Somalia: il dilemma di al-Shabaab, con al-Qaida o con l’ISIS?

[Traduzione a cura di Benedetta Monti, dall’articolo originale di Yasin Ahmed Ismail e Muhammad Fraz Siddiqui pubblicato su openDemocracy]


Mogadiscio, pattuglie di controllo contro gli attacchi di al-Shabaab. Foto Flickr/AMISOM/Tobin Jones di pubblico dominio.
Mogadiscio, pattuglie di controllo contro gli attacchi di al-Shabaab. Foto Flickr/AMISOM/Tobin Jones di pubblico dominio.

A prima vista, le differenze tra al-Shabaab, il gruppo militante estremista che ha base in Somalia, e lo Stato Islamico (comunemente conosciuto come ISIS) che attualmente governa alcune zone della Siria e dell’Iraq, potrebbero sembrare irrilevanti. Entrambi i gruppi prosperano sfruttando le diverse sensibilità religiose e le tensioni socio-politiche per giustificare le atrocità commesse per garantirsi un potere assoluto. Il massacro di 148 studenti keniani nell’aprile 2015 per mano dei militanti di al-Shabaab e i recenti attacchi di Parigi che hanno causato 130 morti e centinaia di feriti, sono esempi tragici di tale affinità tra i due gruppi. La recente uccisione di membri di al-Shabaab considerati favorevoli all’ISIS ha tuttavia dimostrato che le convinzioni e le tattiche condivise non sono sufficienti a impedire che i militanti jihadisti si combattano l’uno contro l’altro.

Negli ultimi mesi, i reclutatori dello Stato Islamico hanno cercato di convincere la leadership di al-Shabaab per tagliare i ponti con al-Qaida. Nel maggio del 2015, lo Stato Islamico ha pubblicato un breve video in cui i propri membri di origine somala si riferivano ai combattenti di al-Shabaab come a “veri mujaheddin” e li esortavano a unirsi al loro Stato transnazionale. Tuttavia, la settimana scorsa, al-Shabaab ha eliminato lo sceicco Hussein Abdi Gedi, l’ex vice-governatore del movimento nella regione di Juba, dopo che questi si era unito a 100 combattenti di al-Shabaab che avevano disertato per allearsi a una fazione pro-ISIS. Abu Abdalla, il capo del movimento di al-Shabaab nel Sud della Somalia, commentando altre simili uccisioni mirate, ha affermato che la sua organizzazione ha preso “una chiara decisione di difendere l’unità” tra le proprie fila. Avvertendo che “se appartieni a un altro gruppo, allora resta al tuo posto. Se hai una bandiera diversa, portala con te. Qui non può funzionare, e sarai decapitato, anche se hai la barba lunga.” Queste misure preventive dovrebbero spingerci a rivalutare le considerazioni strategiche riguardo ai gruppi di militanti come al-Shabaab che si trovano in una situazione di rivalità sempre più pericolosa tra l’ISIS e il suo predecessore, al-Qaida.

Nei decenni successivi alla resistenza anti-sovietica in Afghanistan negli anni ’80, al-Qaida ha rappresentato il volto principale del movimento jihadista globale. Daniel Bynum, membro del Center for Middle East Policy all’Istituto Brookings, afferma che Osama Bin Laden cercava di trarre vantaggio dalla rete di combattenti che era stata costituita in Afghanistan per “creare un’avanguardia di combattenti di élite che potevano portare avanti il progetto globale della jihad e unire i centinaia di piccoli gruppi jihadisti che stavano combattendo, spesso in modo debole, contro i propri regimi, sotto un unica guida“. Verso la metà degli anni ’90, l’orientamento di questa rete si è trasferito dai regimi locali verso un obiettivo più ampio rappresentato dagli Stati Uniti e dall’Occidente. Durante il decennio successivo, al-Qaida ha impiegato una sorta di strategia di “franchising“, di maggior richiamo per i gruppi minori sull’orlo del fallimento che chiedevano aiuti finanziari, un flusso continuo di reclute, formazione e supporto logistico. In cambio, questa specie di franchising forniva rifugi ai membri di al-Qaida e permetteva loro di conservare la loro importanza. Questo modello continua ad essere attraente per al-Shabaab nonostante l’ascesa dell’ISIS.

Ufficialmente conosciuto come “Harakat al-Shabaab al-Mujaheddin”, cioè il movimento dei giovani che combattono per la jihad, al-Shabaab ha iniziato a caratterizzarsi come un gruppo di milizie locali il cui obiettivo era quello di ‘liberare’ la Somalia dall’invasione delle forze etiopi. Infatti, la strategia iniziale di al-Shaabab, che sembra molto simile all’attuale modello dell’ISIS, consisteva nella lotta contro il governo federale di transizione in Somalia e la sua controparte etiope, per governare i territori controllati secondo la propria comprensione della shari’a e trasmettendo le proprie tattiche brutali per ottenere vittorie tangibili e ispirare le potenziali reclute.

Tuttavia, dopo alcuni mesi dalla fusione del movimento con al-Qaida nel 2012, al-Shabaab ha preso in considerazione un cambiamento di strategia per spiegare il proprio ritiro da Mogadiscio, e ha presentato la stessa motivazione dopo essersi ritirato da Kismayo, una città portuale considerata strategica che serviva al gruppo come fonte di reddito. Mentre al-Shabaab ha continuato a ritirarsi o a perdere i propri territori fondamentali a causa dell’unione delle forze somale e di AMISOM, la strategia del movimento è cambiata: partendo da una strategia di controllo e di governo dei territori somali ha seguito il modello di al-Qaida alimentando attacchi di guerriglia su obiettivi sia locali che regionali. Negli anni recenti, il gruppo ha effettuato tali attacchi su obiettivi considerati facili sia in Somalia che in Kenya, principalmente contro alberghi, scuole e istituzioni frequentate sia dagli occidentali che dai funzionari di governo somali. Nonostante avessero poca importanza dal punto di vista militare, tali attacchi sono riusciti ad aumentare il prestigio internazionale di al-Shabaab come l’organizzazione jihadista più potente e spietata del continente.

