18 anni e poi? Cosa succede agli (ex) minori non accompagnati

Poco più che bambini, quasi tutti maschi, soli, mandati in avanscoperta verso l’Europa dalle famiglie rimaste a casa. Inconsapevoli di ciò che li aspetta, cresciuti di sicuro troppo in fretta. Questo è il ritratto, in sintesi, dei migranti minori non accompagnati che sbarcano sulle nostre coste.

Il 2016, da questo punto di vista, è stato un anno record: i dati aggiornati al 31 ottobre 2016 riportano quasi 24mila arrivi solo attraverso la rotta del Mediterraneo centrale. Di fatto, il doppio rispetto al 2015 (12.360 arrivi totali) e al 2014 (13.026). Molti di loro procedono con la richiesta d’asilo: secondo i dati Eurostat le domande da parte di minori sono raddoppiate dal 2008 in cui erano 13mila al 2014 quando hanno sfiorato le 25mila. Queste informazioni, tuttavia, ci permettono di individuare un trend di crescita, ma non di valutare appieno la portata della questione. Infatti, le statistiche prendono in considerazione chi raggiunge l’Europa evitando il filtro dell’autorità né chi si dichiara maggiorenne per evitare il percorso di accoglienza per i minori.

Minori non accompagnati

La legge, infatti, prevede che i MSNA vengano inseriti in un percorso di accoglienza e integrazione ad hoc, più rigido e, in teoria, più tutelante. In Italia, i posti messi a disposizione nell’ambito del Progetto SPRAR, finanziato con il Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo, sono 1.842 e accolgono principalmente giovani gambiani, senegalesi, maliani e nigeriani. La differenza tra arrivi, domande di protezione internazionale e presenza di minori nei vari progetti di accoglienza illustra un ulteriore grave problematicità: la maggior parte dei MSNA usa l’Italia come Paese di transito.

Oxfam, nel rapporto “Grandi speranze alla deriva” denuncia che, ogni giorno, in Italia spariscono 28 minori stranieri non accompagnati. Migliaia di persone sparite nel nulla ed esposte al rischio di sfruttamento e violenza. Chi, invece, resta e viene inserito nel sistema di accoglienza ha, per la maggior parte, tra i 15 e i 18 anni e, in breve, dovrà essere inserito in un progetto per adulti. Questo, però, nel 2015 è successo solo in 70 casi. E gli altri? Cosa accade ai Minori non accompagnati una volta che minori non lo sono più?

Secondo quanto prevede la normativa italiana vigente, il minore non accompagnato una volta raggiunta la maggiore età può ottenere un permesso di soggiorno secondo diverse modalità: può restare chi è arrivato in Italia da almeno tre anni, ha trascorso almeno due anni all’interno di un progetto di integrazione e inclusione sociale, frequenta un corso di studio o svolge un’attività lavorativa e dispone di un alloggio. Possono ottenere un permesso di soggiorno anche coloro i quali hanno ricevuto il provvedimento di “non luogo a provvedere al rimpatrio” dal Comitato per i minori stranieri, chi è stato affidato ad una famiglia o ad una comunità ai sensi della Legge 184/83, chi ha ottenuto la protezione umanitaria o lo status di rifugiato, chi ha un permesso per motivi familiari.

Di fatto, questo quadro presenta un problema: la maggior parte dei minori non accompagnati che si trova oggi in Italia ha 16 o 17 anni e non rispetta il primo criterio previsto per il permesso. Con il passaggio alla maggiore età tutta l’architettura di tutele svanisce nel nulla, il neo-maggiorenne si trova senza una casa, senza la rete che l’ha circondato fino a poco prima. Di colpo in uno stato di clandestinità e di incertezza. Tutto il percorso faticosamente costruito tra cooperative, operatori ed educatori rischia di scontrarsi contro l’impossibilità di procedere per la mancanza di lavoro. Infatti soltanto il lavoro potrebbe garantire a queste persone una forma di sicurezza. Invece la realtà porta fin troppi ex-minori ai margini della società, spesso ai margini stessi delle strade. Sfruttati e particolarmente vulnerabili, talvolta sono loro a provare a venderci un accendino o un pacchetto di fazzoletti di carta mentre siamo seduti in un locale.

