Il prezzo del silenzio: sorveglianza di massa e auto-censura

[Traduzione a cura di Giorgio Guzzetta dall’articolo originale di Nik Williams pubblicato su openDemocracy]


Raduno contro la censura di massa. Foto dell'utente Flickr Susan Melkisethian, alcuni diritti riservati

Il panopticon di Jeremy Bentham è la soluzione più efficace per il controllo disciplinare indiretto. I detenuti possono essere osservati in qualsiasi momento e dovunque si trovino, da una torre panoramica situata al centro della struttura carceraria. Non potendo vedere cosa succede dentro la torre, i detenuti si sentono sempre osservati, pur non potendo avere la certezza della presenza delle guardie. La possibilità di una sorveglianza continua basta da sola per spaventare, vincolare e infine modificare il comportamento.

Nell’era digitale la sorveglianza è meno esplicita, ma i risultati sono ugualmente allarmanti. Le rivelazioni di Edward Snowden hanno evidenziato la capacità di NSA e GCHQ di raccogliere dati da diverse piattaforme digitali, e anche il loro tentativo di essere esaustivi, il loro voler ‘raccogliere tutto‘. Questo ha portato alla luce un sistema che, a causa della sua onnipresenza, è in grado di prendere di mira chiunque, a prescindere da dove si trovi, dalla sua nazionalità o dalla sua colpevolezza, vera o presunta che sia. In questo situazione i giornalisti hanno poche possibilità di fare ricerche e di porre domande senza paura di essere spiati.

I pericoli della sorveglianza di massa non esistono solo quando si è consapevoli di essere osservati. Probabilmente non c’è modo di sapere che siamo spiati, ma questo significa anche che non c’è modo di sapere che non lo siamo.

Se senti che qualcuno ti sta guardando, moltissime sono le cose che non fai. [Non sarai] in grado di utilizzare strumenti e strutture a causa di una paura che non ha nome” sostiene Sir Tim Berners-Lee, creatore del World Wide Web. Questa paura indefinibile di cui lui parla è simile a quella auspicata da Bentham – una tensione invisibile ma tangibile che può disturbare o modificare le azioni altrui, senza essere realmente presente.

Questo legame tra la sorveglianza di massa e l’auto-censura emerge in maniera molto chiara dal rapporto Global Chilling, redatto nel 2014 da Pen International. Attraverso 772 interviste a scrittori e saggisti di tutto il mondo, l’associazione ha denunciato un crescente disagio causato dalla sorveglianza di massa e un corrispondente mutamento nel modo di vedere e nel comportamento. Adottando le categorie utilizzate da Freedom House, il sondaggio rivela che, nei Paesi liberi, almeno uno scrittore su tre ( 34 % ) afferma di aver rinunciato a scrivere o parlare su argomenti scottanti, dopo le rivelazioni di Snowden. Inoltre il rapporto prosegue affermando che “i livelli di auto-censura riferiti da scrittori che vivono nei Paesi democratici si stanno avvicinando a quelli di autori che vivono in Paesi autoritari o semi-democratici.

Anche se, diversamente da forme di controllo attivo sulla libertà di stampa, come per esempio la censura e le proibizioni messe in atto dalla Cina, dalla Corea del Nord e dall’Iran, l’auto-censura è una forma di controllo passivo – nessuno Stato ha attivamente impedito a questi scrittori di scrivere su quei temi -, il risultato rimane lo stesso: il controllo e la limitazione di ciò che viene detto. Oltretutto, mentre il controllo attivo è oneroso dal punto di vista delle risorse impiegate, il controllo passivo generato dalla minaccia di una sorveglianza continua e onnipresente è molto meno dispendioso e molto più efficiente a livello di rapporto costi-benefici. Allora perché censurare in modo esplicito, quando si possono spingere i giornalisti a definire i propri limiti? Come scrive Peggy Noonan, “il risultato inevitabile della sorveglianza è l’auto-censura.

Avendo un impatto diretto sulla libertà dei media e la libertà di espressione, l’atto di autocensura limita inoltre la ricchezza e la varietà delle notizie che arrivano al pubblico. Suzanne Nossel, direttore esecutivo del Pen Center americano, ha dichiarato nel suo editoriale per la CNN:

Argomenti che risultano estranei, fuori dal comune o che fanno paura, lo diventeranno ancora di più se i giornalisti e anche gli studenti hanno paura di indagare e spiegare.

Gli effetti di queste preoccupazioni si avvertono in ogni fase del processo, dalle indagini dei giornalisti fino alla lettura di queste da parte del grande pubblico. L’acquisizione continua e la manipolazione di metadati sulle nostre comunicazioni (al di là di questioni di contenuto) mette a rischio anche la possibilità dei media di incontrare e proteggere le fonti. Jillian York della Electronic Frontier Foundation afferma che “Il pericolo dei metadati è che permette di sorvegliare e tracciare i nostri spostamenti, i nostri network e le nostre attività, costringendoci a riflettere attentamente prima di contattare un certo gruppo o individuo.” Fornendo un resoconto delle proprie scelte, l’onnipresente sorveglianza di massa trasforma l’atto di comunicare nel gesto più pericoloso di tutti.

Secondo il rapporto di Pen International, il 26 % degli scrittori che vivono in Paesi democratici e liberi afferma di aver preferito non fare ricerche su Internet o visitare siti web su argomenti che possono essere considerati controversi o sospetti. Volendo capire come si costruiva una bomba all’anidride carbonica dopo un fallito attentato all’aeroporto di Los Angeles, Peter Galison, giornalista della Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha dovuto combattere con la sua paranoia per decidere se fare o meno una ricerca in Rete. Raccontando il suo dilemma, ha descritto molto bene il problema dei giornalista che lavorano nell’età della sorveglianza: “il solo fatto di sapere che le parole chiave che avrei dovuto usare potevo farmi finire sotto sorveglianza è stato sufficiente a farmi esitare.

Il vero impatto della sorveglianza di massa sulla libertà dei media è dato proprio da questi momenti di esitazione. Ogni rinuncia ci farà perdere qualcosa, qualcosa sarà raccontato male, una possibilità di creare un dibattito più consapevole scomparirà. Per usare le parole di Philippe Val, ex direttore di Charlie Hebdo, “Che cosa minaccia di più la democrazia? Il Silenzio.

Giorgio Guzzetta

Accademico errante, residente a Roma dopo vari periodi di studio e lavoro all’estero (Stati Uniti, Inghilterra e Sudafrica).
Si è occupato di letteratura italiana e comparata, globalizzazione culturale, Internet e nuovi media. Occasionalmente fa traduzioni dall’inglese e dal francese.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *