Nei musei occidentali i manufatti e le opere rubati all’Africa

[Traduzione a cura di Benedetta Monti, dall’articolo originale di Chika Ezeanya pubblicato su Pambazuka News]

L’attore George Clooney, che in passato ha partecipato a una campagna per il Darfur, nel suo ultimo film si è speso a favore del ritorno dei Marmi di Elgin in Grecia, ma ha mancato di sostenere le stesse argomentazioni per i manufatti africani che sono sparsi nell’emisfero occidentale.

British Museum, gallerie africane, foto di Steve Tatum su Flickr, licenza CC

La maggior parte degli abitanti dell’Africa sub-sahariana sta sperimentando uno stato di sfasamento mentale, non diagnosticato ma opprimente. Lo stato di un’autoconsapevolezza svilita tra gli africani può essere rintracciato in precedenti storici come i saccheggi incontrollati dei manufatti del continente durante l’epoca coloniale. La memoria vivente dell’Africa e la cronologia delle conquiste fatte dai suoi popoli vivono sparsi in numerosi musei e collezioni private in Europa e nel Nord America. George Clooney, parlando riguardo all’effetto di queste esperienze su qualsiasi società, afferma: “puoi cancellare un’intera generazione, puoi bruciare le loro case, e loro trovano sempre il modo di riprendersi. Ma se distruggi la loro storia, se distruggi le loro conquiste, allora è come se non fossero mai esistiti.”  Clooney ha fatto questa affermazione nel suo film del 2014, The Monuments Men, frutto del suo impegno personale e di sei direttori di musei americani, storici dell’arte e curatori per la protezione per il recupero di opere artistiche europee saccheggiate dalle forze dell’Asse durantela Seconda Guerra Mondiale.

GLI AFRICANI SONO CONSIDERATI POPOLI SENZA STORIA

Il passato e il presente dell’Africa spesso sono rappresentati per mostrarne l’oscurità e la privazione. Questo in parte è dovuto all’assenza di studi approfonditi sulla storia africana condotti utilizzando i manufatti antichi del continente. […]  Il vuoto nella rappresentazione del passato africano è stato collegato a un più basso livello di creatività e innovazione e alla scarsa motivazione, che si riscontra in molti africani, di trasformare il continente basandosi su esperienze africane autentiche.

Il film The Monuments Men, ha messo George Clooney al centro di richieste rivolte all’Inghilterra di restituire opere culturalmente importanti come i Marmi di Elgin della Grecia che si trovano nel British Museum dagli inizi del XIX secolo. Tuttavia, rispetto a qualsiasi altro popolo, la maggior parte dei manufatti africani sono sparsi nell’emisfero occidentale. Nei musei e in collezioni private del mondo occidentale si possono trovare simboli storici africani, ormai fuori della portata emozionale, intellettuale e fisica degli africani. Mentre per i Marmi Elgin si è trattato di un acquisto da parte di Lord Elgin e in seguito di una vendita al parlamento inglese, la maggior parte delle opere d’arte africane che si trovano in Europa sono state sottratte tra le lacrime, la morte e la distruzione scatenate dalle forze coloniali sugli africani indifesi. È stato calcolato che, solamente in Benin, più di 4.000 manufatti sono stati portati via durante una “spedizione punitiva” inglese che ha causato uccisioni, mutilazioni e saccheggi nella capitale del Benin e spediti al re di allora che si trovava in esilio. I manufatti non sono opere dotate di senso estetico, come avevano erroneamente pensato i saccheggiatori inglesi quando hanno concluso transazioni da centinaia di milioni di sterline. Negli intagli nel legno e nelle sculture sono incise immagini figurate e simboliche del livello di sviluppo di generazioni di africani. Questi manufatti sostituivano le macchine fotografiche o i videoregistratori.

IL SACCHEGGIO DEI MANUFATTI E DELLA GOMMA IN CONGO

In Congo i saccheggi sono stati ancora peggiori. Il re Leopoldo II del Belgio, oltre a ordinare di tagliare gli arti dei suoi lavoranti bambini e ad uccidere milioni di congolesi per non aver fornito abbastanza gomma alle sue aziende, si divertiva ad impossessarsi di manufatti congolesi vecchi migliaia di anni. Il Museo Reale Belga dell’Africa Centrale rimane uno dei musei più visitati al mondo ed è colmo di opere d’arte rubate ai congolesi. […]

In molte occasioni, il silenzio o le bugie mascherano l’origine o la storia delle opere d’arte africane “ospitate” in Europa o negli Stati Uniti. La Reginadi Bangwa, del valore di milioni di dollari, è l’opera d’arte africana più costosa e si trova nel Metropolitan Museum. Secondo la storia ufficiale, la regina Bangwa è stata proprietà di molti collezionisti famosi, “da quando ha lasciato la sua teca regale in Camerun alla fine del XIX secolo.” In che modo e in quali circostanzela Regina Bangwa abbia “lasciato” la teca reale sono state cancellate dalla memoria. Ma per coloro che desiderano saperlo,la Regina ha “lasciato” il Camerun nel bagaglio di Gustav Corau, un esploratore coloniale tedesco che in seguito, nel suo testamento, l’ha lasciata ad un museo del suo Paese. […]

Quasi 300 statue d legno commemorative conosciute come vigangos [statue di legno funerarie N.d.T] del gruppo etnico Mijikenda in Kenya, sono state rintracciate in 19 musei americani. I “Maneaters dello Tsavo”, i resti del leone che ha ucciso circa 140 lavoratori indiani prima di essere ucciso da un ingegnere della ferrovia inglese nel 1898  è tenuto nel Field Museum di Chicago. Se il leone mummificato si trovasse in un museo africano potrebbe servire come ispirazione per molte tesi di master o dottorati di ricerca di molti accademici africani, ricerche, articoli di giornali, film di produttori africani, romanzi, documentari, innovazioni tecnologiche, giochi e altro che abbia il “marchio” africano. Ma tuttora gli africani si siedono in circolo per cercare ispirazione mente gli oggetti fonte di ispirazione del continente si trovano da un’altra parte.

GLI OCCIDENTALI HANNO UN DIRITTO INALIENABILE SUI MANUFATTI AFRICANI

Riconoscendo l’importanza dei manufatti peruviani per il progresso socio-culturale ed economico, l’Università di Yale nel 2011 e nel 2012 ha restituito decine di migliaia di manufatti che erano stati portati via dal Perù da uno dei ricercatori dell’Università nel 1911.  Il 30 giugno 1998, 39 nazioni europee hanno firmato un impegno congiunto per identificare i manufatti rubati alle vittime dell’Olocausto e per ripagare un risarcimento adeguato e soddisfacente agli eredi. La maggior parte delle nazioni europee, inclusi gli Stati Uniti, Argentina, Canada, Brasile, Russia e Israele hanno firmato l’accordo. Nel caso dell’Africa però, i 18 musei internazionali più importanti dove sono tenuti i manufatti africani si sono riuniti nel 2004 per firmare un memorandum, nel quale si legge che “sia acquistati che donati, le opere acquisite decenni fa sono diventate parte essenziale dei musei che se ne sono presi cura e, di conseguenza, sono diventati parte dell’eredità della nazione che li ospita.” In sostanza, diversamente da altri casi di nazioni private dei propri manufatti, i musei occidentali sono convinti che quelli africani adesso appartengono a loro e alle loro nazioni.

Nel Quai Branly Museum a Parigi, nel Victoria and Albert Museum di Londra e in altre centinaia di musei e collezioni private in tutto il mondo, la storia africana e fonte per il suo stesso futuro, è lontana dalla portata degli africani. Infatti, la rimozione fisica dei manufatti africani non è niente in confronto all’attacco alla conoscenza e alla coscienza collettiva degli africani, orchestrato dal Colonialismo. Utilizzando piattaforme per l’educazione formali ed informali, il Colonialismo ha insegnato e ha rafforzato l’ostilità degli africani verso i valori autentici e verso la propria cultura. Con una distorsione del genere, la memoria fisica attraverso i manufatti sarebbe stata di grande aiuto nella ricostruzione e nel processo di riabilitazione della propria identità. In assenza di una memoria africana autentica e di ricordi fisici, negli Africani è rafforzato un senso di inadeguatezza radicata che ha contribuito alla mancanza di responsabilità personale per la trasformazione sociale.

Nei manufatti africani sono intagliate le storie di cooperazione e accordi che esistevano tra le nostre etnie vicine. In assenza di studi portati avanti partendo da queste opere d’arte, l’unico ricordo rimasto tra gli africani di rapporti tra le etnie è circondato dall’amarezza instaurata dalle autorità coloniali che hanno diviso e governato il continente per mantenere il potere. Un esempio di questo sono le 32 opere d’arte del Benin ottenute nel 2012 dal pronipote del fondatore dell’ormai defunto gruppo di investimenti Lehman Brothers dal Museum of  Fine Arts di Boston. L’oggetto più spettacolare della collezione è un busto di bronzo del tardo XV secolo o primo XVI secolo chiamato “Commemorative Head of a Defeated Neighbouring Leader.” (“Testa commemorativa di un leader confinante sconfitto”). Quest’opera particolare possiede un profondo significato storico sulla cooperazione che esisteva tra il grande regno del Benin e le popolazioni vicine. […]

 

George Clooney, foto di Hillary Dempster

ARGOMENTAZIONI PER NEGARE LA RESTITUZIONE DEI MANUFATTI AFRICANI

In alcuni ambienti sono state avanzate argomentazioni secondo cui l’Africa non è un continente ormai  stabile e in grado di prendersi cura dei suoi manufatti se restituiti. Ci si potrebbe chiedere quanto fosse stabile l’Europa mentre veniva attuato il recupero dei manufatti come raccontato nel film The Momunent Men. L’Europa era una carneficina, distrutta dalla guerra e necessitava anni di aiuti economici, come il Piano Marshall e altre misure per rialzarsi. Eppure una parte fondamentale della ricostruzione europea fu proprio la rinascita dei suoi musei, dell’arte e della memoria in tutto il continente. Quando i manufatti appartenuti ad ebrei erano cercati nei nascondigli di tutta la Germania, lo stato di Israele come lo conosciamo oggi non era nemmeno sulla cartina. Che ne è stato della celebrata “ascesa africana” di questi giorni? Volere è potere. Ci sono alcuni scenari che possono essere costruiti per il ritorno dei manufatti in Africa. Per esempio, gli aiuti che oggi sono promossi per l’Africa portano pochi benefici al progresso del continente. E se i fondi sprecati ogni anno in nome dell’Africa fossero investiti per la costruzione di strutture nelle università africane per ospitare i propri manufatti? E che ne pensate di investimenti per gli studenti africani così che possano studiare le opere d’arte del continente e diffondere e disseminare la conoscenza nei numerosi linguaggi dell’Africa e nelle comunità più rurali?

CLOONEY NON È RIUSCITO A CHIUDERE IL CERCHIO

Clooney ha parlato a favore del ritorno dei Marmi di Elgin in Grecia, non potrebbe anche unire la sua voce alle grida di centinaia di migliaia di africani senza voce per chiedere di porre rimedio alla grave ingiustizia contro il passato, il presente e il futuro del continente?  Clooney potrebbe mobilitare i suoi contemporanei, come Ben Affleck che di recente ha reso testimonianza davanti al Senato americano sulla sua visita in Congo e sugli scenari che ha visto. Nel richiamare gli Stati Uniti ad aumentare il proprio ruolo di leader in Africa, il signor Affleck ha parlato di una mancanza di comprensione della vera causa della crisi in Congo: i congolesi sono afflitti da problemi legati all’ignoranza di sé stessi e alla cancellazione del loro passato e dello sviluppo della loro storia. Marlon Brando rifiutò l’Academy Awards per il suo ruolo eccezionale nel Padrino e scelse invece di utilizzare quel palcoscenico per raccogliere supporto pubblico per la condizione dei Nativi Americani. Sarebbe possibile per George Clooney di fare lo stesso per le opere e i manufatti africani?

Anche se fossero rimborsati, i centinaia di milioni di dollari raccolti dai vari musei che sono in possesso dei manufatti africani non potrebbero mai essere utilizzati come risarcimento per il divario cognitivo che esiste nelle menti e nei cuori di generazioni di africani. Per gli africani vincere la lotta contro le loro risorse mentali, fisiche, umane e materiali, significa ritornare in possesso delle proprie fondamenta storiche, di cui sono stati derubati. I manufatti e le opere d’arte sottratti al continente dovrebbero ritornare nei cuori e nelle mani degli africani.

Benedetta Monti

Traduttrice freelance dal 2008 (dall’inglese e dal tedesco) soprattutto di testi legali, ama mettere a disposizione le sue competenze anche per fini umanitari e traduzioni volontarie.