Burundi, braccio di ferro tra governo e società civile

[Traduzione a cura di Benedetta Monti, dall’articolo originale di Liam Anderson pubblicato su ThinkAfricaPress.]

 

Il potere del popolo: Burundesi manifestano a Bujumbura nel settembre 2013. Foto di Troens Bevis.
Il potere del popolo: Burundesi manifestano a Bujumbura nel settembre 2013. Foto di Troens Bevis.

Il periodo di pace relativa che il Burundi ha vissuto dalla fine della guerra civile subisce oggi nuove minacce. Dopo il “cessate il fuoco” che ha concluso dodici anni di conflitto, nel 2005, la nazione si è trovata in una situazione stabile. Ma con l’avvicinarsi delle elezioni [legislative, NdR] del 2015, molti preavvisano che il Presidente Pierre Nkurunziza e il suo partito al potere, il CNDD-FDD (Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia, Forze per la Difesa della Democrazia), stanno restringendo lo spazio politico attraverso l’intimidazione, la violenza e la repressione dei dissidenti.

Tuttavia è anche vero che il governo non avrà vita facile in questa operazione. Si è trovato infatti faccia a faccia con una società civile risoluta e gruppi di opposizione che hanno rifiutato di fare marcia indietro. Il modo in cui si affronteranno queste dinamiche contrastanti potrebbe determinare l’esito delle elezioni, (programmate per l’estate) rappresentando un passo verso il consolidamento della democrazia oppure un passo indietro verso una politica di violenza e paura.

Mantenere la presa

Durante le elezioni del 2010, il Burundi ha sperimentato un brusco aumento della violenza e dell’intimidazione politica, costringendo molti partiti dell’opposizione a boicottare le votazioni lasciando la vittoria della presidenza a Nkurunziza con il 92% dei voti. Molti sperano che le elezioni del 2015 segnino un cambiamento rispetto alle precedenti, ma nell’aria sta tornando un clima di repressione e di disaccordo già visto in passato.

All’inizio di questo anno, per esempio, il governo ha cercato di spingere per un gran numero di
emendamenti costituzionali. Insieme al sospetto che questi emendamenti includano disposizioni che consentirebbero a Nkurunziza di ottenere un terzo mandato, le modifiche proposte contengono misure che diluirebbero i poteri della vice-presidenza e ridurrebbero il numero di voti necessari ad approvare una legge, dagli attuali due terzi della maggioranza al 50% più uno. Altre voci critiche hanno inoltre affermato che gli emendamenti costituirebbero una minaccia all’equilibrio già fragile tra gli Hutu e i Tutsi, rafforzando il potere del partito CNDD-FDD.

Nel mese di marzo, i gruppi di opposizione sono riusciti a fermare le modifiche costituzionali in Parlamento, anche se al partito CNDD-FDD è mancato solamente un voto per l’approvazione degli emendamenti. Per nulla dissuaso, il ministro degli Interni ha annunciato poco dopo che sarebbe stato organizzato un referendum per spingere le modifiche; in realtà, davanti a una chiara opposizione politica e popolare e ad alcune difficoltà pratiche, questa proposta è stata poi lasciata cadere, almeno per il momento.

La società civile si oppone

Pare che l’opposizione abbia ottenuto una vittoria chiara, anche se il risultato rimane ugualmente ambiguo sul fatto che Nkurunziza possa correre o meno per un terzo mandato. Secondo la Costituzione del Burundi, i presidenti possono correre solamente per due mandati, ma i sostenitori del presidente hanno affermato che il suo primo mandato (2005-2010) non dovrebbe essere contato, dato che il presidente venne eletto indirettamente. Ciò che appare chiaro da questo tentativo di modificare la Costituzione, tuttavia, è il fatto che se Nkurunziza cercherà di partecipare di nuovo nelle elezioni si troverà ancora una volta davanti a un’opposizione energica.

Queste linee di lotta sempre più profonde – tra un governo che sembra determinato a rimanere al potere e una società civile che rifiuta di essere calpestata – si ritrovano anche nel caso di Pierre Claver Mbonimpa. Mbonimpa, un veterano degli attivisti per i diritti civili e una delle figure pubbliche più importanti del Burundi, è stato arrestato il 15 maggio per presunte minacce alla sicurezza nazionale e per aver utilizzato documenti falsi. Queste accuse sono relative ad affermazioni che Mbonimpa ha reso via radio riguardo ad alcuni gruppi giovani del Burundi che starebbero ricevendo addestramento militare nella vicina Repubblica Democratica del Congo.

