La poesia militante non chiede il permesso

[Nota: traduzione a cura di Manuela Beccati  dall’articolo originale di Andrea Abi-Karam su openDemocracy]

Una volta non vedevamo l’ora di scendere in piazza a protestare. Mentre adesso è la piazza a ispirarci e trasformiamo la sbornia da post-occupazione politica in poesia.

Sì, perché la marginalità cui è relegata la poesia dal sistema capitalistico la rende un mezzo espressivo ineguagliabile per proporre alla sfera pubblica i temi politici. Rispetto ad altre forme d’arte, sappiamo che i libri accumulano polvere sugli scaffali delle librerie mentre le opere esposte nelle gallerie sono vendute a caro prezzo. Il fatto che la poesia si ponga al di fuori del “desiderio economico” le permette di avere una voce che non cerca di compiacere nessuno.

Ciò che rende la poesia così incisiva è che non si deve chiedere il permesso a nessuno“, dice Maisha Johnson, poeta e attivista di Bay Area. La Johnson afferma: “Molta poesia politica dice: “Questo è il mio credo, non aspetterò il permesso di nessuno per affermare la mia verità. È ciò che sento di esprimere – e lo dirò“.

Nella raccolta di saggi Cosa si trova lì: note sulla poesia e sulla politica [What Is Found There: Notebooks on Poetry and Politics, 1993] Adrienne Rich promuove l’idea che negli Stati Uniti la poesia, non essendo un bene appetibile, sia fuori dal coro e occupi una nicchia. Scrive la poetessa: “Dal momento che in questa nazione, fondata sulla ricerca del benessere, [la poesia] esula dal mondo capitalistico con il suo marketing, le Borse e la fissazione dei prezzi, è stata messa da parte, svalutata, bandita dagli spazi pubblici“.

La tivù, la pubblicità e altri media effimeri proiettano l’immagine di un mondo scintillante e artificiale, mentre la poesia cattura realtà oppressive e dure senza censura. “Tocca sul vivo l’inquietudine del mondo, non essendoci una vera uguaglianza della società”, spiega Johnson, “i poeti politici possono fare affidamento sull’onestà e l’aderenza alla realtà, in più sono capaci di scoprire cose che qualche volta sono raccapriccianti da scoprire: il grande sistema”.

Jacqueline Frost, anche lei fra i poeti di Bay Area, aggiunge che la poesia, quale forma pragmatica usata per dissipare la fragile soddisfazione dello status quo è “composta, in genere, da tutte quelle piccole tragedie che accadono sempre ad ognuno di noi perché il mondo è così maledetto“.

Se si prende come riferimento tutta la disinformazione prodotta dai media controllati dalle lobby si desume, dal ragionamento di Johnson, come la poesia rappresenti una voce onesta e penetrante che affronta le tragedie della gente. Il suo potere politico sta proprio nella veridicità, nella narrazione poetica che emerge dalla lotta.

Di certo non possono essere considerate positive le vicissitudini che spesso danno vita alla poesia, e il fatto che raramente vengano estratte dai ripiani delle librerie comporta purtroppo una scarsa visibilità al grande pubblico. “Esiste una sorta di taglio della parola prima che questa riesca ad accedere al grande pubblico – l’eccesso d’immagine a discapito del testo“, dice Jacqueline Frost. La televisione, la pubblicità e i prodotti destinati alla massa che scorrono sui media dominano in modo preponderante gli spazi pubblici negli USA, mentre la poesia è limitata agli scaffali, letture nei circoli e nelle accademie.

Il poeta e attivista Wendy Trevino sostiene che la posizione così estrema della dialettica in rima consente di rivolgersi ai poteri politici in modo schietto: “Uno dei vantaggi della poesia è che non attira troppa attenzione, e così la gente può esprimersi più di quanto normalmente non direbbe o farebbe attraverso altre forme d’arte“.

