Ex OPG: il cinema indipendente racconta le ‘fosse dei serpenti’

La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana (Art. 32 della Costituzione Italiana)

Sono passati quasi 40 anni dalla Legge Basaglia che sanciva la chiusura dei manicomi, in seguito sostituiti dagli OPG (Ospedali psichiatrici giudiziari) e poi dalle REMS (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza), istituite nel 2015.

Gli ex OPG sono stati per anni teatro di soprusi perpetrati da guardie, medici e altri detentori di potere all’interno delle strutture, a danno degli internati, troppo spesso abusati, torturati, e talvolta assassinati. “La paura va rassicurata, non violentata. E curare la persona significa abbracciarla, non contenerla”, diceva Assunta Signorelli, psichiatra e femminista scomparsa lo scorso 2 novembre, che per anni ha lottato per i diritti dei detenuti psichiatrici.

Si è voluto dar voce proprio a loro al Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli  nella giornata dedicata al disagio mentale. L’Università Suor Orsola Benincasa è stata palcoscenico de “La Stanza delle Pietre e del Cielo”, della giovane regista Sara Grilli, un film denuncia sul “mondo dei matti”, spesso dimenticato e avvolto nel pregiudizio. Il titolo è ispirato al nome di una cella, scritto a inchiostro azzurrino, dell’ex OPG di Sant’Eframo a Napoli.

Ancora una volta, la città partenopea si rivela cornice fondamentale per raccontare un tema delicato, in quanto luogo simbolo di contraddizioni ma anche di forza e di riscatto. Alla proiezione del film si sono succeduti gli interventi degli ospiti presenti, con testimonianze dirette e spunti di riflessione sull’attualità, come la questione delle REMS.

Cristiana e Sara Grilli, rispettivamente produttrice e regista del film “La Stanza delle Pietre e del Cielo”. Foto di Carolina Carta.

Formalmente istituite nel 2015, dopo un lungo iter legislativo iniziato nel 2013, queste residenze presentano differenze sostanziali rispetto ai vecchi OPG. In primo luogo, rientrano sotto il controllo del sistema sanitario e non dipendono più dall’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia. Inoltre, i ricoveri avvengono “solo se le altre misure non sono adeguate a far fronte alla […] pericolosità sociale del reo e sono applicate in strutture di esclusiva gestione sanitaria” e “non possono durare oltre il tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso”, si legge sul sito del ministero. I potenziali soggetti all’internamento sono coloro affetti da infermità psichica, intossicazione cronica da alcol o da sostanze stupefacenti, sordomutismo, che siano socialmente pericolosi.

Nonostante la legge 30 maggio 2014 (n°81) di abolizione degli OPG, questi sono scomparsi del tutto dal territorio italiano soltanto all’inizio del 2017. Definiti dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano un “autentico orrore indegno di un Paese civile”, o con effetto evocativo “la fossa dei serpenti” da Franco Basaglia, la chiusura degli OPG è stata oggetto di una strenua battaglia da parte, tra gli altri, di Stop OPG, che ha per anni denunciato le “misure repressive assolutamente sproporzionate al reato”, esemplificate da “innumerevoli episodi di internamento infinito, a seguito di reati di scarso rilievo”. Dopo l’attuazione della legge del 2015, l’associazione si è preoccupata di monitorare – e continua a farlo – che le REMS non siano delle mere repliche dei vecchi istituti di detenzione ed effettua sopralluoghi nelle strutture sparse sul territorio nazionale e che ospitano circa 569 persone.

Secondo alcuni dati del 2015, gli OPG contavano 706 persone internate, di cui una buona parte sarebbe potuta essere dimessa immediatamente. Il documentario racconta il dramma dell’internamento attraverso l’esperienza di chi si è battuto per la salvaguardia dei diritti umani, come Francesco Maranta, ex consigliere regionale in Campania, che dedicò gran parte della sua vita per portare alla luce il caso di Vito, dentro una struttura da 52 anni e si mobilitò senza risparmiarsi perché gli fosse concessa la grazia.

Parlano anche i testimoni diretti di chi questo dramma l’ha vissuto sulla propria pelle, come Sabatino, che trascorse diversi mesi in isolamento legato a un letto di contenzione nell’OPG di Aversa. Lo stile del film è volutamente didascalico proprio “per rendere al massimo la verità che vi è alla base”, ha spiegato Francesco Toscani, editor del progetto – “volevamo essere sicuri che il messaggio arrivasse”.

Girare questa pellicola, un atto politico ma soprattutto umano, ha significato molto anche per Sara Grilli, che si dice cambiata dall’esperienza. Questa ha funzionato da auto-monito per la regista stessa nella relazione con gli altri, insegnandole a considerare le persone “con empatia, cercando di capire il vissuto  della persona”.

Tutti noi abbiamo vissuto l’ansia, il panico, l’angoscia, la nostra società è afflitta da questo tipo di sofferenza”.  Anche Stefania Ferraro, autrice del libro “La semimbecille e altre storie” propone l’immedesimazione nell’altro come punto di partenza per la comprensione dell’infermità psichica: “Alla base degli atteggiamenti classificati come follia c’è la paura della persona rispetto alla realtà che la persona stessa deve affrontare. Chi di noi non ha paura o sente il peso dell’inadeguatezza, ogni giorno? E a volte questa paura diventa follia e crimine”.

Alla fine dell’incontro, regala un messaggio di speranza Antonio Esposito, ricercatore indipendente, che i manicomi li studia da 20 anni e coautore del libro “Cronache da un manicomio criminale”. Esposito racconta la storia del suo amico Peppino, sopravvissuto a 22 anni di internamento grazie all’amore per Maria. In un mondo in cui l’affettività viene negata, Peppino immagina e vive la propria utopia della realtà, che lo tiene tenacemente attaccato alla vita.

Antonio Esposito racconta la storia di Peppino. Foto di Carolina Carta.

Carolina Carta

Carolina Carta ha recentemente acquisito il Master in Giornalismo all’Università di Groningen (Olanda) e ha da poco concluso un tirocinio presso Voci Globali. Con le radici in Sardegna ma lo sguardo sul mondo, ha deciso di dare una svolta alla sua carriera accademica e professionale attraverso il tirocinio in Ghana. I suoi interessi spaziano dai diritti umani alla salute mentale; ha sempre un occhio di riguardo per le questioni di genere e i diritti delle donne.

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