Parte l’attacco all’Obamacare, tra dubbi e dissensi sparsi

I primi giorni dell’anno nuovo americano sono stati caratterizzati dall’insediamento del nuovo Congresso a maggioranza repubblicana, con le prime manovre interne e annesse polemiche. Oltre alle nuove uscite del neo-Presidente, stavolta contro le scarcerazioni da Guantanamo e l’odiatissima Obamacare.

In realtà si tratta solo delle prime scaramucce di quella che si preannuncia come una lunga, profonda lacerazione tra la “linea dura” iper-conservatrice e l’ampio ventaglio liberal-progressista. E dove non mancano i piccoli gesti di dissenso quotidiano che, pur se sottovalutati dalla “grande informazione”, danno il polso di un Paese zeppo di contraddizioni e in ebollizione continua. 

Internet ArchiveA partire dalla decisione dell’Internet Archive, la più grande biblioteca digitale esistente, di creare a una copia del proprio materiale su un server basato in Canada. Ciò per via del plausibile approccio “revisionista” dell’amministrazione Trump, in particolare rispetto alla documentazione scientifica sul cambiamento climatico e altre informazioni sensibili. Il punto è preservare i dati pubblici, i comunicati stampa e gli stessi servizi governativi (anche in vista dei mutamenti a cui andranno soggetti i siti web istituzionali). Garantire cioè “l’accesso universale alla conoscenza”, che è il caposaldo di questo progetto non-profit fin dal suo lancio nel 1996. E la cui WayBack Machine raccoglie le schermate passate di oltre 279 miliardi di pagine web.

Come spiega lo stesso Brewster Kahle, fondatore dell’Internet Archive:

Promesse, policy e altro materiale messo a punto durante la campagna elettorale può essere poi modificato da chiunque ne gestisce il sito web. Chi controlla il presente controlla il passato. E come ci ha avvisato Orwell,  chi controlla il presente controlla anche il futuro, e quindi dobbiamo avere la certezza che queste cose vengano archiviate… Per esempio, il comunicato stampa in cui G.W.Bush annunciava la “fine” della guerra in Iraq è stato prima emendato e, un paio d’anni dopo, eliminato del tutto dal sito web ufficiale della Casa Bianca. E in mancanza di biblioteche digitali, nessuno potrà venire a sapere che ciò sia mai successo.

Altro segnale tanto minore quanto emblematico, una voce del noto Mormon Tabernacle Choir ha deciso di abbandonare il prestigioso coro come protesta alla sua partecipazione nel corso della cerimonia di inaugurazione del 20 gennaio, come avvenuto in passato per altri Presidenti. In una lettera pubblica Jan Chamberlin ha sintetizzato così la sofferta decisione:

Visto dall’esterno, sembra che il Choir appoggi la tirannia e il fascismo esibendosi per quest’uomo. Mi è semplicemente impossibile essere d’accordo con questa posizione. Partecipandovi non potrei mai più guardarmi allo specchio con rispetto“.

Mormon Tabernacle ChoirNon si tratta certo di un caso isolato. Una petizione online per cancellare la partecipazione del Choir all’evento ha superato le 35.000 firme, mentre altri membri della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni hanno ribadito che ciò finirà per “danneggiare irrimediabilmente l’immagine di questo coro dall’enorme talento e assai amato in tutto il Paese“.

Sul fronte più squisitamente politico, Bernie Sanders ha annunciato l’avvio di una campagna sull’intero territorio nazionale contro i previsti tagli all’assistenza sanitaria (Medicaid/Medicare) e alla pensione (Social Security) per anziani, meno abbienti e disabili, previsti nel contesto dell’attacco repubblicano all’Affordable Care Act (anche noto come Obamacare). In quello che alcuni definiscono il “primo forte segnale di opposizione” al regime Trump, il senatore Chuck Schumer e la deputata Nancy Pelosi hanno co-firmato la lettera in cui Sanders invita tutti i colleghi democrat a coalizzarsi su questo fronte cruciale. E oltre che in aula, in questi giorni il senatore indipendente si mostra assai attivo su Twitter – in particolare rilanciando le affermazioni di Trump in campagna elettorale, in cui negava di voler procedere a simili tagli (altra bugia per accaparrarsi voti?)

Pochi giorni fa, in un incontro di due ore lo stesso Obama ha poi incitato il gruppo parlamentare a “rimanere forti” a difesa della sua riforma sanitaria – che pur tra lacune e necessarie migliorie, finora ha esteso l’assicurazione a oltre 20 milioni di americani. Visto che eliminarla e/o sostituirla si preannuncia impresa ardua e lunga, il quasi ex-Presidente ha suggerito di non intromettersi e lasciare che i Repubblicani s’incastrino da soli – fidando in un possibile boomerang. Intanto la battaglia monta a colpi di tweet, incluso l’apposito hashtag: Don’t #MakeAmericaSickAgain.

Infine, proprio riguardo a Twitter, Trump conferma di preferirlo per “fare informazione”  (pur se personalmente non usa né computer né email), avendo finora bandito le tradizionali conferenze-stampa: non ne tiene una da oltre 160 giorni. Manovra che preoccupa non poco le testate Usa, e giustamente perché sono tali eventi pubblici che rendono “accountable” il Presidente davanti ai cittadini, grazie alle successive domande/risposte, analisi e commenti pubblici. Invece i semplici annunci-tweet in stile top-down, evitando confronti aperti e incurante delle reazioni a catena, non fanno altro che fomentare mezze verità e sospetti, travisamenti e quant’altro facilita il magma dei social, fino alle notorie ‘fake news’.

Non che il Quarto Potere sia esente da falsi o partigianerie, ci mancherebbe. Ma è un fatto che molte fonti definiscono “caotica” la strategia di comunicazione di Trump. Comunque sia, lo stato di salute della democrazia liquida-moderna si misura in primis dall’ampiezza del dibattito pubblico e dalla disparità di voci, opinioni e scambi diffusi. Ciò vale ancor più dopo quest’elezione assai controversa e onde evitare ulteriori scollamenti sociali. Oltre che per far fronte dei paventati rischi per la libertà di stampa e a quei possibili “oscuramenti” di conoscenza e informazione segnalati da Brewster Kahle dell’Internet Archive. 

Bernardo Parrella

Traduttore, giornalista, attivista (soprattutto) su temi relativi a media e culture digitali, vive da anni nel Southwest Usa e collabora con progetti, editori e testate italiane e internazionali (@berny).

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