Rifugiati africani, gli intoccabili della nostra era

[Traduzione e adattamento a cura di Benedetta Monti, dall’articolo originale di Yohannes Woldemariam pubblicato su ThinkAfricaPress]


Migranti in coda al campo rifugiati di Shousha, sul confine libico. Foto di Guerric.

Nei mesi scorsi, molte persone sono morte affogate nel naufragio di barche che trasportavano migranti africani nel tragitto dalla Libia verso l’Italia.

Le cifre di migranti africani che perdono la vita nel Mar Mediterraneo sono spaventose. E forse ancora più scioccante è il fatto che le storie di questo tipo sono diventate vicende ordinarie. Il maggio scorso, per esempio, nell’arco di soli quattro giorni, la marina militare italiana ha tratto in salvo circa 6000 persone che cercavano di arrivare in Europa in barche strapiene; ma barche fragili come quelle partono dalla Libia quasi continuamente, trasportando persone che provengono da molte zone dell’Africa sub-sahariana e dal Medio Oriente, in attesa del proprio turno sulle coste per sfidare la sorte. Secondo l’Agenzia europea per le frontiere, Frontex, quest’anno circa 42.000 migranti hanno viaggiato dal Nord Africa all’Italia, un forte aumento rispetto agli ultimi due anni. E tutto questo ancor prima di menzionare la tragedia avvenuta nell’ottobre 2013 quando più di 360 persone sono affogate vicino all’isola italiana di Lampedusa.

Quando accade il peggio, e i migranti muoiono vicino alle coste libiche o italiane, le nazioni dell’Europa esprimono spesso cordoglio e dolore. Dopo la tragedia di Lampedusa, per esempio, i governi sembravano essersi fatti un esame di coscienza. Accade sempre, tuttavia, che la preoccupazione momentanea svanisca presto, e in tutta Europa ricomincino le solite abili strategie costruite al fine di mettere in dubbio l’effettivo grado di emergenza delle persone che cercano asilo, attraverso argomenti arguti ma in malafede, oppure per enfatizzare la necessità di proteggere la Fortezza Europa dalle “orde di invasori africane” o per tentare di scaricare sulle nazioni più povere il peso che potrebbe derivare dalla protezione dei rifugiati.

Tenerli alla larga

Uno dei modi attraverso cui le nazioni occidentali giustificano il loro fallimento nella protezione dei richiedenti asilo screditando le difficili condizioni di vita dei migranti è rappresentato dalla nozione di “asylum shopping“. Questo tipo di propaganda suggerisce che le persone che raggiungono le coste europee non stiano veramente scappando da persecuzioni, ma siano in realtà migranti ‘economici’ che cercano di entrare in altri Paesi con il pretesto della discriminazione. Chi cerca veramente asilo, argomentano, si limiterebbe a richiedere lo status di rifugiato nel primo Paese in cui arriva.

Queste affermazioni vengono spesso accettate dalle opinioni pubbliche interne ma raramente prendono in considerazione la realtà della situazione di molti migranti. Primo aspetto: spesso la distinzione tra immigrato ‘economico’ e immigrato ‘politico’ non ha senso. La retorica anti-immigrati intende suggerire che molti richiedenti asilo siano ‘fasulli’ perché motivati in realtà da scelte economiche: tuttavia, pensando alle decine di milioni di sfollati dell’Africa, non ha alcun significato distinguere tra la discriminazione economica e quella politica, e scarsa differenza tra i rifugiati ‘economici’ e politici. Questa falsa suddivisione porta con sé l’implicito ragionamento che ci sia una scelta nella migrazione per motivi economici, diversamente da quella politica conseguente a una persecuzione, ma in realtà per le persone che devono affrontare viaggi pericolosi per scappare dalla propria madre patria non esiste questo tipo di scelta.

In secondo luogo, queste argomentazioni portano a enormi fraintendimenti su dove vada a finire la maggior parte dei rifugiati. Nonostante l’isteria che a volte accompagna i dibattiti sui migranti in cerca di asilo politico in Occidente, in realtà le nazioni occidentali assorbono solamente una piccola parte delle persone sfollate. Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, tra i 21 Paesi che hanno ospitato più di un milione di rifugiati nel decennio 2003 – 2012, c’è soltanto una nazione europea nell’elenco – la Francia -, elenco dominato soprattutto Paesi quali il Pakistan, l’Iran, il Kenya, la Tanzania e il Chad.

