Quanto conta l’interpretazione religiosa nei diritti umani

[Traduzione a cura di Benedetta Monti dall’articolo originale di Iyad Barghouthi, pubblicato sul sito openDemocracy.]

Qualche tempo fa su openGlobalRights, alcuni autori hanno trattato sia delle tensioni sia della collaborazione potenziale tra l’Islam e i diritti umani (vedi qui, qui e qui). Queste osservazioni, tuttavia, si possono applicare allo stesso modo ad altre religioni monoteistiche, il Giudaismo e la Cristianità. I seguaci di queste fedi hanno un atteggiamento diverso verso i diritti universali e le differenze hanno origine da radicali cambiamenti storici nelle relazioni tra le Istituzioni religiose e lo Stato.

Le differenze riguardo ai diritti umani nei Paesi islamici mostrano che non è la religione in se stessa ad essere importante, ma il progresso delle religioni all’interno delle società, il pensiero e l’interpretazione religiosa.

Il pensiero religioso si riferisce ad una varietà di interpretazioni delle scritture e alla loro applicazione pratica. In Arabia Saudita, per esempio, l’interpretazione dei diritti umani differisce sostanzialmente da quelle dell’Iran, della Malesia, dell’Afghanistan e degli altri Paesi islamici. Esistono anche variazioni tra i vari movimenti politici islamici. Il Waqf della Fratellanza Musulmana, per esempio, è diverso dal waqf del Hiz ut-Tahrir (Partito della Liberazione) e da altri movimenti salafisti e jihadisti.

Una scuola coranica in Pakistan. Foto di Christian Fanz Tragni/Demotix (Tutti i diritti riservati)

I valori della religione sono considerati la fonte principale dei principi e dei valori dei diritti umani. Come altri hanno osservato – sempre su openGlobalRigh (vedi qui e qui), molti valori religiosi cercano di promuovere la giustizia e l’uguaglianza. Di conseguenza, anche i nomi di molti partiti politici basati sulla religione nei Paesi islamici includono le parole “giustizia” e “uguaglianza”.

Sebbene la Scrittura sia immutabile, essa varia nei suoi rapporti con i diritti umani. Queste variazioni sono determinate dal metodo utilizzato per leggere e interpretare i testi sacri. Alcuni interpretano le Scritture storicamente, altri invece le interpretano in modo controverso, alla luce dell’opinione corrente riguardo ai diritti umani. Le letture delle Scritture tolleranti, critiche e storiche possono avvicinare i Testi ai principi universali dei diritti umani contemporanei.

Questo è vero per tutte le questioni, anche per quelle che circondano il ruolo dello Stato, la libertà di opinione, di espressione e di fede.

I movimenti politici islamici e molte élite religiose affermano che l’Islam è diverso dalle altre religioni nel fatto che quest’ultima è sia una religione che uno stile di vita. Riguarda, affermano, non soltanto le questioni spirituali che preparano i musulmani al loro viaggio dalla vita terrena alla vita eterna, ma anche le questioni umane durante la vita, incluso la moralità, i rapporti interpersonali, le azioni e, cosa considerata ancora più importante, l’identità dello Stato.

Inspirandosi a questa interpretazione, molti Paesi islamici stanno assumendo un carattere più religioso, limitando le libertà personali in nome dell’Islam.

Questo vale anche nella mia patria, la Palestina. Per esempio, la nostra Basic Law, redatta nel 2000, afferma: “L’Islam è la religione ufficiale della Palestina” sebbene riconosca anche che “a tutte le altre religioni monoteiste è riconosciuta la santità e il rispetto.” La Basic Law palestinese [sorta di Costituzione provvisoria, NdT] afferma anche che: “I principi della Shari’a islamica sono la fonte principale della legislazione” un’espressione comune a molte costituzioni arabe e islamiche.

Questa insistenza sulla religione di Stato contraddice il concetto moderno di Stato che sia per tutti, in cui i cittadini godono degli stessi diritti e hanno gli stessi doveri. Lo Stato moderno è tale per tutti i cittadini, musulmani e non, credenti e non credenti. Questo si applica anche al potere esecutivo, che non è più l’Emirato soltanto dei credenti e alla nazione che non appartiene soltanto ai credenti.

