RDC, un Paese che resta nel caos e nella disperazione

La fotografia della Repubblica Democratica del Congo è, oggi, un’immagine allarmante. Sembra che tutti gli stereotipi sul continente africano si siano materializzati in questa nazione dei Grandi Laghi: instabilità politica, violazione grave dei diritti umani e civili, guerriglie tra gruppi armati, tensioni di natura etnica, masse di sfollati, povertà dilagante, allarmi per epidemie.

Il picco della crisi interna arriva il 19 dicembre 2016. L’ultimo giorno in carica come presidente per Joseph Kabila si trasforma, in realtà, nel primo giorno di un lungo periodo di instabilità, violenza, repressione. Il presidente decide di non lasciare le sue funzioni, violando palesemente la Costituzione che vieta il terzo mandato. Kabila ha cercato di imporre le sue ragioni di potere sulle regole delle istituzioni. Queste ultime, complici dell’arroganza presidenziale, hanno di fatto giocato un ruolo di dubbia legalità e imparzialità. La Corte Costituzionale ha sostenuto la necessità di riorganizzare la decentralizzazione territoriale e, dunque, di indire elezioni locali piuttosto che quelle presidenziali. Inoltre, l’organo istituzionale ha più volte ribadito che le elezioni andavano rinviate e che la carica di Kabila restava valida fino al suo successore. La commissione elettorale ha evidenziato insormontabili difficoltà logistiche e pratiche per rinnovare le liste elettorali in tempi brevi.

Joseph Kabila, presidente RDC contestato. Fonte: Wikimedia Commons

L’arroganza e la determinazione di Kabila a non lasciare la presidenza unite ad un quadro istituzionale tutt’altro che garante di democrazia, hanno creato uno scenario di alta tensione. Le manifestazioni di protesta di opposizioni e società civile si sono moltiplicate. La risposta, però, è stata all’insegna della violenta repressione che è presto degenerata nella negazione dei diritti basilari della persona, quali la libertà di riunione pacifica e di manifestazione, l’interruzione di trasmissioni radiofoniche, gli arresti illegali di manifestanti ed oppositori.
Le notizie di morti e uccisioni durante gli scontri in strada per protestare uno stallo politico di evidente prepotenza antidemocratica, hanno aggravato una situazione politico-economico-sociale già contraddistinta da profonde ingiustizie e ferite di guerra di lontana memoria.

L’accordo del 31 dicembre scorso voluto e mediato dalla Conferenza dei vescovi della Repubblica Democratica del Congo resta l’unico, seppur molto fragile, punto di appoggio per una possibile soluzione ad una crisi così degenerata. Il patto mette insieme forze di opposizione, di maggioranza governativa e della popolazione civile per definire una strada transitoria verso nuove elezioni presidenziali da tenere entro il 2017. Secondo quanto accordato, Kabila non si sarebbe ricandidato per un terzo mandato, abbandonando anche il progetto di riforma costituzionale per allungare i tempi del mandato, e avrebbe nominato un primo ministro scelto dalle opposizioni. Nei fatti, però, le elezioni sembrano lontane, rimandate al 2018 e il primo ministro è stato scelto da Kabila in piena violazione di quanto stabilito nell’accordo sul ruolo delle opposizioni. La strada è assolutamente in salita. La perdita di pochi, ma significativi, appigli democratici e di legalità rappresenta una frustrazione non tollerabile da parte di una società stanca di ingiustizie.

La Repubblica Democratica del Congo è minata da gravi crisi su vari fronti. La presenza in diverse parti del territorio di gruppi armati combattenti si traduce da tempo in sistematiche violazioni come rapimenti, esecuzioni sommarie, saccheggi, violenze sessuali. Le radici sono legate alla storia complessa dell’intera regione dei Grandi Laghi, dove appartenenze etniche, usurpazioni di potere, ingiustizie economiche e intromissioni straniere hanno generato intolleranze e brutalità. È così che, nel territorio orientale congolese, nell’area del Kivu, le atrocità si ripetono da decenni. 

