Kenya, ancora troppe morti per aborti non sicuri

[Nota: traduzione a cura di Benedetta Monti dall’articolo originale di Saoyo Tabitha Griffith su openDemocracy.]


Cantare per essere ascoltate, Kenya
'Cantare per essere ascoltate', foto di Bbc World Service su licenza CC BY-NC 2.0, Flickr

Il medico egiziano Mahmoud Fathallah, sostenitore della salute femminile da lungo tempo, sostiene che “le donne non muoiono durante la gravidanza e il parto a causa di condizioni incurabili, ma perché le società devono ancora stabilire che le loro vite meritano di essere salvate.” Nel 2010, in Kenya questa decisione è stata presa, ed è stata adottata una nuova Costituzione che, tra le altre cose, stabilisce il diritto delle donne alla salute riproduttiva e ad un accesso all’aborto in condizioni sicure. Quattro anni dopo, le donne del Kenya continuano a morire a causa di aborti non sicuri – una causa della mortalità materna prevedibile. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dimostrato che l’aborto in condizioni non sicure continua ad essere la causa principale della mortalità e morbosità [intensità dell’impatto di una malattia sulla popolazione, NdT] arrivando circa al 13% delle mortalità materne in tutto il mondo, con la proporzione maggiore di tali decessi in Africa. In Kenya, l’aborto non sicuro persiste e continua a contribuire alla mortalità materna. Uno studio dell’Ipas Africa Alliance in collaborazione con il Ministero della Salute e FIDA Kenya del 2012, quasi un decennio prima del cambiamento della legge, ha scoperto che in Kenya avvenivano più di 300.000 aborti ogni anno, causando l’ospedalizzazione di circa 200.000 donne con relative complicazioni. Questo si traduceva in un tasso di circa 800 “aborti giornalieri” e la morte di 2.600 donne ogni anno.

Nel 2013, tre anni dopo il cambiamento della Costituzione, il Ministero della Salute ha rivelato che il numero di aborti indotti era sempre in continuo aumento, circa più di 450.000 ogni anno. Secondo il rapporto, in Kenya 48 donne su 100 in età riproduttiva eseguivano un aborto all’anno. Il Ministero della Salute ha scoperto anche che più di 150.000 donne ricevevano cure ospedaliere a causa di complicazioni insorte dagli aborti, e che quasi 60.000 di queste donne presentavano complicazioni più gravi, come febbre alta, sepsi, collasso ed insufficienza degli organi. Il rapporto, tuttavia, non rivelava il numero di donne decedute per le complicazioni insorte da aborto in condizioni non sicure.

La Commissione Nazionale per i Diritti Umani del Kenya ha affrontato in modo simile l’aborto in condizioni non sicure come causa di mortalità materna nell’inchiesta pubblica effettuata nel 2012. Le scoperte hanno rivelato che la mancanza di accesso ai servizi per l’aborto sicuro in Kenya ha avuto come conseguenza l’adozione da parte delle donne di metodi primitivi e non sicuri. Chi ha avuto l’opportunità di testimoniare durante l’inchiesta ha descritto tali metodi, che erano utilizzati per portare a termine le gravidanze indesiderate – ovvero l’assunzione di erbe tradizionali, alti dosaggi di medicinali antimalarici, l’inserimento di oggetti affilati o l’ingestione di sostanze pericolose. Questi metodi hanno causato la morte di molte donne o danni permanenti al loro utero, con numerosi casi di donne che hanno riferito di non essere state più in grado di concepire di nuovo.

Con il cambiamento della legge avvenuto quattro anni fa, perché le donne in Kenya affrontano ancora le conseguenze mortali di un aborto in condizioni non sicure? È importante guardare al di là delle dinamiche individuali per prendere in considerazione i fattori strutturali che influenzano l’accesso ai servizi per l’aborto e le esperienze positive. Ciò implica il ruolo dello Stato nell’assicurare un’attuazione efficace dell’Articolo 26(4) della Costituzione, secondo cui è consentita la terminazione della gravidanza in condizioni sicure condotta da medici professionisti se la donna necessita di un trattamento di emergenza o se la salute e la vita della donna sono in pericolo. Il rapporto KNCR dimostra che il governo non è riuscito ad affrontare le barriere ben note che rendono alto il tasso di mortalità dovuto ad aborti in condizioni non sicure. I fattori principali sono le barriere socio-culturali, i livelli bassi di conoscenza tra le donne, le credenze religiose e lo stigma portato avanti dalla comunità e da chi fornisce servizi sanitari. Il rapporto ha anche identificato le categorie professionali particolari che potrebbero, potenzialmente, costituire un ostacolo e che necessitano di una formazione migliorata per promuovere l’accesso ai servizi per l’aborto sicuro. Molti medici e funzionari di polizia, per esempio, non sono sicuri se l’aborto sia legale o illegale in Kenya. E di conseguenza molte medici evitano di somministrare questo tipo di procedura, anche se la donna è qualificata secondo le disposizioni della Costituzione, per paura di essere perseguiti e imprigionati.

Controllo e mortalità materna

Gli ufficiali delle forze dell’ordine e i medici sono coloro che prendono le decisioni in Kenya. A molti poliziotti manca la conoscenza di base del concetto di cura post-aborto, un trattamento medico di emergenza che deve essere somministrato per salvare la vita della donna dopo un aborto effettuato in condizioni non sicure. In molti casi, i poliziotti non sono consapevoli dei rischi che l’aborto incompleto pone sulla salute delle donne, e di conseguenza le chiudono spesso in carcere per giorni in attesa del processo. Proprio a causa di questa tendenza, una donna di 40 anni di Murag’a – una cittadina vicina a Nairobi, la capitale del Kenya – è deceduta mentre si trovava in custodia della polizia dopo essere stata arrestata per aver tentato di procurarsi un aborto. Allo stesso modo, nel recente caso Stato vs Edna Achilla Omale, una ragazzina ed un medico sono stati arrestati e accusati di “cospirazione per commissione del reato conosciuto come aborto”. Soltanto dopo che il giudice si è reso conto delle condizioni di salute della ragazzina è stato chiesto ai poliziotti di farle avere le cure necessarie.

I rapporti tesi tra i medici e gli ufficiali delle forze dell’ordine contribuiscono anche a decessi che potrebbero essere evitati. Ricordando il suo arresto nel 2004 con l’accusa di omicidio, il dottor John Nyamu, ginecologo, afferma che precedentemente all’emanazione della Costituzione del 2010 molti dottori erano perseguitati dalla polizia locale. La corruzione era una prassi comune e i medici continuavano a pagare la polizia per comprarsi la libertà. Fattori come l’atmosfera di paura, la corruzione, la continua persecuzione dei medici e le donne che necessitano un aborto in condizioni sicure anche quando dovrebbero usufruire dei servizi secondo l’Articolo 26(4) della Costituzione, portano ad aumentare il numero di morti evitabili.

L’utilizzo della religione per ostacolare i diritti

Le credenze religiose all’interno della classe politica hanno un ruolo importante nel fallimento della prevenzione degli aborti in condizioni non sicure. L’influenza che il Parlamento potrebbe assumere emanando leggi che favoriscano l’Articolo 26(4) è stata ridotta perché molti parlamentari sono influenzati dalle credenze religiose e dalla cultura quando si tratta di promulgare leggi su questo problema. Il resoconto parlamentare (Hansard) registra che l’Articolo 26(4) della bozza del 2010 è stato dibattuto perché molti membri del Parlamento vi si opponevano con veemenza. In seguito, è citato il viceministro per lo Sviluppo della Cooperazione e del Marketing Linah Jebii Kilimo, che ha affermato quanto il concetto di aborto, sia in condizioni sicure che non sicure, sia estraneo alla cultura keniana. L’onorevole Kilimo ha sostenuto l’esclusione dell’aborto dalla bozza della Costituzione dicendo che “l’aborto non dovrebbe essere permesso. La Bibbia afferma che la terra che riceve il sangue degli innocenti sarà maledetta. Per questo motivo non dovremmo permettere che una maledizione ricada sulla nostra terra concedendo l’aborto… non si tratta di un problema keniano, ma esterno a noi.”

Queste difficoltà sono state aggravate dalla recente sospensione degli Standard e delle Linee Guida sulla Riduzione della Mortalità Materna e Morbosità causate dall’aborto in condizioni non sicure. Le Linee Guida, istituite nel 2012, sono state ritirate dalla Direzione dei servizi sanitari il 3 dicembre 2013, affermando che esiste la necessità di una consultazione più ampia sui contenuti del documento. Queste linee guida costituiscono l’unico documento esistente per i medici a trattare le condizioni necessarie per procurare un aborto in condizioni sicure. Il ritiro di queste linee guida crea un divario che sta alimentando le domande su come terminare una gravidanza in modo sicuro, su chi possiede i requisiti per un aborto in condizioni sicure, su quando deve essere procurato e quando un medico possa presentare obiezione di coscienza.

La necessità di un’azione da parte del governo

Sinora il governo non è riuscito a proteggere il diritto alla vita delle donne e gli standard di salute migliori ottenibili. Questo è comprovato dal crescente numero di donne ospedalizzate a causa di complicazioni derivate da un aborto, come indicato dalle scoperte dello Studio del Ministero della Salute del 2013. Tuttavia il governo potrebbe migliorare la situazione organizzando incontri sulla salute riproduttiva in tutto il paese, fornendo un programma al Ministero per educare la comunità sulla vastità e sulle conseguenze dell’aborto in condizioni non sicure, e per sfatare le leggende e le idee sbagliate che molte persone hanno sull’utilizzo dei contraccettivi. Inoltre il governo dovrebbe assicurare che l’utilizzo dei contraccettivi sia promosso in tutte le zone della nazione e convalidato per far fronte alle grandi esigenze del Paese.

Il Parlamento deve emanare leggi che realizzino le disposizioni della Costituzione. Tali leggi dovrebbero fare una distinzione tra aborto sicuro e non sicuro, definire chi è un medico professionista, determinare quando, dove e come può essere eseguito un aborto in condizioni sicure e indicare le circostanze secondo cui una donna ha i requisiti per l’aborto. Queste leggi chiarirebbero le questioni tra medici e polizia e colmerebbero il divario che è stato creato dalla sospensione delle Linee Guida e Standard sull’Aborto.

Ha dell’ironico il fatto che il governo abbia assegnato reparti per le cure post-aborto in molti ospedali pubblici, perché questa assegnazione implica riconoscere che l’aborto in condizioni non sicure continua ad avvenire, e che le donne con complicazioni causate da tali procedure cercano cure mediche negli ospedali. In alternativa, il governo dovrebbe spostare la propria attenzione verso la prevenzione dell’aborto in condizioni non sicure, piuttosto che trattarne le conseguenze, dovrebbe rompere il silenzio che circonda questa causa di morte evitabile. Deve essere ricordato che a causa dei numerosi decessi derivati dall’HIV/AIDS nei primi anni ’90, il governo dichiarò l’HIV disastro nazionale nel 1999, attivò molte campagne mediatiche ed emanò leggi che erano orientate verso la diminuzione del tasso di HIV in Kenya e la stigmatizzazione verso coloro che avevano contratto il virus. Oggi la società ha accettato le persone che hanno l’HIV, e il tasso di incidenza è diminuito. Allo stesso modo, il governo deve riconoscere che l’aborto in condizioni non sicure è evitabile e che lo Stato ha il ruolo di educare i propri cittadini sulle conseguenze, di assicurare cure mediche appropriate per le giovani che ne hanno bisogno dopo l’aborto, di garantire la fornitura di contraccettivi e pubblicare informazioni educative sui diritti sessuali e sulla salute riproduttiva. Attraverso queste iniziative potremo contribuire a crescere una generazione di cittadini responsabile, informata e sana, e di avere un governo che rimane fedele alla propria Costituzione.

Benedetta Monti

Traduttrice freelance dal 2008 (dall'inglese e dal tedesco) soprattutto di testi legali, ama mettere a disposizione le sue competenze anche per fini umanitari e traduzioni volontarie.

4 pensieri riguardo “Kenya, ancora troppe morti per aborti non sicuri

  • 29 gennaio 2014 in 11:05
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    Che costituzione all’avanguardia! Il Kenya, nonostante tutte le difficoltà rivelate in questo post, dà una lezione di civiltà. Per misurarne l’importanza, vorrei ricordare che negli anni ’60 l’aborto, vietato, si faceva con i ferri per ricamare!!!

    In molte parti dell’Africa, ancora oggi, non è facile parlare di questo argomento per molta gente, ancora tabù.

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    • 29 gennaio 2014 in 11:29
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      Condivido pienamente il giudizio positivo sui progressi promossi dalle istituzioni del Kenya. In fondo, anche nel nostro Paese solo apparentemente europeo ed evoluto, argomenti come l’aborto rimangono a un livello di discussione vergognoso!

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  • 29 gennaio 2014 in 12:20
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    sempre ed ovunque, le donne vittime delle superstizioni religiose…. e parlo di TUTTE le religioni!

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  • 29 gennaio 2014 in 13:05
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    Anche se il nostro è un paese “evoluto”, come dice Davide, esiste ancora un sacco di “omertà” sull’aborto. Non mi sento di affermare che qui non usano più metodi “brutali” per interrompere la gravidanza, e, parlo per esperienza personale non diretta, anche se quello che la donna fa è LEGALE con tanto di legislazione, il più delle volte già negli ospedali ha un trattamento distaccato, freddo, come se la stessero giudicando….

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