Uno Stato in cui i diritti sono rispettati deve essere tollerante e laico, deve trattare tutti allo stesso modo senza considerare l’affiliazione religiosa o politica. Frasi ambigue come “secondo la santità e il rispetto”, e non secondo un’uguaglianza totale delle altre religioni non sono abbastanza.

I diritti delle donne sono un altro argomento critico.

Le Carte per i diritti umani mettono in evidenza la necessità di una parità totale tra gli uomini e le donne, ma la legge islamica, riguardo ai diritti delle donne, discrimina il diritto all’eredità, di avere un ruolo formale nei tribunali e altro ancora. In questi e in altri casi, gli uomini musulmani spesso godono di più potere e diritti rispetto alle donne.

I predicatori islamici tradizionali incoraggiano interpretazioni della Shari’a fisse e conservative, promuovendo le culture patriarcali. E il pensiero tradizionale difende questo comportamento discriminatorio passandolo non come pregiudizio degli uomini, ma come un modo per “onorare” le donne e addossare agli uomini doveri speciali più onerosi.

Di conseguenza, il divorzio in molti Paesi islamici è essenzialmente nelle mani degli uomini. Questi possono sposare donne appartenenti ad altre fedi mentre solitamente ciò non è concesso alle donne. In molti Stati, inoltre, le donne hanno bisogno del consenso di un “tutore” maschio per viaggiare o prendere decisioni importanti e la loro parte di eredità è la metà rispetto a quella di un uomo.

In molti Paesi islamici – specialmente quelli arabi – lo Stato vieta alle donne di avere ruoli di leadership politica e in Arabia Saudita le donne non possono nemmeno guidare l’automobile.

Tuttavia, come scrive Fitzgibbon et. al. su openGlobalRights, sono la politica e la cultura, non l’Islam in sé, che sostengono queste violazioni dei diritti.

Prendiamo per esempio la leadership politica. Una scuola di pensiero arabo-islamica rifiuta di permettere alle donne di assumere un wilaya, o un’autorità politica. Altri Paesi islamici conservatori, tuttavia, inclusi  Pakistan e Bangladesh, riconoscono alle donne il diritto di candidarsi alle elezioni per cariche ufficiali. La cultura e l’interpretazione della Scrittura, in questo caso, sono più importanti dell’Islam in sé.

Prendiamo invece in considerazione la libertà di culto. Nella maggior parte dei Paesi islamici, ai musulmani è vietato legalmente di abbracciare altre religioni o di diventare atei. Questo nell’Islam equivale all’apostasia.

Storicamente, i leader musulmani più importanti, come Abu Bakr as-Siddig, il primo Califfo dopo il Profeta, si opponevano agli apostati. Di conseguenza, molte scuole di pensiero islamiche continuano a considerare la pena di morte come una punizione giusta per gli apostati e, in gran parte del mondo islamico, la conversione all’Islam è celebrata, mentre il contrario non è tollerato. Alcune scuole di pensiero islamiche discutono sulla libertà di credo di una persona, ma le discussioni contro l’apostasia in sé sono rare.

Uniformare il pensiero islamico con i principi dei diritti umani richiede una lettura in chiave tollerante delle Scritture, in modo che non ci siano né ecletticismo né autorità. Il sindacalista e scrittore egiziano, Jamal al-Banna, era figlio del fondatore della Fratellanza Musulmana, ma criticava le tradizioni che contraddicono il messaggio del Corano di tolleranza e libertà. Sosteneva anche che non esiste un versetto specifico che obblighi le donne a indossare il velo, ma nella scrittura si fa riferimento solamente alla semplicità. Rashid al-Ghannoushi, leader esiliato del movimento tunisino Al-Nahda, adesso vietato, e teorico di Hamas, sfida gli altri islamisti quando afferma che l’Islam accetta la democrazia multipartitica. Questi due esempi mostrano che le interpretazioni moderate e liberali delle scritture sono possibili.

Benedetta Monti

Traduttrice freelance dal 2008 (dall'inglese e dal tedesco) soprattutto di testi legali, ama mettere a disposizione le sue competenze anche per fini umanitari e traduzioni volontarie.

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