“L’odio è nel cuore”: l’Europa e i pregiudizi anti-rom

[Nota: traduzione a cura di Benedetta Monti dall’articolo originale di Bernard Rorke su openDemocracy.]

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Nel lontano 1996, riflettendo sull’ascesa di Jorg Haider e il suo Partito Liberale in Austria, Tony Judt suggeriva di usare una certa cautela nell’interpretare il fenomeno come una sorta di rinascita del fascismo, ‘un eco dei fantasmi del passato dell’Europa’, avvertendo che il successo di Haider e della sua stirpe potesse rappresentare qualcosa di molto più serio, ovvero ‘i fantasmi dell’Europa che verrà’.

In ogni caso, l’anno scorso, tornando a casa attraverso il 7° distretto di Budapest, il quartiere ebreo della città, sono rabbrividito proprio per gli spettri del passato. Un graffito in lingua inglese con scarabocchiate le parole “Hate is where the heart is” (“L’odio è nel cuore”) colse la mia attenzione. Stranamente, subito dopo, un gruppo di persone vestite di nero stile Maygar Gàrda sbucarono dietro l’angolo, gridando “mocskok zsidok es büdös ciganok (sporchi ebrei e zingari puzzolenti)”, salutando dei teppisti dall’altra parte della strada con la mano alzata, che risposero con le parole: “Adjon az Isten szebb jövõt!” (Dio ci ha assegnato un futuro migliore).

Quelle stesse strade sono state testimoni degli avvenimenti più barbari del XX secolo. Proprio su quelle strade, la notte del 15 ottobre del 1944, Zsuzsa Gàbor era insieme a un gruppo di ebrei fatti uscire di casa con le pistole puntate durante un raid da parte di nazisti ungheresi e tedeschi che lasciò a terra 18 cadaveri. Il resto – anche madri con bambini e persone anziane – furono portati da Aradi Utca, fino a Teréz Körút e quindi alla scuola di Kertész Utca con le armi alzate.

“Poi ci hanno fatto entrare in uno scantinato dove ci hanno picchiato e percosso senza tenere conto dell’età o altro….un pezzo di biscotto incartato è stato trovato nella tasca di mio cugino di 18 anni. Volevano infilarglielo in bocca….ma lui ha fatto resistenza ed è stato picchiato a morte davanti agli occhi di sua madre… in quella confusione hanno preso gli uomini e li hanno spinti da un’altra parte del seminterrato. Le loro grida e i loro pianti si sono sentiti per tutta la notte. Non li abbiamo più visti, né vivi né morti.”

Durante una cerimonia tenutasi l’agosto scorso al Memoriale dell’Olocausto in ricordo delle vittime zingare del genocidio nazista di Budapest, alle persone presenti è stato ricordato come fossero passati solamente tre anni dal giorno in cui Maria Balogh venne uccisa nel suo letto e sua figlia di 13 anni seriamente ferita, durante un attacco di neonazisti nel villaggio di Kisléta, l’ultima aggressione di una campagna di terrore contro gli zingari che ha provocato la morte di sei persone e ferito molte altre. Alla commemorazione, György Hölvényi, ministro agli Affari religiosi, Minoranze e Relazioni non governative dell’Ungheria, ha dichiarato che il governo è determinato a “non concedere spazio all’odio tra i cittadini ungheresi.”

Da parte sua, il ministro per le Risorse Umane Zoltán Balog, ha condannato pubblicamente gli incidenti causati dall’odio, e ha richiesto ripetutamente la solidarietà tra gli zingari e gli altri cittadini.

Tuttavia, sono arrivati messaggi diversi dal partito Fidesz – Unione Civica Ungherese. Nel gennaio del 2013, in seguito a un accoltellamento a New York, il giornalista Zsolt Bayer ha scritto su un giornale nazionale che “una parte significativa degli zingari non è adatta alla coesistenza…non sono adatti a vivere tra le persone. Questi zingari sono animali, e si comportano come tali….e a questi animali non deve essere concesso vivere. In nessun modo. Questo va risolto immediatamente – e non importa in che modo.”

Bayer, da lungo fautore dell’odio, è uno dei principali organizzatori della Marcia della Pace pro-governativa, membro fondatore di Fidesz, e da tempo confidente del Primo Ministro Viktor Orbàn. Viviane Reding ha subito condannato queste sue osservazioni come inaccettabili. “Nell’Unione Europea non c’è posto per il razzismo, discorsi sull’odio o per qualsiasi altra forma di intolleranza.”

Sembra però che in questo angolo di Europa i discorsi sull’odio trovino spazio. La risposta della portavoce di Fidesz, Gabriella Selmeczi, è stata che Bayer ha scritto questo articolo “non in qualità di politico, ma di giornalista”, aggiungendo che “noi non qualifichiamo le opinioni dei giornalisti.” Nonostante il fatto che nessuno sia stato ucciso nell’incidente, la Selmeczi ha continuato accusando i partiti di opposizione di sinistra e liberali di “incoraggiare i criminali, non incolpando i killer ma coloro che sono stati oltraggiati dai loro crimini.” Durante l’omaggio a Bayer per il suo cinquantesimo compleanno, il portavoce del parlamento László Kövér è stato ancora più diretto: “Bene e male, momenti difficili e gioie, li sperimentiamo insieme. Non ci siamo mai negati l’un l’altro e mai lo faremo.”

E’ difficile conciliare i buoni sentimenti contenuti nella Strategia per l’Integrazione Nazionale dei Romanì con l’espressione di affermazioni che invece li denigrano, li rendono disumani e degradano. Se è questa l’opinione che conta nei circoli elitari vicini al governo, non c’è da meravigliarsi se il pregiudizio anti-rom sia così diffuso, così forte tra i cittadini dell’Ungheria.

Non c’è da meravigliarsi che i sentimenti di estrema destra attecchiscano, in un clima politico dove sembra sia dato ampio spazio all’odio. Nonostante le critiche, il partito estremista Jobbik è riuscito a conservare il capitale politico accumulato con il suo successo elettorale iniziale. Secondo Political Capital, questo si può attribuire alla riaffermazione pubblica di una leadership con uno stile più belligerante e radicale: con un ritorno alle politiche di strada, una crescente retorica anti-zingara e anti-semita e il sostegno alle organizzazioni in stile Gàrda: “Chiaramente, alimentare la tensione etnica è quello che interessa politicamente al partito Jobbik e alle altre organizzazioni di estrema destra che sono collegate al partito.”

Queste forme di estremismo contaminano tutte le aree della vita pubblica in molti Stati membri dell’Unione Europea. L’anti-zingarismo orchestrato politicamente che stiamo vivendo oggi è di un ordine diverso, e deve essere riconosciuto come una forma specifica di razzismo. Tale riconoscimento formale è il primo passo necessario, all’interno di culture politiche in cui “incolpare la vittima” si radica profondamente in ciò che viene definito buonsenso. Fronteggiando l’anti-zingarismo contemporaneo, non si può non pensare all’osservazione fatta da Hannah Arendt nel 1938, ‘che gli ebrei sono la fonte dell’antisemitismo è la visione malvagia e stupida dell’antisemitismo’. Come se non si fosse imparato niente dal periodo buio del XX secolo, tali visioni malvagie e stupide possono essere sentite ancora oggi nelle espressioni di razzismo e nei cori populisti che accusano gli zingari stessi per la discriminazione che sopportano e per l’odio e il pregiudizio che li ricopre.

Thomas Hammarberg ha descritto l’emergenza di un clima di intolleranza nei confronti degli zingari come un mutamento dal ‘pregiudizio’ tradizionale in un ‘comportamento di razzismo vero e proprio, predicato da gruppi politici marginali ma sempre più visibili e lasciato spesso incontrollato dal cuore della società’. Per Hammarberg ciò che è più inquietante è che ‘oggi giorno nemmeno i partiti politici principali sono immuni dall’utilizzare una retorica anti-zingara per un profitto politico a breve termine – cosa che non sarebbe stata tollerata qualche decennio fa’.

E’ chiaro che l’atteggiamento di ‘laissez faire’ nei confronti delle politiche basate sull’odio non servirà a niente. Se questo tipo di politiche sembra dominare, con gli zingari spesso ai margini, un atteggiamento che predilige gli affari non rappresenta soltanto un fallimento etico ma un azzardo politico. Immaginare che queste politiche dell’odio faranno semplicemente il loro corso è un’illusione. E’ giunto il momento di affrontare l’anti-zingarismo con la solidarietà civica e politica di cui abbiamo bisogno per fare la differenza.

Un primo passo sarebbe quello di riconoscere ufficialmente, da parte dell’Unione Europea, l’anti-zingarismo come una forma di pregiudizio antica e profondamente radicata. Le realtà vissute nei villaggi, nei paesi e nelle città dove gli zingari affrontano le intimidazioni o altre forme di discriminazione diretta o indiretta ogni giorno, potranno sembrare un luogo molto lontano dalle risoluzioni approvate a Bruxelles e a Strasburgo. Tuttavia sarebbe soltanto il primo passo, perché quando si tratta di combattere le parole, le azioni e le pratiche istituzionali che denigrano e disumanizzano i nostri compagni zingari, è l’impatto pratico che conta.

Il riconoscimento ufficiale dell’anti-zingarismo riguarderà una serie di fasi pratiche e positive per la Commissione Europea, per il Parlamento Europeo e per gli Stati Membri. All’interno del contesto europeo per l’Integrazione degli Zingari esiste la necessità di un’iniziativa concordata per lavorare insieme alle autorità locali, le forze dell’ordine, le istituzioni per l’educazione e la società civile al fine di avviare campagne mirate a una maggiore consapevolezza dei cittadini e per sostenere le iniziative delle comunità per eliminare i pregiudizi anti-zingari e favorire il dialogo interculturale.

I membri del Parlamento Europeo dovranno lavorare in modo più assiduo con i propri partiti politici nelle nazioni da cui provengono per combattere i pregiudizi, per coltivare politiche orientate all’inclusione degli zingari, per combattere i crimini derivanti dall’odio e fornire un rimedio efficace contro il razzismo istituzionale.
Esiste anche la necessità di un’azione per ‘fare i conti con la Storia’ coordinata in tutta Europa per mettere in luce e diffondere la conoscenza sulle atrocità compiute ai danni degli zingari in passato. Come ha affermato Thomas Hammarberg, quello di cui siamo testimoni oggi è ‘una continuazione di una storia brutale e sconosciuta di repressione degli zingari, che risale ad alcune centinaia di anni fa. I metodi di repressione sono variati a seconda del periodo, e hanno incluso lo schiavismo, l’integrazione forzata, l’espulsione, la prigionia e le uccisioni di massa… una descrizione completa e un riconoscimento dei crimini perpetuati contro gli zingari potrebbe aiutare a restaurare la fiducia nei loro confronti nelle comunità’. Se dobbiamo sostituire la politica dell’odio con una politica basata sulla speranza, sulla solidarietà e il rispetto reciproco, allora abbiamo bisogno della fiducia, e questo deve comprendere uno sforzo continuo che dovrà essere parte del contesto europeo per l’Integrazione degli Zingari fino al 2020.

Benedetta Monti

Traduttrice freelance dal 2008 (dall’inglese e dal tedesco) soprattutto di testi legali, ama mettere a disposizione le sue competenze anche per fini umanitari e traduzioni volontarie.

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