Date le prove a sostegno delle sue accuse, molte persone vedono la carcerazione di Mbonimpa come ingiusta, e come un modo del governo per mettere a tacere gli oppositori. Gli attivisti del Burundi hanno organizzato campagne per il suo rilascio, e i suoi sostenitori sono apparsi in massa fuori dal tribunale alla prima udienza in segno di solidarietà. Numerose organizzazioni internazionali hanno espresso preoccupazione su questo caso; di recente anche il Parlamento Europeo ha aggiunto la propria voce richiedendo il rilascio immediato e incondizionato di Mbonimpa.

Il governo, tuttavia, è rimasto sulle sue posizioni e ha risposto proibendo manifestazioni a sostegno dell’attivista, minacciando le stazioni radio che affermavano di possedere prove a supporto delle sue affermazioni, e anche proibendo l’esecuzione di una canzone pro-Mbonimpa.

Di recente il governo ha rilasciato Mbonimpa provvisoriamente per motivi di salute, ma la battaglia tra il partito al governo e i sostenitori dell’attivista per i diritti umani è destinata a continuare.

Un crescente clima di violenza

Il trattamento di Mbonimpa da parte del governo corrisponde a un modello più ampio che il sociologo burundese Nicodéme Bugwabari ha definito un “clima di violenza”. Amnesty International, in luglio, ha pubblicato un rapporto che documenta una “repressione della libertà di espressione, della libertà di associazione e assemblea pacifica, e un aumento della violenza politicizzata”, mentre il funzionario delle Nazioni Unite in Burundi è stato espulso ad aprile, dopo che è trapelato un rapporto in cui si affermava che il governo stesse armando i suoi giovani sostenitori.

Come si poteva prevedere, il partito al governo ha cercato di contrastare le critiche, respingendo le affermazioni e giudicandole come “faziose” o come “autentiche bugie”, ma continuano ad essere segnalati casi di violenza e repressione politica.

Per esempio, i partiti dell’opposizione hanno affrontato molestie e arresti arbitrari, in particolare durante gli eventi pubblici. A marzo, per esempio, molte figure dell’opposizione sono state incarcerate per manifestazioni dichiarate ‘illegali’, e il partito del MSD ha ricevuto una sospensione di quattro mesi in seguito a uno scontro violento tra la polizia e i suoi sostenitori. Alla fine del mese di agosto, un leader regionale del MSD ha annunciato che il partito non parteciperà più ad eventi organizzati dal governatore della provincia di Gitega a causa di molestie da parte degli attivisti del partito CNDD-FDD.

Membri del secondo partito più grande del Burundi, UPRONA (Unione per il Progresso Nazionale), hanno riferito che un funzionario di polizia era stato mandato ad uccidere il membro anziano del partito Charles Nditije; ciò seguiva affermazioni analoghe sul fatto che il governo avesse già cercato di far rimuovere Nditije dal partito e sostituirlo con Concilie Nibigira, considerato più remissivo, tentando così di frammentare il partito.

Esistono anche prove proccupanti sull’espansione delle ali giovani, più aggressive, dei partiti del Paese. Come il gruppo ‘Imbonerakure’ di miliziani del partito al governo CNDD-FDD che, secondo quanto riferito, ha condotto una serie di attacchi contro i membri dell’opposizione e i civili nella quasi totale impunità, ed è stato descritto come un ‘terzo braccio’ della sicurezza della nazione. Oltre a questo, sono divenute più prominenti anche le ali giovani dei partiti all’opposizione, e sono già avvenuti alcuni scontri.

Non fermate la stampa

Nonostante la situazione descritta, i partiti dell’opposizione hanno continuato a organizzare manifestazioni, tra cui marce dei loro sostenitori ed altri eventi importanti. I media hanno continuato a pubblicare e a trasmettere materiale cruciale, dalla canzone pro-Mbonimpa che era stata vietata ad articoli sfavorevoli al governo, e spesso hanno criticato apertamente l'”Imbonerakure”. Gli attivisti hanno inoltre organizzato forum pubblici, pubblicato critiche sul peggioramento del clima di violenza e richiesto indagini su alcuni omicidi extragiudiziali.

Questi gruppi, insieme, hanno mostrato a loro stessi di rappresentare una forza da tenere in considerazione e hanno goduto di qualche successo. Tuttavia, è troppo presto per affermare che questi sforzi potranno tenere testa a un sistema politico preparato a usare la violenza nel tentativo di controllare lo spazio di espressione politica durante la corsa alle elezioni. Senza garanzie per i diritti umani, le libertà civili e la libertà di espressione, le elezioni del 2015 appariranno meno credibili, ma la tenacia della società civile e dei media continua a dare speranza rispetto allo sviluppo di un processo democratico.

Benedetta Monti

Traduttrice freelance dal 2008 (dall'inglese e dal tedesco) soprattutto di testi legali, ama mettere a disposizione le sue competenze anche per fini umanitari e traduzioni volontarie.

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