Ancora una volta, è la dimensione locale e quella della società civile a compensare questi rischi. A Bologna è nato circa un anno fa un progetto che mira a colmare le distanze e supportare almeno parte dei neo-maggiorenni se rifugiati o richiedenti asilo. Promosso dal Comune e gestito dalla Cooperativa Camelot, il progetto Vesta prevede che l’ex minore venga ospitato in casa da cittadini qualunque, che siano single, coppie o famiglie. Chi ha una stanza in più, può metterla a disposizione per supportare chi ne ha bisogno. Dopo un percorso di formazione, si procede con l’inclusione vera e propria che dovrebbe durare tra i sei e a nove mesi. Da aprile 2016 il portale ha raccolto 70 candidature, undici accoglienze sono partite ad ottobre, quattro a novembre e le esperienze dei protagonisti sono di buon auspicio per il futuro e perché questo progetto venga esportato anche altrove.

Saraba, il giovane rifugiato che sta iniziando l'accoglienza a casa di Paola e Simone Bagni, ha partecipato assieme a loro alla rievocazione storica Il Barbarossa a Medicina, portando il vessillo della manifestazione. Foto tratta dalla pagina FB del progetto Vesta.
Saraba, il giovane rifugiato che sta iniziando l’accoglienza a casa di Paola e Simone Bagni, ha partecipato assieme a loro alla rievocazione storica Il Barbarossa a Medicina, portando il vessillo della manifestazione. Foto tratta dalla pagina FB del progetto Vesta.

Sempre a Bologna è nata, nel dicembre 2015, un’altra esperienza alternativa che ha fatto dell’ospitalità la propria bandiera. Nato su spinta di Labàs e TPO, oggi il dormitorio di Accoglienza Degna è un punto di riferimento per contrastare la marginalizzazione dei migranti in città. In 12 mesi sono state raccolte circa 250 richieste di ospitalità, 40 persone sono state effettivamente accolte nei 15 posti a disposizione nella ex caserma Masini, occupata da Labàs. Tra i beneficiari anche diversi ex minori non accompagnati, tra i quali anche una giovane donna, che proprio allo scadere della tutela dedicata si sono trovati senza alcun diritto nel paese dove vivevano da anni.

Questi esempi rappresentano, tuttavia, delle piccole eccezioni territoriali. Come spesso accade, nella quotidianità è il “piccolo” a muoversi più in fretta e a stimolare il “grande” ad adeguarsi, anche quando questo adeguamento è necessario su un piano legislativo. L’Unione Europea, preso coscienza della difficoltà della situazione, ha esortato i propri Stati membri a condividere le best practice e le esperienze che hanno ottenuto maggior successo, riconoscendo però la disomogeneità della tutela dei vari Stati e la mancanza di dati sufficienti per affrontare la questione in termini coordinati.

In Italia è ancora oggi in discussione in Parlamento una legge che dovrebbe riformare l’accoglienza per i minori stranieri non accompagnati. Promossa, tra gli altri, da Save the Children e dalla deputata Barbara Pollastrini, la proposta di legge prevede maggiori tutele per i MSNA tra le quali la prima accoglienza in tempi certi, l’inserimento in strutture idonee, la predisposizione di corsi di lingua italiana e percorsi di formazione. La proposta è stata approvata alla Camera dei deputati lo scorso 26 ottobre, manca l’approvazione da parte del Senato: la strada sembra segnata, tuttavia gli esiti del referendum costituzionale del 4 dicembre scorso potrebbero comprometterne l’entrata in vigore in tempi brevi.

Questa legge non è, tuttavia, ancora sufficiente poiché non prevede misure specifiche per contrastare il fenomeno della sparizione dei minori e si occupa marginalmente di normare in maniera più graduale il passaggio alla maggiore età: “il Tribunale per i minorenni può disporre, anche su richiesta dei servizi sociali, con decreto motivato, l’affidamento ai servizi sociali non oltre, comunque, il compimento del ventunesimo anno di età.”

Si tratta di un primo passo, ma talmente piccolo che a malapena può emergere. La strada per assicurare una tutela a queste persone è ancora tortuosa e riguarda la società europea in maniera diretta e trasversale: chi esce dai processi di integrazione ed inclusione rischia presto di diventare vittima di organizzazioni criminali, la sua condizione di vulnerabilità ne lede ulteriormente i diritti e a perderne sarà la collettività in quanto tale, non capace di includere, ma solo di ghettizzare.

Angela Caporale

Giornalista freelance. Credere nei diritti umani, per me, significa dare voce a chi, per mille motivi, è silente. Sogno di scoprire e fotografare ogni angolo del Medio Oriente. Nel frattempo, scrivo per diverse testate, sono nata su The Bottom Up.

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