella sua parte principale nel 2013. Dotato di radar e videocamere, il muro ha di fatto impedito il passaggio e l’ingresso sui territori israeliani di profughi africani, richiedenti asilo.

I respingimenti alla frontiera hanno avuto la tragica conseguenza di gettare le persone, sudanesi ed eritrei soprattutto, nelle disumani prigioni egiziane. La cieca strategia israeliana contro i migranti africani, ha aggravato la già fragile condizione dei richiedenti asilo, facendo emergere profonde lacune sui diritti umani e sul rispetto di convenzioni internazionali, firmate anche dallo stato israeliano.

Nella tragica vicenda del Sinai, molte persone, incapaci di pagare il riscatto, sono state private di cornee e reni per la vendita di organi. Altri sono stati gettati e lasciati morire nel deserto dai beduini, non appena quest’ultimi ricevevano buona parte dei soldi richiesti. Si stimano numeri impressionanti: dai 5 agli 8000 deceduti nel deserto. Nel passaggio da un trafficante all’altro, le torture su queste persone sono state incredibili. Tenuti in catene nei vari spazi di detenzione e nelle fatiscenti prigionie, i profughi hanno subito abusi sessuali, strappo di unghie, torture con lame cocenti e plastica dissolta sulla pelle, legature a mani e piedi, e altri tipi di violenze.

Una catena vergognosa di brutalità e di nuovo schiavismo si è andata formando spesso con la complicità dei funzionari, delle autorità e della polizia sudanese ed egiziana.

Alganesh Fessaha è stata una luce di speranza, una sorta di ancora salvifica per alcuni prigionieri dell’infermo del Sinai. Insieme allo sceicco salafita Awwad Mohamed Ali Hassan, un beduino che esortava i fedeli a smetterla con le torture, contrarie alle parole del Corano, è stata protagonista del salvataggio di centinaia di prigionieri dei beduini, senza pagamento di riscatto. Circa 2000 persone sono state liberate dalle prigioni egiziane.

Frontiera tra Israele ed Egitto, foto Wikipedia.
Frontiera tra Israele ed Egitto, foto Wikipedia.

Il Sinai, oggi, non è più una regione di passaggio per i profughi e la tratta si è ridotta al nulla. La politica e gli avvenimenti interni egiziani e internazionali hanno condizionato le vicende dell’immigrazione e segnato altre tratte. L’offensiva lanciata dal Governo egiziano nella penisola del Sinai dal 2014 contro i vari gruppi armati ribelli ha liberato lo scenario dalle atrocità del traffico umano. La zona è stata sottoposta a bombardamenti, colpendo anche le lussuose case dei beduini e dei predoni.

Un’orribile storia passata e da dimenticare? Purtroppo no. Il presente parla ancora di angoscianti e indescrivibili vicende di crimini contro l’umanità. È proprio parlando dei nostri giorni che Alganesh si indigna:

“Le leggi europee per fermare l’immigrazione hanno peggiorato la situazione. Oggi, in Libia, si sta compiendo la terza shoah.”

Il commercio di persone ha, dunque, solo cambiato area. In diverse città libiche i migranti sono venduti all’asta con prezzo di partenza di circa 300/400 dollari. Uomini e ragazzi sono offerti come merci da sfruttare a contadini e persone del luogo. La loro destinazione? Lavorare in modo disumano nei campi, nelle fattorie per conto di padroni senza scrupoli.

Di nuovo, dopo le atrocità del Sinai, oggi i profughi in cerca di dignità cadono nel vortice assurdo della violenza e del traffico di esseri umani. L’umiliazione della contesa in un’asta è seguita da torture, mutilazioni, barbarità subite dal passaggio da un contrabbandiere a un altro e dentro i fatiscenti magazzini dei trafficanti.

In questi ultimi anni e mesi la Libia è il teatro dell’orrore. Nei centri di detenzione le storie di soprusi sono moltissime. Tanti anche i bambini usati con violenza dalle milizie.

Come negli anni precedenti, durante le atrocità del Sinai, anche adesso il telefono di Alganesh Fessaha squilla. I disperati detenuti in Libia implorano aiuto. Ma la possibilità di fare qualcosa qui è davvero minima. La donna racconta di centri di detenzione e prigioni quasi inavvicinabili. Trafficanti, milizie e contrabbandieri hanno la meglio con i loro metodi violenti e criminali. Portare almeno cibo e beni di prima necessità è quasi impossibile. La salvezza di questi migranti è davvero improbabile.

Quale reazione dalle istituzioni libiche e internazionali dinanzi alle prove inconfutabili del disumano traffico di persone? Il Governo della Libia ha annunciato un’indagine sulle aste di migranti. La preoccupazione, però, resta molto alta. OIM (Organizzazione internazionale per i migranti ) e HRW (Human rights watch) non nascondono forti dubbi sulle capacità governative libiche di fare giustizia. Tutte le indagini iniziate dal 2011 in poi, infatti, non sono state portate a termine. Senza una solida e trasparente inchiesta, nulla può cambiare. Anzi, i contrabbandieri diventeranno ancora più forti e padroni del traffico. Proprio questo sta avvenendo: i trafficanti in Libia dimostrano di avere una rete organizzativa efficiente e ben equipaggiata.

L’Unione Europea, l’ONU, i singoli Stati hanno gridato “vergogna” dinanzi all’evidenza delle torture libiche. I diritti umani sono stati calpestati nel modo più terribile. Tutte le autorità annunciano che il Governo deve agire e che tutto deve essere compiuto perché questo incubo finisca.

Gli attori internazionali, però, sono davvero credibili? Le tragedie che si stanno consumando sono frutto di scelte politiche, di strategie di collaborazione con i Paesi africani piuttosto discutibili, di partenariati per l’immigrazione e di accordi incentrati su sicurezza nazionale e tornaconto economico. Gli accordi italiani con la Libia dal 2008 in poi, il processo di Khartoum, il regolamento europeo di Dublino, la cooperazione con i dittatori africani, in primis l’eritreo Afewerki hanno avuto come conseguenze orrore, ingiustizie, soprusi.

Le storie del Sinai e della Libia, alle quali si aggiungono altre drammatiche vicende – come quelle di barconi carichi di profughi africani annegati o addirittura scomparsi nella rotta che parte da Alessandria d’Egitto – dimostrano che per vivere in un mondo sicuro bisogna investire su umanità, dignità, rispetto dei diritti fondamentali.

Campo profughi di eritrei in Etiopia. Fonte immagine: Gandhi Charity Facebook

“Occorre un sistema di civiltà.”

Alganesh ne è convinta, soprattutto dopo che i suoi occhi hanno visto i segni della più impensabile brutalità su corpi innocenti. Di recente, la donna è riuscita ad organizzare un corridoio umanitario con l’Etiopia. L’auspicio è che questo positivo e umano esperimento sia replicato proprio dal Governo italiano.

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