24 Maggio 2024

Gaza, il dilemma sicurezza, i media e i bombardamenti

[Traduzione a cura di Daniela Versace, traduttrice per il progetto Global Voices in Italiano, dall’articolo originale di Gilbert Ramsay pubblicato su OpenDemocracy]

Nel momento in cui scrivo, novanta palestinesi sono stati uccisi a causa dei bombardamenti israeliani su Gaza, e nessun israeliano è stato ucciso dai missili lanciati da Gaza (N.d.T. al momento in cui si traduce sono oltre 1.000 le vittime palestinesi, la maggior aprte civili e 54 quelle israeliane, 52 soldati e 2 civili). C’è molto di moralmente riprovevole in questi spiacevoli eventi. Come ha scritto Noam Chomsky:

Israele ricorre ad attacchi sofisticati con jet e navi militari bombardando accampamenti affollati di rifugiati, scuole, palazzi, moschee e quartieri poveri per colpire una popolazione che non ha una forza aerea, una difesa aerea, una marina militare, un’unità di artiglieria, dei mezzi corazzati, delle forze di comando, un esercito… e la chiama guerra. Questa non è una guerra, è un assassinio.

Il resoconto del massacro di palestinesi inermi da parte di un Paese molto più ricco e molto più potente qual è Israele è di per se sufficiente per coloro ai quali sta a cuore la vita umana. Nonostante ciò, lo stesso resoconto, usato in un certo modo, può essere letto come esempio subdolo di una tendenza pro-Israele che predomina in molti dei media occidentali. Perché questo accade?

Lo psicologo sociale Jonathan Haidt sostiene che le tendenze ‘liberali’ o al contrario ‘conservatrici’ che caratterizzano molti dei dibattiti politici non solo nel suo Paese, gli Stati Uniti, ma sempre di più nel resto del mondo sviluppato, sono riconoscibili per come cercano di attivare le ‘basi’ differenti della morale umana. I ‘liberali’, afferma Haidt, sono interessati principalmente alla protezione, all’onestà, all’emancipazione.  Anche i ‘conservatori’ vogliono queste cose, anche se di solito per comunità ristrette, ma ricorrono a termini di un vocabolario morale differente, indirizzato verso costrutti culturali. In definitiva, usando le nozioni principali di purezza, autorità, lealtà.

Quando i ‘liberali’ leggono di una parte che con armi sofisticate uccide novanta persone, laddove l’altra parte non riesce a uccidere nessuno ricorrendo ad armi primitive, d’istinto si schierano dalla parte dei perdenti. E così facendo finiscono però nelle mani di coloro che possiedono una sensibilità ‘conservatrice’. D’altronde, ‘in amore come in guerra tutto è concesso’. E se quelli di sinistra (ed è un tantino anacronistico definire ‘liberale’ un anarchico radicale come Chomsky, ma ora è necessario allo scopo) dicono che non si tratta di guerra, allora i ‘conservatori’ più estremi chiedono di dissentire. Ad esempio, leggete le parole del membro ultra radicale dello Knesset, Aylet Shaked:

I palestinesi ci hanno dichiarato guerra, e noi dobbiamo rispondere. Non un’operazione, non un’azione lenta, o di bassa intensità, non un’escalation controllata, non una distruzione delle infrastrutture del terrore, non obiettivi mirati. Basta con le allusioni subdole. Questa è guerra. Le parole hanno un significato. Questa è guerra. Non è una guerra contro il terrore, né contro gli estremisti, né tanto meno con le autorità palestinesi. Anche queste sono forme di negazione della realtà. Questa è una guerra tra due popoli. Chi sono i nemici? I palestinesi. Perché? Chiedeteglielo, hanno iniziato loro.

La logica qui è grottesca, ma c’è una logica, in qualche modo. Se ci sono due gruppi, ognuno dei quali percepisce di essere in lotta esistenziale con l’altro, l’idea che uno si reprima volontariamente non ha molto senso. Perché Israele dovrebbe reprimere la propria potenza militare solo perché Hamas non ha accesso alla stessa forza? La guerra non è un duello. Non è una partita di cricket.