Ora che l’ISIS cerca di valorizzare questo prestigio acquisito, il suo reclutamento metterà a dura prova l’attuale alleanza strategica tra al-Shabaab e al-Qaida. Ciò che distingue l’ISIS dagli altri gruppi jihadisti è la sua ideologia apocalittica che rende il suo sedicente “Califfato” l’unica autorità legittimata a governare la popolazione musulmana globale. Oltre ai nemici tradizionali, come i regimi arabi “apostati” e i Paesi occidentali, non lasciano spazio ai territori controllati da altri gruppi jihadisti che non sono associati all’ISIS, e li posiziona come avversari alla pari dei loro rivali di al-Qaida. Per l’attuale leader dell’ISIS Abu Bakr al-Baghdadi e per i suoi sostenitori, il modello basato sul combattere localmente contro i regimi arabi, istituire un governo limitato, sensibilizzare e trasmettere le proprie tattiche brutali per diffondere la paura è molto più efficace al fine di istituire uno Stato transnazionale rispetto al modello più confuso di al-Qaida basato sull’attesa a lungo termine degli esiti di operazioni esterne più complesse.

Questo atteggiamento rappresenta una sfida all’autorità di al-Qaida, e mira essenzialmente a detronizzare l’attuale leader del movimento, Ayman al-Zawahiri. Ciononostante, l’ISIS non può conseguire tale aspirazione conquistando con la forza la maggioranza dei Paesi musulmani, soprattutto perché al momento si stanno verificando battute d’arresto in seguito agli attacchi aerei della coalizione multinazionale. Pertanto, come parte del proprio progetto di espansione interna che cerca anche di oscurare le proprie perdite sul campo, l’ISIS cerca di appropriarsi delle alleanze e dei territori di altri gruppi jihadisti per creare province regionali. A marzo, Boko Haram, il gruppo jihadista dell’Africa occidentale che controlla un territorio della stessa dimensione dello stato del Massachusetts, si è unito all’ISIS autoproclamandosi lo “Stato Islamico dell’Africa Occidentale”. In quanto unico gruppo jihadista africano che si oppone all’alleanza all’ISIS, al-Shabaab rappresenta un ostacolo alla visione dell’ISIS di uno stato jihadista transnazionale.

Diversamente da Boko Haram e da altri piccoli gruppi jihadisti che hanno giurato fedeltà all’ISIS, ci sono alcuni fattori che stanno influenzando questa scelta di opposizione nella leadership di al-Shabaab. Come già scritto in precedenza, al-Shabaab non solo ha già impiegato il modello dell’ISIS con poco successo, ma è anche improbabile che riprendere tali tattiche contro un governo somalo sostenuto a livello regionale possa produrre risultati diversi. Inoltre, mentre al-Shabaab può sicuramente sfruttare l’attuale immagine dell’ISIS, i vantaggi di un’affiliazione non compenserebbero quelli derivanti dal rapporto tra al-Shabaab e al-Qaida che dura da decenni.

Ad esempio, Osama Bin Laden fu colui che fondò al-Itihaad al-Islamiya, gruppo islamista salafita responsabile degli attacchi in Etiopia durante gli anni ’90, i cui leader si sono in seguito uniti al movimento che è diventato al-Shabaab. Il primo comandante di al-Shabaab, Aden Hashi Ayro, nonché altri ex leader come Mukhtar Robow e Ahmad Godane, secondo quanto riferito, sono stati tutti addestrati e hanno combattuto insieme ad al-Qaida in Afghanistan. Inoltre, diversamente dalla provincia gestita dall’ISIS nello Yemen, la recente ricomparsa del movimento Al-Qaida nella Penisola Arabica (AQAP) possiede il potenziale per fornire ad al-Shabaab un’alleanza locale potente e piena di risorse. AQAP ha sfruttato con successo la guerra civile in corso per conquistare la città costiera di Mukallah, una base militare della provincia di Shabwa, alcuni distretti nella città portuale di Aden e territori in altre province. Infine, l’interpretazione esclusiva dell’ISIS di che cosa costituisca una giurisdizione “islamica” minaccia la longevità di tali conquiste nello Yemen.

Con i recenti successi di AQAP e il rapporto che dura da decenni con al-Qaida, al-Shabaab ha le sue motivazioni per rimanere fedele ad al-Qaida nel prossimo futuro. Per la leadership di al-Shabaab, la scelta è tra un partner fidato con una vasta rete nell’Africa orientale e uno stato jihadista in crescita che, nonostante la propria popolarità, ha frammentato il paesaggio jihadista e offre un’influenza relativa nella regione. Per tutti noi, una domanda richiede particolare attenzione, vale a dire se tali dinamiche “intra-jihadiste” saranno d’aiuto nell’ottica di favorire il decadimento dei gruppi jihadisti dall’interno oppurese  scateneranno una rivalità che potrà causare ancora più morti tra i civili.

Benedetta Monti

Traduttrice freelance dal 2008 (dall'inglese e dal tedesco) soprattutto di testi legali, ama mettere a disposizione le sue competenze anche per fini umanitari e traduzioni volontarie.

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