Soldati nell’area del Nord Kivu. Fonte: Google Immagini con licenza per utilizzo

Qui le ragioni si perdono addirittura nella storia del Ruanda precoloniale, nella drammatica divisione tra hutu e tutsi e nel conseguente genocidio del 1994. Le feroci violenze di oggi dei ribelli tutsi delle forze armate CNDP, nate con il generale Nkunda ora in arresto, dei gruppi hutu congolesi del FDLR, dei componenti armati mai-mai, dei membri della comunità nande, degli uomini delle Forze di resistenza patriottica dell’Ituri, del gruppo ribello M23, non sono altro che gli strascichi indelebili di un odio diffuso che sembra ormai cronico. È del 2016 un nuovo report su civili uccisi a colpi di machete, zappa ed ascia, di bambini soldato reclutati, di spari a raffica sulla popolazione da parte dell’esercito governativo, di case bruciate.

Sono solo etniche le ragioni delle guerriglie? La risposta è no. Di nuovo uno stereotipo si fa realtà: la lotta allo sfruttamento delle risorse è il motore che alimenta la violenza. La Repubblica Democratica del Congo, e la regione del Kivu in particolare, sono ricche di cobalto, oro, coltan, uranio, diamanti. Ancora una volta, la ricchezza di un territorio è motivo di desolazione e povertà per lo stesso. I vari gruppi armati sono finanziati dai proventi delle vendite minerarie e la spartizione dei profitti provenienti dai giacimenti rimane nelle mani di pochi, spesso stranieri. La Cina è la nuova leader della corsa alle risorse congolesi, accusata per le condizioni disumane imposte ai lavoratori “artigiani”, senza alcuna garanzia di diritti e progresso economico.

Le sanzioni dei grandi attori internazionali verso i potenti della RDC e i richiami anche ufficiali delle Nazioni Unite sulle atrocità e ingiustizie commesse nel Paese africano, a nulla valgono se le leggi non promuovono in modo deciso l’equità. L’annuncio di Trump di voler sospendere il Dodd Frank Act (legge della presidenza Obama sulla finanza, che prevede anche che aziende statunitensi quotate in borsa non lavorino minerali provenienti dall’Africa Centrale, di fatto controllati dai gruppi armati) non fa che avvalorare la politica internazionale del profitto a tutti i costi, anche della guerra e senza i diritti.

A questo scenario si aggiungono gli orrori delle fosse comuni, delle raccapriccianti esecuzioni e dei massacri nella regione Kasai, scenario della lotta tra il gruppo tribale insurrezionale Kamwina Nsapu e le forze governative, dove anche due investigatori delle Nazioni Unite sono stati uccisi.

Fosse comuni in Kasai. Da Twitter @amnestypress

Più di 1.5 milioni di congolesi sono stati costretti a fuggire a causa dei vari combattimenti. Nel 2016, lo Stato africano ha contato più rifugiati della Siria. Numeri raccapriccianti, ai quali si aggiungono i circa 6 milioni di vittime dal 1998 in poi. Tanto che si è parlato di genocidio. Drammatici, inoltre, sono i dati su sicurezza alimentare, igiene, assistenza sanitaria e accesso all’istruzione.

Sfollati congolesi a causa delle guerre interne. Fonte: Flickr Creative Commons. Autrice: Marie Cacace/Oxfam

Come uscirne? Di nuovo ritorna un concetto ripetuto: favorire la giustizia sociale. Finché le istituzioni locali e internazionali e la politica locale e dei grandi Stati non si faranno promotori di soluzioni democratiche, imparziali, rispettose dei diritti delle persone, eque nella distribuzione delle risorse, nulla cambierà. La frustrazione per povertà, usurpazione e arroganza istituzionale prevarrà sempre sulla popolazione e si trasformerà in lotta etnica e violenza.

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