Terzo aspetto, l’interpretazione che la scelta di non presentare domanda di asilo nella prima nazione in cui si arriva costituisca ‘asylum shopping’ è fuorviante. Per esempio, la maggior parte di coloro che mettono a repentaglio la propria vita per raggiungere l’Europa iniziano il loro viaggio in Eritrea, un Paese altamente repressivo, e per gli Eritrei ci sono pochi paradisi sicuri in tutta la zona dell’Africa orientale, figuriamoci nelle nazioni vicine.

Andare in Sudan, per esempio, è molto rischioso. Ci sono molte gang dedicate al traffico di esseri umani che operano intorno ai campi di rifugiati dell’Africa orientale, che rapiscono le persone al fine di trattenerle per un riscatto, mentre notoriamente le forze di sicurezza usano rapire Eritrei per riportarli a casa. Anche lo Stato del Gibuti è ostile verso chi cerca asilo politico, e spesso gli Eritrei sono imprigionati perché ritenuti un rischio per la sicurezza. La Libia è stata un incubo per i rifugiati africani sia sotto il governo di Muammar Gheddafi che dopo la sua caduta, con molte persone che hanno subito discriminazioni e sono state violentemente prese di mira.

Le situazioni instabili in Somalia, Egitto e Sudan del Sud non offrono opzioni migliori per i cittadini dell’Eritrea che cercano asilo, mentre il Kenya – sull’altro lato dell’Etiopia – sembra diventare sempre più intollerante verso la comunità somala di rifugiati già presente nella nazione. Infine, le relazioni tra l’Eritrea e l’Etiopia sono tese e gli Eritrei rischiano di essere risucchiati nel conflitto a bassa intensità che ha luogo tra le due nazioni sin dalla guerra di confine del 1998-2000.

Per gli Eritrei che fuggono dal proprio Paese, quindi, cercare asilo nel primo, secondo o anche terzo Paese in cui arrivano semplicemente non è un’opzione valida.

Insieme alle argomentazioni in malafede che cercano di indebolire la legittimità di chi cerca asilo politico, le nazioni europee tentano anche di esonerarsi dal dovere di proteggere i rifugiati attraverso misure più concrete. Alcune di queste misure sono più raffinate, come il finanziamento di campi per rifugiati fuori dai propri confini, ma altre sono molto più dirette.

Prima del rovesciamento del regime di Gheddafi, ad esempio, l’Italia e diverse altre nazioni europee hanno mantenuto rapporti stretti con la Libia, basati su misure di cooperazione per tenere le coste europee libere dai migranti. Con il Trattato di amicizia Italia-Libia del 2008, ad esempio, le due nazioni hanno rafforzato i controlli sui confini e la Libia è stata incoraggiata ad intercettare gli immigrati potenziali, mentre l’Italia forniva la metà dei fondi per rafforzare il sistema nonché le aziende utilizzate per gestire le attività, mentre il resto del denaro doveva essere richiesto all’Unione Europea.

Con un ulteriore accordo firmato nel 2009, la Libia ha anche concesso alla guardia costiera italiana di poter fermare le barche cariche di migranti africani e di farle rientrare in Libia con la forza. All’Italia non era richiesto di eseguire uno screening delle persone in viaggio – violando potenzialmente le leggi internazionali – prima di rimandarle in Libia dove avrebbero avuto alte probabilità di subire discriminazioni e abusi.

La dipendenza europea dalla complicità della Libia nel fermare le persone in cerca di asilo è emersa ancora più chiaramente negli ultimi giorni del regime di Gheddafi, quando il dittatore minacciato ha avvertito che se fosse stato deposto, “migliaia di persone dalla Libia invaderanno l’Europa e non ci sarà nessuno a fermarle.” In effetti, la sua promessa è diventata realtà nel maggio del 2011, quando le autorità libiche hanno iniziato a imbarcare cittadini non libici sulle barche e a mandarli a nord verso l’Europa. Secondo un notiziario, “Un portavoce di Gheddafi ha fatto capire che l’incremento dell’immigrazione illegale era il prezzo che le nazioni europee avrebbero pagato per il loro sostegno politico e militare dei ribelli che stavano tentando di rovesciare il dittatore libico.”

