Dall’attivismo su Facebook alla mobilitazione nelle piazze

[Traduzione a cura di Benedetta Monti dall’articolo originale in inglese di Geoffrey Pleyers pubblicato su OpenDemocracy]

La letteratura sull’utilizzo di Internet e dei social network per i movimenti sociali è cresciuta in modo considerevole in concomitanza con le Rivoluzioni arabe e i movimenti democratici che hanno segnato l’inizio del 2010.

Si è sviluppata una discussione animata, pervasa da determinismo tecnologico, sul ruolo dei social network in questi movimenti, a volte descritti come “Rivoluzioni 2.0” (Ghonim, 2012). Tre anni dopo questa ondata di ribellioni, si può fare un’analisi e sottolineare in particolare tre punti:

1. L’utilizzo di Internet non ha portato a una prevalenza delle azioni e dei movimenti virtuali rispetto alle mobilitazioni negli spazi “fisici”. Al contrario, fin dal 2011, l’occupazione degli spazi pubblici urbani – e in particolare degli spazi simbolici – è stata una delle caratteristiche principali di questi movimenti.

2. Anche se la Rete è uno spazio globale virtuale, l’utilizzo dei social network da parte degli attivisti ha contribuito alla costituzione di movimenti nazionali e locali reali.

3. I social network e Internet non hanno sostituito i mass media. I media alternativi e legati all’attivismo hanno raggiunto un pubblico maggiore quando si sono uniti ai mass media.

Queste affermazioni non minimizzano l’impatto delle nuove tecnologie e dei social network sugli attori e sulle società contemporanee, ma suggeriscono piuttosto che l’attenzione deve essere diretta verso le intersezioni e le interazioni tra le attività online e offline, tra Internet e le piazze.

Senza dubbio, Internet e i social network hanno promosso la connettività e la diffusione delle forme, delle pratiche e dei messaggi dei movimenti democratici su scala nazionale e internazionale (Vasi e Chan, 2013; Glasius e Pleyers, 2013). Le recenti mobilitazioni sarebbero state molto diverse senza l’aumento sensazionale degli utenti di Internet nel mondo arabo – in particolare in Egitto (Gerbaudo, 2013) – e in Russia (Lonkila, 2012) o senza la presenza dei giovani attivisti che hanno diffuso le loro immagini e le loro rivendicazioni tramite YouTube e Facebook e che hanno utilizzato Twitter in tempo reale per raccontare la repressione di una manifestazione, lo svolgersi di un’assemblea di attivisti o di una manifestazione (Mason, 2012).

Giovani egiziani collegati a Internet via portatile durante una manifestazione a piazza Tahrir, 2011. Demotix/Adham Korshed.

Tuttavia, per comprendere il ruolo di Internet nelle “Rivoluzioni arabe”, quanto ha significato per gli Indignados e i movimenti di occupazione o per i movimenti democratici in Russia, Turchia e Brasile, dobbiamo superare i confini delle opposizioni tra il mondo virtuale e del cyber-attivismo e quello della mobilitazione “reale” sulle strade e nelle piazze.

L’attivismo online e il radicamento territoriale, i collegamenti globali e le strutture nazionali, l’utilizzo di media alternativi e il riferimento ai mass media sono elementi che si legano tra loro piuttosto che essere in contrapposizione.

DAI SOCIAL NETWORK ALLE PIAZZE CITTADINE

I social network hanno cominciato a essere visti come spazi di mobilitazione privilegiati, di diffusione di informazioni e scambio di esperienze, tanto che le rivoluzioni arabe e l’ondata di mobilitazione civile in Brasile sono già stati descritti come “Movimenti di Facebook.”

Tuttavia, in tutto il mondo, i cittadini hanno occupato gli spazi pubblici per riaffermare il carattere appunto pubblico e politico delle manifestazioni, per riutilizzare il significato e il repertorio delle “zone autonome temporanee” (Bey, 1997), degli accampamenti di attivisti (Pleyers, 2010) e degli spazi di sperimentazione democratica. Tanto che i diversi movimenti sono stati identificati con gli spazi che hanno occupato: Tahrir al Cairo, la Plaza del Sol a Madrid, Syntagma ad Atene, Gezi Park a Istanbul, “Occupy Wall Street” a New York, “Occupy Abay” a Mosca o “Occupy Cinelandia” a Rio de Janeiro.

Protesta in occasione dell'arrivo degli invitati al Rio de Janeiro International Film Festival. Demotix/Marcio Isensee e Sá.

L’attivisimo on line ha piuttosto e spesso rafforzato la mobilitazione sulle strade e nelle piazze di questi movimenti e la diffusione in Rete ha, ad esempio, amplificato manifestazioni o uno dei tanti campi “Occupy”.

D’altra parte, Manuel Castells (2012) sottolinea il ruolo dei social network come “spazi relativamente protetti”, alla luce dei regimi autoritari. Tali spazi permettono la costituzione di “reti di indignazione” sulla base delle quali può essere ottenuto il passaggio dagli spazi privati e virtuali agli spazi pubblici e alle piazze. (Fernandes e Freitas Roseno, 2013, per la mobilitazione in Brasile, Khosrokhavar, 2012, Gerbaudo, 2013, Sanchez García, 2013 per le rivoluzioni nel mondo arabo).

Inoltre, questi movimenti hanno moltiplicato le connessioni online, ma hanno anche ri-connesso numerosi “attivisti online” con gli spazi locali, gli incontri e le iniziative nel loro vicinato o nelle città. Allo stesso tempo, in molti campi “Occupy” l’uso dei social network è stato tale che l’esperienza soggettiva degli attivisti è stata forgiata sia sul campo che online.

Tuttavia, l’interazione tra l’attivismo online e offline non è libero da tensioni. Molti etnografi sottolineano i problemi derivanti dalle divergenze tra i forum online e i partecipanti delle assemblee “in loco”.

Nella loro analisi sulle interazioni online e offline durante “Occupy London Stock Exchange”, Tamsin Murray-Leach e Sean Dean (2014) hanno notato, per esempio, come il programma di un incontro definito da un gruppo di lavoro che riuniva partecipanti online e in loco sia stato successivamente modificato dagli attivisti online senza consultare coloro che avevano partecipato ad incontri “reali”.

Gli attivisti spesso condannano il “click-activism” come forma di attivismo non calato nella realtà, che dà l’impressione di partecipazione anche se in realtà ha un impatto minimo sulla società. (Cardon, 2010; Morozov, 2013). Paulo Gerbaudo (2012) descrive come coloro che occupano le piazze e le strade del Cairo o di New York sostengano di essere lontani da chi “commenta o clicca ‘mi piace’ su Facebook” e chiedano alle persone di “scollegarsi da Internet.

Inoltre, insieme alla diffusione dei “movimenti nelle piazze”, molte città hanno testimoniato l’aumento di gruppi di attivisti trans-nazionali e iper-connessi. Questa generazione tecnologica di mediatori (Tarrow, 2005) e organizzatori di movimenti sociali contano sul know-how appreso dai movimenti precedenti e tendono a enfatizzare troppo il carattere galvanizzante della connessione tra i movimenti in Paesi diversi.

A Sao Paolo e Porto Alegre, un attivista spagnolo ha organizzato le trasmissioni live tra attivisti di queste città e Gezi Park (Istanbul) alcuni giorni prima dell’inizio dell’ondata di proteste in Brasile, nel giugno del 2013, considerando la connessione con la protesta di Istanbul come una delle principali cause immediate della mobilitazione in Brasile.

L’immagine di reti globali fortemente interconnesse è diventata un segno identificativo di una frangia di attivisti cosmopoliti ed esperti di tecnologia che hanno preparato trasmissioni live dalle zone di protesta, organizzato assemblee globali con il software gratuito Mumble e spesso sono citati dai giornalisti stranieri. Le loro prospettive globali contrastano però spesso con l’esperienza della maggioranza dei manifestanti, che insistono sulle caratteristiche locali e nazionali dei loro motivi di indignazione e protesta.

I SOCIAL NETWORK E I MOVIMENTI NAZIONALI

Internet permette di attraversare i confini e girare intorno al mondo solo con un click, ma riesce davvero a liberare i cittadini e gli attivisti dal loro specifico spazio? Il controllo di Internet e dei social network nella Tunisia di Ben Ali (Lecomte, 2013) o in Cina ci ricorda che la Rete non sempre consente di uscire dal proprio territorio. Anche senza l’imposizione di un regime autoritario, l’uso dei social network da parte degli attivisti dei recenti movimenti ha paradossalmente contribuito all’ulteriore “nazionalismo” di una mobilitazione o di un’opinione piuttosto che a una sua “internazionalizzazione”. I social network hanno quindi favorito soprattutto la diffusione di opinioni, richieste e scelte di azioni a livello nazionale.

Pagina Facebook di sostegno a un gioielliere di Nizza che ha ucciso uno dei suoi rapinatori.

Ma l’uso dei social network ha anche contribuito alla creazione dei campi di indignati in tutte le città spagnole con una popolazione di più di 30.000 persone (Feixa et Nofre, 2013) conferendo un carattere nazionale al movimento in una nazione caratterizzata da forti tendenze regionali.

In Messico, gli studenti del movimento « #YoSoy132 » hanno contrastato con successo il sostegno all’attuale presidente dato da due delle maggiori società televisive durante la campagna per le elezioni del 2012. Il movimento, nato come azione in una delle università di Città del Messico, ha immediatamente trovato consenso grazie a un video pubblicato su YouTube e sui social network. Questo entusiasmo online ha portato a manifestazioni in ognuna delle 32 città più importanti dello Stato, testimoniando una caratteristica nazionale raramente raggiunta dai movimenti sociali.

Allo stesso modo, in Brasile (Fernandes e Freitas Roseno, 2013) il ricorso ai social network da parte degli attivisti coesiste con un’affermazione del carattere nazionale delle proteste, dove i manifestanti utilizzano la bandiera nazionale e richiedono un futuro migliore per il loro Paese. In Europa, l’esplosione dei Forum Sociali continentali è diminuita ed è stata sostituita per la maggior parte dai movimenti nazionali contro l’austerità, come “UK Uncuts”, le Marce spagnole su Madrid o gli scontri in Grecia. Perciò, anche se le mobilitazioni del 2010 hanno condiviso una dimensione globale (Pleyers e Glasius, 2013), la “massificazione” di Internet e del suo utilizzo da parte degli attivisti non sono andati di pari passo a una diminuzione dei movimenti nazionali a favore di quelli europei e globali. Al contrario, c’è stata concomitanza con il rafforzamento delle dimensioni nazionali della maggior parte delle proteste dei cittadini.

SOCIAL NETWORK E MASS MEDIA

Dominique Cardon e Fabien Granjon (2010) sottolineano il ruolo di Internet nella “ridefinizione del modo in cui le informazioni sono prodotte e nella critica al modo in cui vengono create e la descrizione del mondo che cercano di imporre.” L’influenza dei mass media è in parte contrastata dall’aumento dei blog, micro-blog e altri canali di informazione alternativi. Tuttavia questi non sostituiscono i mass media. Gustavo Cardoso (2012) afferma che il nostro paesaggio mediatico non è dominato dalla Rete ma dalla sovrapposizione e dal collegamento tra mass media, social network e media online. Per comprendere i movimenti contemporanei e il loro uso delle nuove informazioni e delle tecnologie per la comunicazione, bisogna quindi guardare anche al ruolo dei mass media e alla loro interazione con i social network e i media online.

Questa interazione spesso prende la forma di un acceso confronto, con i primi che accusano gli altri di cospirare con le élite politiche ed economiche.

In Messico, il movimento studentesco #YoSoy132 ha preso di mira la sede di Televisa, l’azienda principale dei media, piuttosto che le istituzioni nazionali, condannando le informazioni di parte che hanno favorito uno dei candidati alle elezioni presidenziali.

In modo simile, in Brasile, molti slogan si sono riferiti al ruolo del consorzio di media “Globo” e hanno denunciato il modo in cui i giornalisti che lavorano per quest’azienda hanno riportato le proteste. Molte manifestazioni sono state organizzate su base regolare fuori dalla sede della “Globo” a San Paolo.

Gli attivisti egiziani hanno pubblicato decine di brevi video che mostravano le repressioni e gli abusi della polizia, ma questi video si sono diffusi solamente quando sono stati ritrasmessi da Al-Jazeera e hanno raggiunto i sobborghi del Cairo (Mason, 2011; Sanchez García, 2012).

Le richieste dei 400 accampati alla Borsa di Londra hanno trovato pubblicazioni inaspettate tra gli editoriali del Financial Times (21 novembre 2011) e dell’Economist (26 novembre 2011). Anche alcuni importanti giornali cinesi hanno comunicato le cause espresse dai cyber-attivisti: “L’organizzazione dei ricorsi amministrativi non ha creato molta attenzione, ma una volta che ne ho parlato sul mio account Weibo, i media cinesi hanno cominciato ad interessarsene,” spiega un attivista del movimento anti-nucleare.

I media online e i social network facilitano il trasferimento rapido delle informazioni ai mass media, che a loro volta aiutano a diffondere le notizie e le legittimano.

Inoltre, i confini tra i mass media e i media partecipativi hanno iniziato a svanire. I media principali interagiscono con i social network utilizzati dagli attivisti, incoraggiando testimoni o gli attivisti stessi a contribuire ai notiziari e a continuare a pubblicare notizie, immagini o opinioni sui loro siti web (Bennett & Segerberg, 2012).

Allo stesso modo, le indagini e le informazioni dei mass media alimentano i social media e i siti web dei militanti. Il movimento messicano #YoSoy132, per esempio, ha diffuso le inchieste e lo scoop di un giornalista del Guardian, che ha mostrato la vendita di una copertura mediatica a vantaggio per il futuro presidente del Messico da parte di Televisa, il maggior gruppo televisivo messicano.

LA VITA DI OGNI GIORNO E L’IMPEGNO PUBBLICO

La divisione tra attivismo ‘online’ e ‘offline’ sottolinea un’altra discutibile dicotomia: quella che separa la vita di ogni giorno dalla politica.

La partecipazione politica spesso è considerata in uno spazio pubblico separato dalla vita di ogni giorno (che al giorno d’oggi include anche Internet), come se avessero importanza solamente le azioni indirizzate alle istituzioni politiche e quelle che trovano spazio nei mass media.

I movimenti che hanno segnato profondamente l’inizio di questa decade amalgamano però la vita privata e il coinvolgimento pubblico. I motivi che hanno portato molti cittadini nelle strade erano relativi alla loro vita di ogni giorno. In Brasile, il prezzo e l’organizzazione del trasporto pubblico hanno scatenato le proteste. Allo stesso modo molti cittadini russi si sono infuriati per le umiliazioni incontrate nella vita di ogni giorno e hanno espresso la propria indignazione verso la corruzione e l’impunità dei funzionari pubblici della polizia locale (Clément, 2011).

Le forme di espressione di coinvolgimento che esistono nei movimenti contemporanei contestano questa separazione tra il mondo della vita di tutti i giorni e la cittadinanza (McDonald, 2006). L’amicizia e l’impegno contribuiscono alla diffusione virale delle informazioni sui media sociali, delle esperienze dei militanti e dei campi per le “occupazioni”.

Le esperienze personali e la manifestazione di queste esperienze sono parte integrante di un impegno che “non si aspetta un ‘coming out’ come nel caso del militante che era pronto a sacrificare la propria vita privata e a dedicarsi al benessere generale.” (Cardon, 2010 :72).

Se esiste un mezzo che unisce la vita privata e l’impegno pubblico e offre una piattaforma per l’espressione individuale, questo è rappresentato dai social media. Sulle pagine Facebook o Vkontakte di giovani che si preoccupano delle proteste in Brasile o a Mosca, le immagini degli abusi della polizia verso i manifestanti si susseguono a quelle delle serate tra amici e le opinioni sulla democrazia in Brasile si confondono con i messaggi personali.

Questo è certamente uno dei motivi per cui i cittadini attivi hanno usato Twitter, Facebook e i loro equivalenti nazionali piuttosto che i software gratuiti progettati dagli attivisti per facilitare l’organizzazione dei movimenti, la diffusione delle informazioni o le assemblee virtuali e partecipative.
Gli attori dei movimenti sociali di oggi emergono dall’interazione e l’unione tra attivismo online e spazio pubblico, tra i social network e la convivialità dei campi di attivisti e le mobilitazioni, tra la vita di tutti i giorni e l’attivismo politico.

Benedetta Monti

Traduttrice freelance dal 2008 (dall'inglese e dal tedesco) soprattutto di testi legali, ama mettere a disposizione le sue competenze anche per fini umanitari e traduzioni volontarie.

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