Certo, questo è un esempio di fondamentalismo estremo con cui in pochi simpatizzano. Ma una versione più insidiosa della stessa logica emerge dal ‘dilemma della sicurezza’ che permea il modo in cui i nostri media presentano la Palestina e Israele. Secondo questo punto di vista, Israele è bloccato in un infelice circolo vizioso. Sa bene che la sua occupazione porta miseria ed estremismo. Vorrebbe ritirarsi. Ma non può, perché l’autentico estremismo che consegue all’occupazione significa che mollando la presa si esporrebbe ad attacchi devastanti da parte di un avversario inesorabile.

Di certo, l’occupazione israeliana della Cisgiordania è semplicemente illegale. Tecnicamente, rifiutare di ritirarsi da questi territori è un po’ come dire di non voler restituire il televisore al plasma rubato perché i modelli più economici che si è provato a guardare non sono per niente la stessa cosa. Ad ogni modo, volendo essere realistici, le ragioni del ‘dilemma della sicurezza’ sembrano convincenti. E lo sono perché sono raccontate bene. Sono plausibili, tutti noi abbiamo vissuto qualcosa di simile nel nostro microcosmo. Offrono una spiegazione a priori realistica delle motivazioni umane. Spiegano perché le brave persone si trovano a dover compiere azioni cattive. E non ci costringono a demonizzare né una parte né l’altra.

Così, l’argomentazione del ‘dilemma della sicurezza’, che va di pari passo con quello dell’uccisione asimmetrica, pone il problema tra Israele e Palestina in termini di mercato del consumo nelle opinioni politiche, con cui tutti noi abbiamo familiarità. Se la vostra visione politica ha un istinto alla ‘cura’, allora, probabilmente, sarete entrati in empatia (a parità di condizioni) con i bambini palestinesi morti. E allora non avrete bisogno di preoccuparvi troppo per ciò che, giusto o sbagliato, ha portato a questa situazione. Se avete ancora compassione, ma una mente un tantino più dura, allora prenderete atto del resoconto della tragedia, e forse lamenterete una mancanza di leadership da entrembe le parti. Se, infine, siete un politico intransigente sia da una parte che dall’altra, allora semplicemente vi conformerete alla vostra fazione nella buona e nella cattiva sorte.

In ogni caso, ogni settore di questo mercato può trovarsi a proprio agio con la propria scelta, essendo consapevole di ciò che l’ha giustificata e di quanto di contrastante ha fondato scelte differenti. E viene fuori, chiaramente, un altro vincitore da tutto questo: il potere dominante (Israele, in questo caso) che vuole mantenere lo status quo.

Quello che non si dice è che il vero problema non è per niente il ‘dilemma della sicurezza’. Non siamo in presenza di un conflitto, bensì di una colonizzazione. Israele non occupa la Cisgiordania per proteggere sé stesso (se così fosse, avrebbe smesso di sopportarne i costi molto tempo fa). Occupa la Cisgiordania per proteggere le infrastrutture degli insediamenti israeliani che attraversano e dividono la Cisgiordania. Occupa Gaza, strozzandola fino quasi a morire, non per evitare che Hamas trovi i mezzi per costruire missili, ma per punire in massa i suoi cittadini per il loro rifiuto a riconoscere il diritto di Israele ad esistere come Stato, o meglio, oggi, come Stato ebreo; senza parlare del ‘piccolo’ affare dei giacimenti di gas nelle acque territoriali di Gaza, dei quali Israele contende lo sfruttamento ai palestinesi.

Sta bombardando Gaza non a causa dei missili, ma in virtù di un piano più ampio, finalizzato a impedire il successo delle autorità palestinesi nel realizzare la riconciliazione con Hamas per aderire a un progetto di moderazione e unità nazionale in Palestina.

E quando dico ‘Israele’, intendo quella ristretta élite che lo compone, fatta di politici, militari e industriali delle armi tecnologiche, che diventa sempre più ricca nel Paese più ingiusto del mondo sviluppato.

Se vi sta a cuore la vita umana, sarete rimasti atterriti da quanto sta accadendo a Gaza in questi giorni. Così come sarete rimasti atterriti anche se possedete un realismo politico accorto. O se semplicemente amate Israele.

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