Kenya: “160 ragazze”, sentenza storica contro la violenza sessuale

[Nota: traduzione a cura di Giorgio Guzzetta dall’articolo originale di Sasha Hart su openDemocracy, a pochi giorni dalla Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne]


Le ragazze e gli altri manifestanti verso il tribunale di Meru, Kenya, 11 ottobre 2012. Foto di Patrick Njagi.

L’anno scorso, in occasione dell’International Day of the Girl Child [11 ottobre 2012, Giornata Internazionale delle Bambine, NdT] tenutosi a Meru (Kenya), un gruppo di 160 ragazze ha denunciato il governo per la negligenza della polizia nell’occuparsi dei loro casi di stupro. Volendo farne un giorno da ricordare, hanno manifestato davanti al tribunale locale insieme ai loro accompagnatori, ai loro avvocati e a molti volontari, mostrando su coloratissimi striscioni frasi tipo “I diritti delle bambine sono diritti umani!”.

Quando le guardie del tribunale le hanno viste avvicinarsi hanno chiuso i cancelli, impedendo loro di avere accesso, in senso letterale, alla giustizia. Tuttavia le ragazze non si sono lasciate scoraggiare da questa indifferenza – che, per ironia, non era molto diversa dal tipo di trattamento ricevuto dal sistema giudiziario fino ad allora. Invece di girarsi ed andarsene, hanno cominciato a cantare in Swahili “Voglio i miei diritti!”. Grazie alla loro perseveranza e all’intervento dei loro avvocati, alla fine quel giorno i cancelli si aprirono, e fu loro permesso di esporre la loro storica denuncia.

Gli avvenimenti che portarono a quella storica giornata erano iniziati mesi prima, quando Ripples International, un’associazione locale (con base a Meru) di volontari, che gestisce un rifugio per ragazze vittime di stupro, aveva iniziato a collaborare con The equality effect, un’associazione non-profit canadese che si occupa di diritti umani a livello internazionale. Le due associazioni si erano unite nello sforzo di assistere le ragazze nella loro ricerca di giustizia per l’orribile violenza subita. Nel momento in cui l’iniziativa fu lanciata, Ripples aveva già ospitato circa 160 ragazze  (da cui il nome dell’operazione, “Progetto 160” ) nel rifugio, e da allora il numero è cresciuto e continua a crescere (si contano più di 260 vittime).

Con l’aiuto di avvocati, le ragazze hanno sollevato questioni di incostituzionalità per l’operato della polizia keniana e di altre agenzie governative coinvolte. Nel loro reclamo sostenevano che, non occupandosi adeguatamente dei loro casi di stupro, la polizia aveva violato i diritti delle ragazze garantiti e sanciti dalla Costituzione del Kenya e da altri trattati internazionali in materia di diritti umani, tra cui, per esempio, il diritto al pari trattamento, alla sicurezza della persona, alla eguaglianza di fronte alla legge ecc.

In Kenya la violenza sessuale è molto frequente, e le ragazze giovani sono particolarmente vulnerabili. Secondo statistiche della polizia, nel 2010 sono stati denunciati in media 200 casi di stupro di minori ogni mese; inoltre, il più recente studio a livello nazionale rivela come in Kenya, addirittura 1 ragazza minorenne su 3 avrebbe subito violenza sessuale. Il problema non è la mancanza di leggi che affrontino il problema. Al contrario. Infatti il Sexual Offences Act del 2006 prevede pene che possono arrivare fino al carcere a vita per episodi di stupro contro i minori. Il problema è piuttosto la non applicazione delle leggi esistenti. L’inazione della polizia in casi come questi ha creato un cultura dell’impunità che perpetua queste violenze.

Secondo uno studio che analizza le esperienze di chi ha denunciato violenze di genere alla polizia keniana, il 52% dichiara che la polizia “non era d’aiuto”; il 39% che gli agenti erano “riluttanti a verbalizzare le dichiarazioni”; il 28% hanno detto che “erano stati umiliati e trattati senza cortesia e dignità”; e il 20% che i poliziotti avevano chiesto del denaro.


Alcune ragazze e gli attivisti ballano per festeggiare la loro storica denuncia. Foto di Patrick Njagi

La protesta legale delle ragazze aveva lo scopo di provare e documentare le carenze della polizia e di mettere in luce le numerose sofferenze e violazioni dei diritti che ne derivano. I volontari di Ripples hanno lavorato per mesi al fine di documentare nei minimi dettagli come la polizia avesse risposto in ciascuno dei casi di stupro denunciati. L’associazione The equality effect ha lavorato con Ripples e con le ragazze per mettere insieme le prove e preparare l’argomentazione legale.

Le storie di violenza e di inazione della polizia raccontate da 11 delle 160 ragazze sono stati descritte nei dettagli nei documenti presentati in tribunale. Per esempio la storia di C.K., una bambina di 5 anni violentata dallo zio. Quando Ripples informò la polizia, gli agenti chiesero dei soldi per intervenire. Nel caso di F.K., una ragazza quindicenne incinta dopo essere stato violentata dal vicino, la polizia rispose che avrebbero dovuto aspettare la nascita del bambino prima di iniziare le indagini o arrestare il colpevole.

I giudici hanno anche ascoltato la storia di M.M., una bambina di 8 anni violentata da tre uomini che aveva contratto una malattia a trasmissione sessuale. Dopo numerose richieste da parte del padre della ragazza, che oltretutto è cieco, la polizia aveva finalmente accettato di emettere un mandato di cattura nei confronti di uno dei tre; ma, ottusamente e crudelmente, lo avevano dato al padre perché lo consegnasse lui stesso.

Tra le altre storie ascoltate dalla Corte vi sono lo stupro di E.K.M., una ragazza di 12 anni da parte di un poliziotto, e di L.W., una ragazza che, a causa dei danni subiti in conseguenza delle violenze, ha dovuto sottoporsi a un’operazione chirurgica.

I giudici hanno preso nota della documentazione sul comportamento della polizia in ciascun caso: dalla richiesta di soldi all’interrogatorio della vittima in condizioni umilianti, dal rifiuto di investigare a quello di raccogliere le prove e sottoporle al giudice, dal rifiuto di arrestare i responsabili fino al rifiuto puro e semplice di verbalizzare la denuncia.

Il 27 maggio scorso, la Corte Suprema del Kenya ha dato ragione alle ragazze. La storica decisione ha stabilito che l’inattività della polizia ha creato una situazione e un clima di impunità per i colpevoli di violenza sui minori, rendendo lo Stato indirettamente responsabile  delle sofferenze e delle ferite inflitte dagli stupratori alle ragazze. Makau J.A. ha scritto a nome della Corte:

La polizia, illegalmente, senza giustificazioni e illegittimamente ha trascurato, omesso e/o in altro modo mancato di condurre tempestive, efficaci, corrette e professionali indagini nei suddetti casi. Questa inadempienza ha causato gravi danni ai denuncianti ed anche creato la sensazione di impunità per crimini di violenza ai minori, dal momento che i responsabili erano lasciati liberi e indisturbati.

La Corte ha quindi ordinato alla Polizia di condurre “tempestive, efficaci, corrette e professionali indagini” relative a tutte le denunce in oggetto, e inoltre di prendere provvedimenti per migliorare il modo in cui sono trattati i casi di violenza contro minori.

Se rispettata, la decisione della Corte potrebbe garantire l’accesso, a lungo atteso, alla giustizia per i denuncianti, oltre a una migliore protezione legale nei casi di stupro per i 10 milioni di ragazze e bambine del Kenya.

Il caso fa epoca nella storia legale del Kenya, e innalza il livello delle richieste internazionali per i diritti delle bambine. Rappresenta una critica forte sulle responsabilità di enti statali, che devono prendere le misure necessari per prevenire e rispondere adeguatamente alla violenza contro le donne e le bambine. L’assenza di queste misure significherebbe disattendere obblighi a livello interno ed internazionale nel campo dei diritti umani.

Forse, però, il risultato più importante dell’impegno di questi attivisti è stato di fornire a queste 160 ragazze la consapevolezza dei diritti umani di cui sono titolari, e far loro capire che è possibile considerare lo Stato responsabile e garante per questi loro diritti. Come ha detto una delle ragazze, esse adesso “sanno che volto ha la giustizia” e hanno visto quali risultati si possono ottenere avendo il coraggio di chiedere, anzi pretendere, giustizia.

Tuttavia, molto è il lavoro che rimane da fare per assicurarsi che questa storica decisione della Corte venga effettivamente applicata e apporti un reale e significativo cambiamento per tutte le donne e tutte le bambine in Kenya. Il recente, ormai tristemente famoso, caso della sedicenne “Liz”, quando la polizia ha semplicemente ordinato allo stupratore di tagliare l’erba come punizione per aver partecipato a una violenza di gruppo che costringe oggi la ragazza a vivere su una sedia a rotelle, dimostra che i problemi sono ancora seri e gravi, che il comportamento della polizia è ancora del tutto inadeguato e che altro lavoro legale e altro volontariato sono richiesti perché la decisione divenga realtà. C’è bisogno di far si che le autorità keniane si impegnino a rispettare e applicare la decisione e attivino un processo di educazione pubblica di massa, una campagna per far conoscere la decisione della Corte e mobilitare la popolazione ad appoggiarne l’applicazione pratica – tutte cose in cui le ragazzi e i loro rappresentanti legali hanno già iniziato con la stessa identica tenacia dimostrata nel corso della vicenda.

 

Giorgio Guzzetta

Accademico errante, residente a Roma dopo vari periodi di studio e lavoro all’estero (Stati Uniti, Inghilterra e Sudafrica).
Si è occupato di letteratura italiana e comparata, globalizzazione culturale, Internet e nuovi media. Occasionalmente fa traduzioni dall’inglese e dal francese.

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