La poesia non ha molta influenza nell’arena capitalistica, ma è insostituibile per la creatività e la connettività all’interno della comunità degli attivisti. A livello personale, spiega Frost, l’espressività creativa “ha un effetto terapeutico e potenzia la mente dell’individuo; una cura per le proprie capacità, uno sfogo per la propria aggressività e risentimento“. È anche catartico immaginare un mondo libero dagli abusi e colmo di forza d’animo e amore generale. La gente condivide il proprio lavoro ed è consapevole di non essere sola in questa esperienza. Esperienza che fa sentire che la persona è soggetto della politica. “È un modo per far circolare le informazioni tra la gente, creando così dei legami. È piacevole sapere che qualcuno riflette sulle cose a cui tu hai pensato. Fa da collante“, aggiunge Trevino.

Al di là del fatto di condividere esperienze, la poesia ha occupato un ruolo centrale nel movimento politico sfociato in “Occupy Oakland“. La lettura delle poesie è stata una celebrazione dopo le azioni intraprese. Marciare per le strade e rischiare in prima persona ha creato solidarietà all’interno della comunità ed è diventata fonte d’ispirazione in tutti i campi artistici: ha unito le persone.

Durante i fatti di Oackland negli edifici occupati, nelle biblioteche e in altri spazi pubblici aperti avvenivano reading di poesie“, racconta Frost. “Senza che esistesse una vera e propria organizzazione, c’era sempre qualcuno impegnato in qualche attività, una cosa del genere era possibile solo in quei momenti. È stata occupata una biblioteca abbandonata a East Oakland, e poi sono state lette poesie tra il tripudio generale, una cosa davvero divertente“, aggiunge. Una lettura stabilita a priori non avrebbe creato lo stesso senso di solidarietà come può succedere nel caso di una lettura spontanea, e spesso illegale.

Sappiamo che la poesia può essere potente, ma come possiamo renderla accessibile? Nell’era dell’iper-individualismo, la pressione a promuovere sé stessi in qualità di esperti di una cosa sola ha prodotto l’inaccessibilità alla poesia, perché limitata a coloro che hanno un’educazione privilegiata.

Frost ritiene che la poesia come arte non produca un significativo cumulo di denaro, ma è un lusso solo per pochi: “si accumula solo attorno a certa gente, nella fattispecie i bianchi“. E il motivo è che: “Quel tipo di linguaggio ha il potere di trasformare radicalmente solo se non proviene da specialisti, ovvero tutti coloro che ritengono di avere una certa capacità poetica […] come gli accedemici e la maggior parte della gente molto colta“. Rendere elitaria una forma d’arte che mira a diffondere realismo e messaggi politici limita sia gli autori che il pubblico. Già di per sé la poesia ha difficoltà ad essere ospitata in spazi pubblici; ma di sicuro non dovrebbe essere rinchiusa in una torre d’avorio.

Quando ci renderemo conto che la poesia può uscire dagli ambienti accademici, sempre più gente la potrà usare quale mezzo per esprimere idee, trasmettere le proprie esperienze e quindi cambiare il mondo.”Penso che tutti quelli che si identificano nelle poesie, dovrebbero chiedersi se la loro relazione è di proprietà esclusiva, perché agendo in questo modo si escludono altre persone e non si permette ad altri di trasmettere o ricevere, bloccando la trasmissione di una comunicazione evolutiva“, dice Frost.

Come opporsi a questa spinta alla specializzazione che allontana la gente dall’organizzazione politica? Se si vuole creare qualcosa di rivoluzionario, ci si dovrebbe basare sulle proprie esperienze reali. “Il mio obiettivo è smontare il Poeta. Vorrei che non fosse solo per addetti ai lavori“, sentenzia Trevino, “il Poeta ha affinato la sua conoscenza, ha perfezionato la sua educazione, non fa altro, mentre ci sono anche persone che scrivono poemi e fanno più cose alla volta“. Se sfatiamo il mito che il Poeta deve avere un certo tipo di educazione, allora riusciremo a risvegliare tutti quei poeti che non vengono considerati perché non hanno quel tipo di educazione e così amplieremo il nostro pubblico.

Ritengo che ci siano un sacco di persone in giro che scrivono poesie e non si presta attenzione alle loro opere, perché […] il Poeta è colui che insegna all’università e compare sempre sui giornali o altrove”, conclude Trevino. “Vorrei che ci fosse più gente che scrive poesie, e non solo Poeti.

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