Bacino del Congo, legno insanguinato e impunità

[Seconda parte di un’inchiesta sullo sfruttamento del legname, molto spesso illegale, nella più grande foresta pluviale del mondo, seconda solo a quella dell’Amazzonia. La prima parte la leggete cliccando il link]

Un altro rapporto, intitolato “Blood Timber” (Legno insanguinato) mostra come l’Europa abbia aiutato a finanziare la guerra nella Repubblica Centrafricana, insieme a compagnie cinesi e libanesi.

La Repubblica Centrafricana ha una superficie di 622.984 km2 (più del doppio dell’Italia) e una popolazione di circa 5.000.000 di abitanti (due volte Roma). Molto ricca di risorse naturali, in particolare oro, diamanti, legname, ma anche petrolio e uranio. La foresta – parte della foresta pluviale del Bacino del Congo – copre circa il 15 per cento del territorio del Paese ed è fonte di sostentamento per migliaia di persone. Nel rapporto 2014 dell’Indice di Sviluppo Umano la Repubblica Centrafricana risulta al 185° posto su 187 nazioni considerate.

Dal 2013 il Paese vive la peggiore crisi della sua storia già fin troppo travagliata. Nel marzo di quell’anno una coalizione di gruppi armati ribelli (Seleka) prese il potere deponendo il presidente François Bozizé e nuovo presidente divenne il loro leader, Michel Djotodia. Commisero violazioni di diritti umani: torture, crimini sessuali, reclutamento forzato di minori, e uccisero migliaia di persone, saccheggiando allo stesso tempo i fondi pubblici e approfittando delle risorse naturali. Presero il controllo dei depositi di oro e diamanti del Paese, oltre a dedicarsi alla caccia di elefanti per venderne l’avorio nel mercato illegale internazionale.

In questa situazione le aziende del legname operanti nel Paese continuavano a operare facendo accordi con Seleka. Si valuta che abbiano pagato a quest’ultimo un totale di 3.4 milioni di euro, per esempio in servizi di “protezione”. Queste aziende, che detengono il 99% delle esportazioni di legname, sono la libanese Société d’exploitation forestière centrafricaine (SEFCA, 62%), il gruppo cinese Vicwood (26%), la francese Industrie forestière de Batalimo (IFB, 11%).

Attualmente il Seleka non è più al potere. Dal gennaio 2014 il Paese è governato dalla presidente di transizione Catherine Samba-Panza, in attesa delle elezioni che dovrebbero tenersi quest’anno. Una situazione ancora caotica, con gruppi armati ancora in giro per il Paese, una corruzione dilagante, le autorità che non sono capaci di assicurare una gestione sostenibile delle risorse naturali, secondo la legge e nel rispetto dei diritti della popolazione che vive nella povertà.

Le aziende del legname hanno continuato a contribuire all’instabilità del Paese pagando alle milizie “anti-balaka” una cifra calcolata intorno ai 130.000 euro. Per quanto bassa rispetto alla precedente, la cifra contribuisce a finanziare questo altro gruppo ribelle. Nato come gruppi di autodifesa contro Seleka, hanno preso il posto di questo nelle aree forestali del Paese, oltre ad aver preso il controllo di aree minerarie di oro e diamanti, e hanno cominciato anche loro a commettere violazioni di diritti umani e omicidi. Per entrambi i gruppi si parla di crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

Sebbene la comunità internazionale abbia tentato di fermare il commercio di diamanti provenienti da questo Paese, è rimasta praticamente in silenzio riguardo al problema del legname. Proprio per lo sforzo, sebbene non proprio efficace, di fermare il traffico di diamanti, il commercio di legname è divenuto il primo prodotto di esportazione. Il legname esportato dalle maggiori compagnie è però illegale.

Foresta pluviale nel Bacino del Congo, foto di Corinne Staley su Flickr, licenza CC.
Foresta pluviale nel Bacino del Congo, foto di Corinne Staley su Flickr, licenza CC.

Il mercato europeo rappresenta il 59% delle esportazioni di legname provenienti dalla Repubblica Centrafricana, per la maggior parte venduto alla Germania (32%) e alla Francia (20%), mentre il resto andrebbe a Belgio, Spagna, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Danimarca, Italia e Portogallo. La violazione del Regolamento europeo – che comunque resta vago su diversi punti – e delle legislazioni nazionali è dovuta anche al fatto che le autorità degli Stati membri,  in particolare di Francia, Germania e Belgio che sono i più noti importatori, non sembrano veramente interessati a farli rispettare.

Il caso più assurdo è quello della Francia. Questa ha una politica di sostegno nei confronti delle aziende di legname in quanto stranamente convinta di poter così gestire in modo sostenibile lo sfruttamento delle foreste del Paese. Ciò è irrealistico in una situazione come questa. Da parte delle autorità centrafricane mancano i mezzi e l’impegno per controllare le aziende e queste non hanno né capacità né interesse in un’autoregolamentazione.

L’Agenzia francese per lo sviluppo (AFD) ha così finanziato le compagnie del legname della Repubblica Centrafricana, coinvolte nel disboscamento illegalmente delle foreste e finanziando il conflitto che le truppe francesi dovrebbero fermare. Si è così creato un perverso circolo vizioso per cui i cittadini francesi pagano il legno, i militari in missione e gli aiuti umanitari. E così si mantiene l’impunità di queste compagnie.

Tra le società europee che comprano il legno dalla Repubblica Centrafricana sono state identificate Tropica-Bois (Francia), Johann D Voss (Germania), F. Jammes (Francia), Bois des Trois Ports (Francia) e Peltier Bois (Francia). Interessante notare che la F. Jammes era stata già citata in un altro rapporto di Global Witness del 2002 come una delle due società francesi che commerciavano il legname che contribuiva a finanziare la guerra civile in Liberia. Il legname esportato dalla libanese SEFCA è commerciato per la maggior parte dalla Tropica-Bois. All’inizio di quest’anno è stato trovato legname esportato dalla SEFCA anche nel deposito della Byttebier Hout (Belgio). Paradossalmente la SEFCA è stata invitata dalla Commissione Europea a partecipare alla conferenza per il resoconto annuale degli sforzi contro la raccolta e il commercio illegale di legname (FLEGT).

In Asia va il 39 per cento del legno esportato e per lo più in Cina (32%), ponendo questo continente immediatamente dopo l’Europa. Seppure in minori quantità, anche gli Stati Uniti importano legno dalla Repubblica Centrafricana.

Se già non è difficile far entrare in Europa il legno della Repubblica Centrafricana, le cose sono ancora più semplici se si tratta con la Cina, perché lì manca una legislazione contro l’importazione di legno illegale. La Tropica-Bois, in una intervista non autorizzata ha ammesso di non avere bisogno di provare la legalità del suo legname quando ha a che fare con clienti cinesi.

Riguardo alla quantità di legno lavorato, la Cina è prima al mondo. Ancora secondo la Tropica-Bois, il legname della Repubblica Centrafricana esportato in Cina viene rivenduto come prodotto finito (per lo più mobili) nel mercato occidentale. Queste importazioni devono sottostare alle leggi internazionali, ma così è più complicato rintracciare l’origine del legno. Pertanto c’è il rischio che quantità maggiori di legname vengano esportati in Cina e rivenduti nei nostri mercati senza problemi.

Di fatto dall’inizio del conflitto non è mai stato sequestrato legname proveniente dalla Repubblica Centrafricana in alcun porto europeo, che continua ad arrivare senza ostacoli. La comunità internazionale è completamente silenziosa. Non c’è alcuna azione efficace da parte dell’ONU o dei suoi Stati membri.

Intanto gli scontri continuano mietendo altre vittime in una situazione di profonda instabilità, con migliaia di altri sfollati e una crescente crisi umanitaria. Secondo stime dell’ONU circa 450.000 persone sono i profughi all’interno del Paese e migliaia quelli che hanno cercato asilo fuori dai confini nazionali. Nello stesso tempo nella Repubblica Centrafricana un totale di circa 2.7 milioni di persone ha bisogno urgente di assistenza umanitaria.

Campo per rifugiati dalla Repubblica Centroafricana in Camerun, foto di EU Commission DG ECHO su Flickr, licenza CC.
Campo per rifugiati dalla Repubblica Centroafricana in Camerun, foto di EU Commission DG ECHO su Flickr, licenza CC.

Da oltre un anno ci sono i peacekeeper dell’ONU (missione MINUSCA) che vengono messi a far da tampone in una situazione in cui non si vogliono vedere le radici. Senza contare gli scandali in cui gli stessi peacekeeper sono coinvolti. Abusi sessuali anche su minori che sembrano non avere fine. Avvenimenti che creano altri problemi in una situazione già di per sé complessa. Dopo tante polemiche a metà agosto sono arrivate le dimissioni del capo della missione, il senegalese Babacar Gaye. A luglio si era già dimessa l’italiana Flavia Pansieri, ufficialmente per motivi di salute. Vicecommissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, aveva ammesso di non aver prestato la dovuta attenzione ai casi degli abusi sui minori.

Il rapporto di Global Witness fa notare che nella Repubblica Centrafricana non si è mai davvero considerata la relazione tra le risorse naturali e i continui conflitti. Eppure la ricchezza delle risorse naturali e il loro controllo sono stati sempre al centro della contrastanti rivendicazioni per il potere nel Paese. In più la volontà delle compagnie straniere di sfruttare e commercializzare il legname in ogni modo, anche a costo di finanziare chi ha massacrato la popolazione, è un incentivo per i gruppi armati a prendere possesso delle zone boschive.

La dichiarazione cinica della rappresentante della compagnia Tropica-Bois quando parla con gli investigatori di Global Witness, senza sapere di essere ripresa, è molto eloquente.

È Africa. [La guerra] è così frequente che non vi prestiamo attenzione … Non è una guerra in cui attaccano i bianchi. Non è una guerra che noi possiamo evitare.

Nel frattempo in Kenya una nuova impresa locale, la Green Pencils, dimostra che si può scegliere di fare soldi rispettando l’ambiente. Due amici, Anthony Kirori e Ivan Ochieng, hanno deciso di lavorare insieme e hanno trovato l’idea che funziona. In Kenya non è permesso tagliare alberi per fare matite e tutte le matite sono importate. Loro hanno pensato di riempire quella lacuna producendo matite e penne con carta riciclata, riducendo così il consumo di plastica. Raccolgono giornali dalle scuole a cui poi rivendono il prodotto. Vendono a scuole, negozi, aziende e il fatturato continua ad aumentare. Questo è il terzo anno e stimano di raggiungere i 100.000 dollari. [II parte, fine]

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