Le azioni future

Ci sono una serie di cose che il mondo può fare per iniziare a correggere le ingiustizie del sistema internazionale dell’asilo politico, il peso iniquo che pone su alcune nazioni e i grandi divari nella protezione delle persone più vulnerabili del mondo. Questo cambiamento potrebbe iniziare attraverso emendamenti ai trattati e alle convenzioni internazionali.

Per iniziare, la Convenzione delle Nazioni Unite relativa allo status di rifugiati del 1951 è decisamente obsoleta. Dal 1951, ovvero moltissimi anni fa, il mondo è cambiato in larga misura sia in termini di accesso alla comunicazione che di mobilità degli individui che di variazione dei luoghi da cui provengono la maggior parte dei rifugiati. Gran parte dell’Africa nel 1951 era una colonia e, sebbene la convenzione sia stata rettificata nel 1967 per ampliarne l’applicabilità al di là dell’Europa, nei sei decenni passati sono state eseguite poche rettifiche. Per esempio, nella convenzione del 1951 non esiste una disposizione chiara per la ripartizione degli oneri e i rifugiati sono definiti attraverso termini obsoleti che oggi hanno poco senso. Così com’è la convenzione non protegge i rifugiati. È stata creata in un ambiente che è cambiato, e riflette un periodo in cui il mondo era un luogo più sicuro e i flussi internazionali di persone erano su scala minore.

Anche la Convenzione di Dublino, che contiene le regole dell’Unione Europea per la distribuzione delle responsabilità per le procedure di richiesta di asilo, deve essere rivista e aggiornata per assegnare ai Paesi più piccoli, come Malta, un trattamento più equo. Secondo la Convenzione di Dublino II, che trae origine dalla convenzione intergovernativa del 1990, l’obbligo di esaminare le richieste di asilo politico rimane del Paese presso cui è stata presentata la richiesta, e questo pone un peso iniquo sui Paesi che si trovano nel sud e nell’est dell’Europa.

Molte persone che cercano asilo politico preferirebbero essere in un altro Paese dell’Europa, dove probabilmente hanno parenti o contatti, ma legalmente i Paesi come Malta, la Grecia, l’Italia e la Spagna sono obbligati a tenerli. Questi Paesi sulla linea di confine hanno evidenziato la tendenza a organizzare la detenzione dei potenziali rifugiati e dei richiedenti asilo in condizioni inumane o in alcuni casi di applicare il respingimento – facendo tornare i rifugiati in territori nei quali la loro vita e la loro libertà possono essere minacciate.

Nel 2004, la Comunità Europea ha creato la Direttiva per le Qualifiche, un sistema a livello dell’Unione per la protezione dei rifugiati che è in qualche modo più ampio di quello della Convenzione del 1951, tuttavia non si avvicina per niente alle altre garanzie regionali come la Convezione Africana del 1969, la Dichiarazione di Cartagena del 1984 per i rifugiati nell’ambito dell’America Latina e i Principi di Bangkok sullo status e il trattamento dei rifugiati del 1966. In parte, il motivo di questa differenza è che l’Europa ha sempre trattato la protezione dei rifugiati come parte della propria politica per l’immigrazione – la legge sull’immigrazione controlla l’ingresso nelle nazioni, la legge sui rifugiati dovrebbe considerare l’offerta di protezione da parte di tali nazioni.

La sola modifica di alcune convenzioni non proteggerà tuttavia chi è in cerca di asilo politico ne appianerà le disparità e i problemi del sistema per i rifugiati nel giro di una notte; sarebbe però un inizio, e c’è veramente il bisogno urgente di tali modifiche. Dopo tutto, se il mondo continua a fare affidamento su definizioni e trattati obsoleti per trattare i migranti dall’Africa, le storie di barche vacillanti piene di persone indifese che affondano mentre sono alla ricerca di lidi più sicuri non si interromperanno presto.

Benedetta Monti

Traduttrice freelance dal 2008 (dall'inglese e dal tedesco) soprattutto di testi legali, ama mettere a disposizione le sue competenze anche per fini umanitari e traduzioni volontarie.

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