Codici della memoria, la forza della tradizione orale

[Traduzione a cura di Benedetta Monti, dall’articolo originale di Duane W. Hamacher pubblicato su The Conversation]

Uluru, foto ravvicinata. Immagine Flickr dell'utente Ellen Forsyth. Licenza CC.
Uluru, foto ravvicinata. Immagine Flickr dell’utente Ellen Forsyth. Licenza CC.

I bardi degli antichi celti sono rimasti famosi per la grande quantità di informazioni che erano in grado di memorizzare, tra migliaia di canzoni, storie, canti e poemi che richiedevano ore per essere recitati.

Oggi invece siamo abbastanza viziati. In pratica possiamo disporre facilmente dell’intero bagaglio della conoscenza umana, quindi perché preoccuparsi di memorizzare qualcosa che possiamo semplicemente trovare su Google?

La risposta diventa palese nel momento in cui andiamo in panico dopo aver perso il nostro smartphone!

Molto tempo prima degli antichi celti, gli aborigeni australiani registravano la loro ampia conoscenza nella memoria e la trasferivano alle generazioni successive.

Gli aborigeni dimostrano non solo che le loro tradizioni orali erano piene di dettagli e complesse, ma che esse possono sopravvivere – in modo accurato – per migliaia, se non decine di migliaia, di anni.

Personalmente faccio fatica a ricordare che cosa ho fatto lo scorso martedì. Dunque, gli aborigeni come hanno fatto?

Questa domanda ha attirato l’attenzione della ricercatrice Lynne Kelly, mentre indagava sulla conoscenza degli animali da parte degli aborigeni per il suo dottorato di ricerca.

Alla ricercatrice è risultato evidente che gli aborigeni catalogavano una grande quantità di informazioni riguardo agli animali – compresi i tipi di specie, le caratteristiche fisiche, il comportamento, il legame con il cibo e le piante – e si è chiesta come ci riuscissero.

Un aspetto memorabile

Gli anziani aborigeni le hanno spiegato il modo in cui codificavano la conoscenza tramite canzoni, danze, storie e luoghi, e questo ha portato a formulare una teoria che potrebbe rivoluzionare l’archeologia odierna.

Da tempo è noto che il cervello umano si è sviluppato per associare la memoria ai luoghi, un metodo conosciuto come la tecnica dei loci. Ciò significa che associamo la memoria ad un luogo. Quante volte siamo assaliti dai ricordi quando visitiamo i luoghi della nostra infanzia?

La parola loci (dal latino “luogo”) può riferirsi a caratteristiche del paesaggio, design astratti – qualsiasi cosa che abbia caratteristiche distintive che possono essere collegate alla memoria.

Lynne Kelly ha sviluppato questo concetto in una struttura che potrebbe spiegare lo scopo di luoghi famosi come Stonehenge, le Linee di Nazca e i Moai dell’Isola di Pasqua.

Il significato di questi luoghi è stato un argomento di discussione per decenni. Quello che la Kelly propone nel suo nuovo libro The Memory Code (Il Codice della Memoria, NdT), è che Stonehenge e le Linee di Nazca siano in realtà spazi per la memoria.

Stonehenge. Foto Flicrk dell'utente Yvonne Eijkenduijn. LIcenza CC.
Stonehenge. Foto Flicrk dell’utente Yvonne Eijkenduijn. LIcenza CC.

Il potere della conoscenza

Nelle culture orali, la conoscenza è potere. È imperativo che le conoscenze più importanti siano mantenute e conservate da alcuni custodi prescelti che hanno dimostrato il proprio valore.

Nelle culture indigene, gli anziani che sono riusciti a passare i livelli più alti dei riti di iniziazione hanno il grado maggiore di conoscenza.

Questo si rispecchia nei luoghi delle cerimonie dove le conoscenze venivano tramandate. I luoghi dei riti di iniziazione degli aborigeni comprendono un luogo segreto dove viene discussa la conoscenza più sacra.

E lo possiamo vedere anche a Stonehenge, dove il cerchio di pietre erette protegge il centro dell’anello, il luogo in cui venivano tramandati gli aspetti principali della conoscenza attraverso una cerimonia.

Questi luoghi hanno anche caratteristiche che sono uniche sia nell’aspetto che nella forma. A Uluru, gli anziani Anangu associano ogni crepa, protuberanza e incavo nel perimetro delle montagne con la conoscenza registrata nella loro memoria.

Le mappe delle stelle e la memoria

Il locus non è collegato esclusivamente a luoghi che si possono toccare o visitare. Le popolazioni indigene utilizzavano anche le stelle come luoghi della memoria.

Ad esempio, i gruppi di stelle possono rappresentare alcune caratteristiche del paesaggio. Ghillar Michael Anderson, uomo di legge aborigeno, spiega come il popolo Euahlayi era in grado di percorrere grandi distanze per il commercio e le cerimonie.

Gli Euahlayi memorizzavano le mappe delle stelle durante la notte e imparavano canti che parlavano del loro rapporto con la terra. Ogni stella era associata a una caratteristica del paesaggio, come ad esempio un pozzo d’acqua.

Nel corso dell’anno, recitavano i propri canti mentre viaggiavano nel Paese durante il giorno. Queste “vie dei canti” sono diventate la base di alcune delle nostre reti autostradali che si intersecano nel Paese.

Piuttosto che viaggiare seguendo le stelle, le stelle stesse servono come luogo della memoria.

Nel suo “Memory Code“, Kelly fornisce nuove opinioni sul modo in cui le società con tradizioni orali sono in grado di memorizzare una grande quantità di conoscenze senza che esse si deteriorino nel tempo.

E questo potrebbe spiegare come i ricordi degli Aborigeni del paesaggio che esisteva prima che fosse inondato dall’innalzamento del livello dei mari dopo l’ultima Era Glaciale siano sopravvissuti nella tradizione orale per più di 7.000 anni.

Per fare una prova, Kelly ha utilizzato la stessa tecnica per memorizzare le nazioni del mondo secondo la popolazione collegandoli con alcune caratteristiche del suo vicinato, compresi gli edifici e i giardini – inventando alcune storie per ognuna. E adesso è in grado di recitarle correttamente.

Se tentate anche voi, potreste essere sorpresi di quanto sia semplice farlo.

Benedetta Monti

Traduttrice freelance dal 2008 (dall’inglese e dal tedesco) soprattutto di testi legali, ama mettere a disposizione le sue competenze anche per fini umanitari e traduzioni volontarie.

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