“Cos’è lecito per una donna?” Regole di genere in un’università nigeriana

[Traduzione a cura di Benedetta Monti dall’articolo originale di Abiola Odejide, pubblicato sul sito openDemocracy.]

Quali sono le percezioni di una donna nigeriana in un campus universitario del suo Paese, in spazi che non sono rigorosamente regolati dalle autorità universitarie? Quale sono le percezioni della sessualità femminile tra gli studenti e il personale in questi luoghi?

Questo articolo esamina le percezioni e le esperienze vissute dalle studentesse dell’Università di Ibadan (UI), la più antica della Nigeria, concentrandosi negli spazi di residenza e nelle comunità religiose del campus, prendendo in considerazione anche la percezione della sessualità femminile e l’impatto esteso che questa ha sulle relazioni nell’Istituto.

Come la maggior parte delle università africane, la UI è stata sottoposta ad alcune trasformazioni nell’economia politica, avvenute sia a livello globale che a livello locale. L’università è stata influenzata anche da questioni come l’instabilità politica, le poche sovvenzioni, la fuga dei cervelli e le violente agitazioni che la fanno sembrare più adatta agli uomini in fatto di autorità.

E all’interno di questo contesto, ci si aspetta che l’università adempia al proprio mandato di apportare cambiamenti e di conferire autorità, e che le studentesse che entrano in questo territorio prettamente maschile siano, in qualche modo, elevate. Le donne nigeriane non hanno ancora un equo accesso all’educazione di grado superiore – circa il 37% del corpo studentesco della UI era costituito da ragazze al momento in cui è stata eseguita la ricerca riportata in questo articolo. Inoltre, come abbiamo scoperto, parte dell’esperienza di essere una donna in un campus universitario nigeriano è l’essere definita e trattata come una subordinata.
Questo deriva dalla “cultura tradizionale”, e da fattori familiari e sociali in cui le donne sono viste come fragili, dipendenti dalla protezione dei maschi e sempre bisognose di sorveglianza e controllo.

La vita religiosa e comunitaria nella UI

Negli ultimi due decenni, parte delle realtà complesse che hanno dato forma alla vita degli studenti nella UI è stata l’ascesa dei movimenti religioni transnazionali, come il Pentecostalismo e l’Islam riformato (più fondamentalista). Sebbene le comunità religiose studentesche siano sempre esistite fin dai primi anni dell’università, fino agli anni ’80 e ’90 si trovavano ai margini del corpo studentesco, decenni che hanno visto emergere gruppi evangelici di cristiani e musulmani.

Circa 7.500 studenti (il 37% della popolazione studentesca dell’anno accademico 2004/2005) sono registrati come membri di organizzazioni religiose. Queste comunità altamente strutturate sono note perché forniscono reti di supporto sociale e accademico agli studenti e protezione dalla violenza nel campus.

Meno della metà degli studenti vive nel campus: quando è stato eseguito questo studio, soltanto il 44% (30% studenti e 15% studentesse) erano alloggiati nelle dodici case degli studenti. Otto di esse erano destinati a studenti dello stesso sesso, mentre quattro a studenti di sesso misto (co-istruzione). Le case degli studenti formano gran parte della cultura universitaria a causa dei legami profondi che gli studenti vi creano, legami che spesso continuano dopo la laurea.

Il metodo con cui sono state studiate le percezioni delle studentesse in questi ambiti religiosi e comunitari è stato soprattutto qualitativo, unendo le interviste condotte e concentrandosi sulle discussioni di gruppo di studenti e studentesse, incluso i leader delle associazioni e delle case degli studenti. Sono stati utilizzati anche documentari per i gruppi di associazioni. Inoltre, sono stati intervistati il Decano degli Studenti, i custodi di alcune case degli studenti selezionate e i consulenti delle comunità religiose.

Il posto “naturale” delle donne

Una delle scoperte principali dello studio è stata la percezione generale, e l’accettazione, di una gerarchia basata sul sesso che privilegia gli studenti maschi. Ai maschi erano attribuite capacità superiori nella leadership e nella gestione delle persone, del tempo e delle crisi. La loro posizione era sostenuta dalle nozioni basilari sull'”indole naturale” delle donne e da vari costrutti culturali, dallo stato di inferiorità delle donne in Nigeria e dalla dottrina religiosa.

La schiera dei leader religiosi era soprattutto di sesso maschile nonostante il gran numero di membri delle comunità di sesso femminile. Soltanto due gruppi avevano fino al 30% di leadership femminile e, anche in questi casi, queste donne erano a loro volta subordinate alla leadership maschile. L’Amira (il capo femmina delle donne della Società degli Studenti Musulmani), ha respinto vigorosamente la possibilità di una leadership femminile dichiarando: “Astagafulla (Dio lo vieta), l’Islam non incoraggia la donna ad essere il capo di una comunità”.

Nelle case degli studenti femminili, a capo c’erano donne, ma anche in quelli misti in cui l’80% era costituito da donne, non c’erano studentesse che fossero capi. La partecipazione delle donne nella politica studentesca come candidate potenziali per cariche elettive era bassa e non vista di buon occhio, perché considerata attivismo femminile. Un maschio che risiedeva in una casa degli studenti mista ha affermato che le donne che sono coinvolte nella politica studentesca “probabilmente sono… femministe. Coloro che credono nell’emancipazione della donna. Ma chiunque sia orientata al matrimonio, ad avere una famiglia, a sistemarsi, l’uomo non vuole che lo sia.”

I motivi forniti per l’apatia delle donne sono stati sorprendenti: per esempio, la loro “fragilità”, “mancanza di coraggio”, “complesso di inferiorità”, “essere cattive”, “essere più controverse”. Queste caratteristiche erano opposte all’ “audacia maschile”, “sicurezza di sé”, e “coraggio”. La rassegnazione di molte donne ad essere emarginate nella politica universitaria è catturata nelle parole di un custode di una casa degli studenti femminile: “Alcune delle (studentesse) diranno sempre ‘Che cosa può fare una donna? Fatemi affrontare solamente i miei studi’”. Sono stati fatti soltanto riferimenti occasionali ad una cultura istituzionale che impediva la partecipazione femminile, come la violenza psicologica e fisica che caratterizzava la politica studentesca e la rendeva minacciosa per le studentesse.

L’addomesticamento delle studentesse è stato rilevato sia negli ambiti religiosi che in quelli secolari oggetto della ricerca. Sono state segnalate interazioni basate sullo sfruttamento, soprattutto per quanto riguarda donne che fornivano servizi domestici cucinando per gli uomini nelle case per gli studenti, o eseguendo lavoretti come decorare, spazzare e cucinare nelle comunità religiose. Dove ciò era permesso, predicare in pubblico non era concesso alle donne.

Infantilismo e controllo delle donne

Le studentesse lamentavano anche di essere infantilizzate dai custodi del loro dormitori, aspetto strettamente correlato alla relegazione delle studentesse in ambienti secondari. I custodi facevano osservare regole sui periodi di visita, sulla “moralità”, sui codici per l’abbigliamento, e sul bighellonare nella casa dello studente, e che gli studenti maschi fossero soggetti a un trattamento meno autoritario da pare dei loro custodi e supervisori era visto come offensivo e sessista.

La banalizzazione e la classificazione delle studentesse erano comuni, per esempio nei riferimenti derisori ad una delle ragazze come “butty”, cioè privilegiata all’occidentale e non adatta come “moglie”.

Nelle comunità i livelli maggiori di partecipazione delle donne nelle attività religiose erano bollati come eccessivi, infantili, e prova del loro essere “in qualche modo deboli dal punto di vista mentale, più facili da commuovere rispetto ai ragazzi”. La loro partecipazione era vista come vantaggiosa, come una strategia per identificare i partner più adatti. Un ragazzo che ha partecipato allo studio ha affermato: “Nel mercato dei mariti c’è un’attività febbrile. Nelle comunità religiose e nelle battaglie, noterete molte sorelle che stanno lì per trovare marito.”

Sessualità femminile e disordine

La sessualità delle donne, in contrasto all’enfasi data al ruolo sussidiario delle donne nell’università, è stata sempre considerata potente e come una minaccia per l’ordine sociale. Secondo questo discorso, la sessualità delle donne è stata sopraffatta ed è anche impossibile per le donne controllarsi da sole. Uno dei coordinatori della comunità cristiana ha presentato le studentesse come sovversive nei confronti nelle norme sociali, “le studentesse…. vanno in giro nude in nome della moda… il modo in cui si vestono….può avere un’influenza diretta o indiretta sugli studenti…come dicevano un tempo ‘le donne e il denaro sono le radici del male”.

Ci sono stati molti riferimenti sul sesso transnazionale e accuse secondo cui le studentesse preferivano “amanti vecchi e danarosi”, facendo eco ad un mass media nigeriano sull’ “immoralità” presunta delle donne non ancora laureate. Date tali opinioni, le autorità delle case dello studente condannavano le vittime per la violenza sessuale subita, considerando le donne responsabili delle molestie a causa del loro modo di vestire “indecente”.

Donne, un’opposizione limitata

Le studentesse hanno contestato il controllo maschile delle comunità e il doppio standard sessuale solo occasionalmente. Quelle che risiedono nelle case degli studenti miste si sono unite in modo attivo a un’organizzazione non governativa, “War against Rape and Sexual Harassment” [WARSH, Lotta contro lo stupro e la molestia sessuale, NdT] per combattere i casi di stupro e molestia sessuale, e per procurarsi il sostegno dei residenti maschi.

Le studentesse hanno anche segnalato di volere una guida migliore dalle professoresse e dai gruppi femminili presenti nel campus. Alcune hanno messo in discussione i programmi più conservativi dei gruppi studenteschi che si preoccupavano perlopiù di creare “buone mogli e madri per costruire la nazione.”

Riflessioni sulla ricerca

La percezione di una gerarchia basata sul sesso nelle comunità religiose e nelle politiche studentesche dell’Università di Ibadan è assai diffusa. Tale gerarchia rema contro l’obiettivo dell’università di essere uno spazio fondato su principi di equità. Le affermazioni di molte studentesse in questo studio denotano un livello allarmante di rassegnazione a una condizione sociale impari, e una riluttanza ad impiegare qualche grado di mediazione per avere potere sia nei contesti religiosi che in quelli secolari. È stato notato anche un rigurgito di vecchi stereotipi delle donne come persone litigiose, meno dotate degli uomini nel senso accademico, di persone che riflettono superficialmente e sono cattive.

L’attribuzione comune di tali comportamenti alla ‘tradizione’ e la predilezione di questi in generale piuttosto che dell’atmosfera di ‘rinnovamento’ di un’università, suggeriscono che sia gli studenti che le studentesse hanno interiorizzato alcune credenze e prassi sui sessi e non vogliono cambiarle. Ciò nonostante il fatto che, come studenti universitari, sono esposti alle innovazioni tecnologiche e a diverse teorie filosofiche, politiche e sociali.

Tuttavia, abbiamo anche trovato prove di alcune contestazioni sulla gerarchia dei sessi negli ambienti più secolari dell’università, tra i presidenti delle case degli studenti e le attiviste. Qui, sono stati rilevati commenti che indicano come le donne possano riuscire a negoziare i loro rapporti con gli amici maschi e con i colleghi accademici. Ci sono state anche alcune richieste di riesaminare il curriculum dell’università per l’inclusione di corsi sull’imprenditorialità che potrebbero rendere le donne atte a lavorare e quindi meno dipendenti dai partner maschi.

Le incertezze sulla vita del campus e la disillusione sulla vita nazionale si sono fuse nelle menti delle studentesse dando vita ad uno stato di rassegnazione e frustrazione. Mentre a livello individuale ci si sente impotenti rispetto alla possibilità di influenzare un cambiamento, l’università potrebbe rivedere le proprie politiche e i propri processi al fine di istituire un’uguaglianza tra i sessi. Potrebbe essere un’evoluzione dolorosa per un’istituzione profondamente maschilista; dovrebbe eseguire cambiamenti radicali per mettere in discussione i ruoli sociali restrittivi attribuiti alle donne in quello che dovrebbe essere un ambiente di trasformazione.

Benedetta Monti

Traduttrice freelance dal 2008 (dall'inglese e dal tedesco) soprattutto di testi legali, ama mettere a disposizione le sue competenze anche per fini umanitari e traduzioni volontarie.

Avatar

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *