Perché la lotta al consumismo non salverà il pianeta

[Traduzione a cura di Benedetta Monti, dall’articolo originale di Oliver Williams pubblicato su openDemocracy]

 

Soweto. Flickr/E. von Muench - SuSanA

In Africa, la vendita di abiti usati provenienti dall’Occidente è un vero e proprio affare. Gli istituti di carità raccolgono soldi vendendo vestiti donati e i consumatori africani ricevono merci a buon mercato, così i vestiti non finiscono nelle discariche. Una situazione che sembra portare vantaggi a tutti. Ma in realtà non è così. La tesi di un nuovo studio, Unravelling the Relationship between Used Clothing Import and the Decline of Africa Clothing Industry [Comprendere la relazione tra le importazioni di abiti usati e il declino del settore dell’abbigliamento africano, NdT] è che le nazioni africane non riescono a costruire una propria industria dell’abbigliamento a causa della competitività del prezzo delle merci di seconda mano. L’autore di questo studio, Andrew Brooks, professore al King’s College di Londra, spiega cheLa vostra maglietta potrebbe avere un costo molto economico per qualcuno, ma sarebbe meglio se quella persona potesse acquistare una maglietta prodotta localmente, in modo che il denaro rimanga all’interno di quell’economia e aiuti a creare posti di lavoro.” Secondo Brooks, mentre il riciclaggio è un bene per l’ambiente, in questo caso non lo è per le persone più povere del mondo.

La teoria economica della distribuzione a cascata non funziona. Lasciare che i super-ricchi esentasse spendano i loro soldi non è la soluzione definitiva, ma accettare questo non significa negare la questione di base che a guidare l’economia sia il consumo materiale, sia dei ricchi che dei poveri, e che anche l’occupazione dipenda da questo. L’espressione ‘i soldi non fanno la felicità’ può essere accettata, e anche che occorra trattenere l’avidità dei ricchi per salvaguardare l’ambiente, ma si deve affrontare un dilemma morale: ciò che rappresenta un bene per l’ambiente a volte diverge dalla difficoltà delle persone a trovare un’occupazione. Naturalmente sarebbe fantastico se l’abilità delle persone a guadagnarsi da vivere potesse essere separata dall’acquisto di massa di prodotti insostenibili. Le modalità con cui tale separazione possa diventare reale sono ancora oscure. Possiamo fare scelte etiche – possiamo acquistare prodotti biodegradabili ed eco-sostenibili – ma seguire il sogno ambientalista di minimizzare il consumo stesso ha le sue esternalità negative. A causa degli effetti economici, l’adozione diffusa di frugalità e ascetismo non rappresenta una soluzione politica possibile. Piuttosto che la vaga promessa di occupazioni eco-sostenibili, coloro che sostengono l’anti-consumismo come soluzione alla devastazione ambientale ne ignorano le implicazioni per l’occupazione. Di recente ho presentato questo articolo alla rivista ‘Resurgent & Ecologist‘. L’editore mi ha risposto: “E cosa c’è di così fantastico nel lavoro?“. Dovrebbe chiederlo ai disoccupati in Grecia o in Spagna. Anche nei Paesi nei quali ai disoccupati viene dato un aiuto finanziario, le persone affrontano una vita pervasa da noia, mancanza di obbiettivi, una vita svogliata e tediosa.

Potrebbero crearsi nuovi posti di lavoro per la produzione dei pannelli solari e delle turbine eoliche a sostituzione delle figure perse nelle centrali elettriche alimentate a carbone. Ma in un mondo immaginario in cui smettiamo di comprare, i lavori eco-sostenibili non possono sostituire quelli che sono stati eliminati. Gli ambientalisti promettono due risultati in apparenza incompatibili: l’energia verde può essere meno cara e potrebbe dare lavoro a milioni di persone. La popolazione umana globale aumenta, mentre l’efficienza dei macchinari è sempre migliore. L’aumento della produttività è un bene per coloro che desiderano merce a buon mercato, ma significa anche la necessità che la popolazione sempre in aumento acquisti merci semplicemente per mantenere l’occupazione ai livelli attuali. Più ampia sarà la popolazione, più aumenterà la necessità di posti di lavoro. Più saranno necessari posti di lavoro, più ci sarà bisogno di consumo. La popolazione è quindi il fattore chiave dei nostri problemi ambientali.

Sarebbe anche auspicabile limitare la pubblicità specialmente per i bambini, però bisogna notare che molte persone bombardano di proposito la propria mente con la pubblicità: si documentano sulla moda più recente, buttando via abiti in condizioni perfette. Acquistano riviste e visitano siti web in cui il contenuto riguarda quasi un “feticismo” degli oggetti.

Il giornale The Guardian ha persuaso il governo a spendere di più per gli aiuti, soldi che serviranno a costruire le infrastrutture nei Paesi esteri – strade, centrali elettriche, ecc., dispensando consigli turistici e dicendoci che l’unico modo per sconfiggere i problemi ambientali è cambiare il nostro stile di vita e diminuire i consumi. Il problema principale dell’anti-consumismo eco-sostenibile non è il fatto che non si avvererà mai, ma che suppone come il motore principale dei problemi ambientali siano le spese frivole: come se gli aspetti fondamentali della vita – andare al lavoro, riscaldare la propria abitazione, ecc – non rappresentino un grande problema fin tanto che acquistiamo meno “roba”. Comunque, le fonti maggiore dei gas effetto serra non provengono dai jet privati, ma dall’agricoltura.

L’encomio alla povertà (“Se tutti sulla Terra vivessero come un tradizionale abitante di un villaggio indiano, si potrebbe pensare che 12 miliardi di persone possano costituire una popolazione mondiale sostenibile”. “In India le famiglie che guadagnano meno di 3.000 rupie al mese utilizzano un quinto dell’elettricità pro capite e un settimo della benzina per i trasporti rispetto alle famiglie che guadagnano 30.000 rupie o più. I vagabondi non utilizzano quasi niente.“) coesiste con l’offesa morale della stessa povertà. (“Più di 500 milioni di indiani non hanno l’elettricità“, si protesta in un articolo in cui si richiedono più aiuti per l’India). Se vivessimo tutti come un contadino indiano andrebbe tutto bene – ma dobbiamo sentirci colpevoli anche per non aver trovato una soluzione alla povertà a livello mondiale.

Infatti l’abitante di un villaggio indiano tradizionale si sta velocemente trasformando nel povero di città. La crescita della popolazione stessa ha reso insostenibili le forme di sopravvivenza più tradizionali: i lavoratori del settore agricolo si sono spostati nelle città. La rapida urbanizzazione del terzo mondo è un processo inarrestabile. I Paesi in via di sviluppo non offrono un modello alternativo alle economie occidentali dipendenti dalla crescita, offrono soltanto povertà. Lo sviluppo e l’ambiente sono senza dubbio in conflitto l’uno contro l’altro. Sarebbe più semplice trovare un equilibrio se la popolazione non fosse in continuo aumento.

Qualsiasi discorso sulla popolazione è considerato come una colpa per le persone povere quando è il super ricco che ha un impatto enormemente sproporzionato. Eppure non dovremmo desiderare persone che vivono in uno stato di povertà eco-sostenibile. Vogliamo che le persone del terzo mondo abbiano a disposizione energia conveniente o no? Vogliamo che abbiano infrastrutture di trasporti per farli arrivare all’ospedale più vicino o vogliamo che muoiano nei villaggi remoti? Mentre sono gli adepti del Neo-malthusianesimo a essere visti come persone che odiano i poveri con capacità produttive, è in realtà chi nega la crescita della popolazione che sembra volere che i poveri rimangano in uno stato di penuria. E che indica la natura sostenibile dell’attuale stato della vita dei poveri ipotizzando – o sperando – che rimangano in tale situazione di povertà. Nel 2012, in Pakistan i continui tagli di energia elettrica hanno portato a rivolte – la popolazione non vuole quello che gli ambientalisti hanno progettato per loro. Se vogliamo davvero portare uno standard di vita decente nel mondo dei poveri, questo non potrà avvenire in modo eco-sostenibile se la popolazione mondiale arriverà a 9 miliardi di persone. Fornire contraccettivi e una libera educazione alle ragazze (e mettendo fine alle politiche che favoriscono le nascite) sono obiettivi più raggiungibili rispetto all’abolizione dell’avarizia nel mondo. Dovremmo cercare di fare tutte e due le cose.

Benedetta Monti

Traduttrice freelance dal 2008 (dall'inglese e dal tedesco) soprattutto di testi legali, ama mettere a disposizione le sue competenze anche per fini umanitari e traduzioni volontarie.

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