Corno d’Africa, i rischi di un’espansione della crisi del Golfo

[Traduzione a cura di Benedetta Monti dall’articolo originale di Abdi Tawane pubblicato su Pambazuka]

Secondo l’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo, l’area del Corno d’Africa è costituita da 8 Paesi (Gibuti, Eritrea, Etiopia, Kenya, Somalia, Sudan, Sudan del Sud e Uganda) che sono collegati ad altre nazioni della regione del Golfo tramite interdipendenze storiche, economiche, culturali e politiche. Ciò rende quest’area vulnerabile e facilmente influenzabile dalle metamorfosi politiche, economiche e religiose che si sviluppano nel Golfo e nel Medio Oriente nel suo complesso.

Il Corno d’Africa è una delle zone più importanti dal punto di vista geo-strategico del mondo a causa della sua posizione lungo lo stretto di Bab-el-Mandeb che collega il Golfo di Aden con il Mar Rosso. In una prospettiva più ampia, in questo territorio è collocato strategicamente uno dei due check-point marittimi che collegano l’Europa con l’Asia meridionale, il Sud-est asiatico e l’Estremo Oriente. Tutto il commercio marittimo tra l’Europa e queste componenti dell’Eurasia transita attraverso lo stretto di Bab-el-Mandeb: ciò fa sì che l’egemonia su questa rotta navale sia di grande vantaggio per qualsiasi potenza o unione di potenze. Ed è per questo motivo che negli ultimi decenni molte nazioni hanno sollecitato l’invio di proprie flotte in questa zona con il pretesto di “combattere la pirateria”.

Mappa del Golfo di Aden, utente Flickr NormanEinstein. Licenza CC.
Mappa del Golfo di Aden, utente Flickr NormanEinstein. Licenza CC.

Alla fine del XIX secolo, il territorio etiope del Corno d’Africa fu colonizzato dalle potenze europee e suddiviso tra i Francesi, gli Inglesi e gli Italiani. Il Gibuti fu invece denominato Somaliland francese nel 1885, mentre il Somaliland inglese comprendeva l’area del Golfo di Aden, e quello italiano si estendeva ai territori più prossimi all’Oceano Indiano, nonché la colonia eritrea sul Mar Rosso.

L’Eritrea condivide 640 miglia di confine con l’Etiopia, da cui si è resa indipendente nel 1991, e combattendo poi una guerra sui confini dal 1998 al 2000. Da allora i rapporti tra queste due nazioni confinanti sono caratterizzati da una situazione di stallo (“no war-no peace”). Fino al 1991 l’Eritrea era considerata una regione autonoma all’interno dell’Etiopia che, attraverso la decisione di annettere l’Eritrea nel 1961, ha scatenato una guerra di indipendenza durata 30 anni. L’esercito eritreo (il Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo) ha vinto la guerra contro l’esercito etiope, di gran lunga più numeroso e meglio equipaggiato, e, con l’aiuto dei ribelli etiopi, ha rovesciato il governo del presidente Mengistu Haile Mariam. L’Eritrea è stata riconosciuta nazione indipendente dalla Comunità internazionale nel 1993 in seguito a un referendum appoggiato dalle Nazioni Unite a favore dell’indipendenza.

I rapporti tra la nazione del Gibuti e l’Eritrea sono invece stati caratterizzati da alcune dispute derivanti dalla scarsa chiarezza delle linee di confine tra le due nazioni e dalle politiche regionali. Nel 1996 è sorta la prima questione sui confini quando il Gibuti ha accusato l’Eritrea di aver fatto redigere una mappa in cui era stata inclusa una parte del proprio territorio. Dopo che l’Eritrea ha risposto all’accusa dichiarando che si trattava di un malinteso, la disputa è sembrata dissolversi.

Tentando di modellare la propria diplomazia e di fornire maggiore sicurezza geo-strategica, il governo del Qatar si è offerto di mediare nella disputa tra il Gibuti e l’Eritrea che è stata risolta nel 2010, prima che le nazioni arabe del Golfo inviassero le proprie truppe nelle due nazioni africane con l’intento di usufruirne come punto di partenza per la guerra saudita in Yemen.

Con una mossa senza precedenti e mal interpretata, il Gibuti e l’Eritrea si sono uniti ad un gruppo di Paesi membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, guidato dall’Arabia Saudita, che ha reciso i propri legami diplomatici con il Qatar, accusandolo di finanziare i gruppi terroristici, compreso il gruppo militante dello Stato Islamico (ISIS) – accusa fortemente negata dal Qatar – e di sostenere l’Iran, il principale rivale dell’Arabia Saudita. Queste azioni da parte del Gibuti e dell’Eritrea nei confronti del Qatar hanno provocato una sorta di vendetta: il Qatar ha ritirato le proprie truppe dalle montagne di Dumeira e dall’omonima isola, territori rivendicati sia dal Gibuti che dall’Eritrea. Quando quest’ultima ha inviato le proprie truppe nell’area di confine contestata, si sono riproposte le tensioni e la situazione è oggi più esplosiva rispetto al passato. Le potenziali ripercussioni di questa crisi potrebbero avere un effetto a catena andando oltre la disputa sui confini e raggiungendo le zone vulnerabili del Corno d’Africa in un momento in cui quest’area sta peraltro affrontando un’enorme crisi umanitaria.

Sebbene la Somalia abbia mantenuto una posizione neutrale e abbia mostrato la volontà e la disponibilità a mediare per le nazioni del Golfo dimostrando un atteggiamento amichevole nei confronti di entrambi i blocchi, le linee aeree della Qatar Air hanno aumentato il numero di voli nello spazio aereo somalo dopo che quattro nazioni arabe alleate dei sauditi hanno bloccato l’accesso al proprio alla compagnia aerea, una mossa che non è stata ben accolta dalle nazioni arabe che si sono poste contro il Qatar. Durante i primi giorni della crisi, una delegazione del governo somalo si è recata a Riyad per discutere con le controparti saudite alcuni progetti ad alto profilo in cui i sauditi si erano impegnati per sostenere il nuovo governo somalo. Alcune fonti dei media somali hanno riferito che la delegazione non è stata ricevuta cordialmente dal governo saudita, un gesto che ha costretto il governo somalo a ridurre il livello della delegazione e a inviare alcuni segretari all’incontro con i funzionari sauditi. Ciò a causa della neutralità dimostrata dalla Somalia nella crisi.

Dimostrando lo stesso disagio verso l’atteggiamento somalo nei confronti delle nazioni arabe alleate dei sauditi, il governo degli Emirati Arabi Uniti, potenza leader nei tentativi di ricostruzione dello Stato somalo che ha anche fornito formazione a molti soldati di questo Paese, ha richiamato i propri ambasciatori a Mogadiscio ed espulso un concorrente somalo dal premio International Dubai Qu’ran Award, in segno di protesta verso la posizione neutrale della Somalia nella crisi del Medio Oriente.

Arabia Saudita ed EAU hanno intenzione di porre maggiori sanzioni al fine di punire il governo somalo, compreso il blocco degli aiuti per la sicurezza e la stabilità che le potenze arabe avevano fornito inizialmente nel tentativo di aiutare la Somalia a sviluppare le proprie istituzioni nazionali. Il supporto arabo potrebbe essere esteso anche alle autorità secessioniste del Somaliland, il che costituirebbe senza dubbio un incubo per la sovranità del governo federale della Somalia.

L’effetto a catena della crisi del Golfo è attualmente percepito anche al di fuori dei confini delle nazioni del Golfo fino a raggiungere la zona del Corno d’Africa, che si trova già in serie difficoltà. Starà agli operatori umanitari e di sicurezza nella regione cercare di mobilitare tutti gli sforzi diplomatici possibili per risolvere o mitigare la crisi del Golfo prima che la situazione dia vita ad una catastrofe umanitaria in quest’area già vulnerabile ai conflitti.

Benedetta Monti

Traduttrice freelance dal 2008 (dall’inglese e dal tedesco) soprattutto di testi legali, ama mettere a disposizione le sue competenze anche per fini umanitari e traduzioni volontarie.

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