Essere donna in Iran, storie di lotta quotidiana

Nota della Redazione – Avevamo concordato questo post prima dei fatti di Ashraf, in Iraq. Ashraf è un Campo dove risiede gran parte dei dissidenti politici iraniani scappati all’estero. Le notizie che si susseguono oggi parlano almeno di 50 morti. Uccisi con le mani legate dietro la schiena, ammazzati uno ad uno anche mentre si trovavano in ospedale. E già ieri la Commissione degli Affari stranieri del Consiglio nazionale della resistenza iraniana, a poche ore dagli attacchi diffondeva queste crude e tragiche immagini. In questa carneficina è rimasto ucciso anche Rahaman Mamani, dissidente e affermato giornalista di BBC Iranian News. L’autrice del post conosceva Rahaman da  anni.

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L’oscurità ben rappresenta la repressione, il terrore con il quale il governo si è imposto ormai da troppi anni alla guida del Paese. Stiamo parlando dell’Iran e stiamo parlando di quello che accade in tutti i sistemi dove la repressione è una condizione reale e dove il prezzo più alto ricade sui soggetti più deboli. La donna è questo soggetto debole, anche se usare il termine “soggetto” per la donna iraniana è improprio.  Essa non deve avere e manifestare individualità.
L’Iran è un Paese di genere maschile. Un Paese misogino.
Secondo le fonti di regime la popolazione femminile rappresenta il 49,05% del totale. I dati diffusi dalla propaganda indicano una completa tutela dei diritti civili, accesso ai massimi livelli di istruzione, ruoli professionali con cariche di rilievo –  prevedendo anche un orario agevolato al fine di poter crescere i figli ed esser presenti in famiglia, e vantano atlete che raggiungono massimi livelli.
Ma non si tratta che di devianti menzogne! Di divulgazione al mondo di una realtà falsata.

La verità è tutt’altra. A raccontarmela è stata Manna – e mi è stata confermata da tante donne iraniane che ho avuto modo di conoscere e incontrare sia nei miei viaggi in quel Paese, sia nel corso della mia attività con ADDI (Associazione delle Donne Democratiche Iraniane Residenti in Italia). Manna, è una delle tante donne iraniane che oggi vivono all’estero. Lei ha scelto Parigi e da lì, come molte altre che vivono in esilio, continua la lotta per rivendicare diritti umani completamente cancellati.

Le donne debbono  portare lo hijab, che non è un semplice velo. Nella cultura musulmana, infatti, significa ostacolare, limitare. Negli ultimi tempi, soprattutto giovani universitarie, hanno introdotto alcuni colori e modelli diversi di abbigliamento anche se gli abiti devono sempre essere accollati, lunghi fino alla caviglia e con le maniche lunghe. “L’imposizione della scelta degli abiti hanno involgarito i miei gusti – mi ha confidato una delle ragazze con cui ho avuto modo di parlare – ora ho voglia di colori sfacciati come il rosa shocking o il rosso pomodoro“. Ma sia i colori più sgarganti – e anche quelli tenui – che diversi tagli di abito, non sono ben tollerati.

Manifestazione di donne iraniane. Foto di Nuccia Decio scattata a Teheran nel 2010 ©

La battaglia per migliorare la condizione femminile in Iran è un fronte aperto, che inizia dalla discriminazione sessuale. Le donne sono ritenute più deboli degli uomini nella costituzione fisica, così si pensa che anche il cervello sia più piccolo, quindi più limitato.
Queste discriminazioni hanno impedito alle donne di assumere diritti, ma anche responsabilità. Al potere dal 1979, i mullah imposero restrizioni sociali nell’impiego, nelle arti e nell’educazione, soprattutto universitaria. Pensiamo a Shirin Ebadi, insignita del Premio Nobel per la Pace nel 2010 per la difesa dei diritti dei bambini e delle donne. Ebadi è stata la prima donna giudice nel 1974, ma cinque anni dopo, con la rivoluzione Khomeinista, dovette lasciare l’incarico poiché, si disse, in quanto donna era troppo emotiva e quindi non in grado di emettere sentenze!  Poco dopo Khomeini impose alle donne l’osservanza del codice di abbigliamento nei luoghi pubblici e negli uffici.

Le donne giudice vennero licenziate e alle donne sposate venne vietato di frequentare la scuola. Misure atte ad indebolire le donne divennero ben presto leggi. L’inasprimento venne rafforzato e decine di migliaia furono arrestate, duramente torturate ed anche giustiziate. Non sono state risparmiate donne incinta, sono state uccise con i loro figli mai nati. I loro nomi e i dati anagrafici sono documentati nella lista di 14.000 vittime di esecuzioni politiche. Secondo un precetto “religioso” le prigioniere vergini dovevano essere stuprate prima di essere giustiziate. La notte precedente l’esecuzione, una guardia le violentava. Il giorno successivo il giudice religioso della prigione sottoscriveva un certificato di matrimonio inviato alle famiglie con un scatola di dolci (fonte ADDI). L’espressione di odio più forte nei confronti delle donne avveniva con la lapidazione. Centinaia di donne hanno subìto questa sorte. L’universo femminile iraniano è  però diventato più forte e sono nati movimenti e gruppi di opposizione al regime. Ma per il loro attivismo le donne hanno pagato – e continunano a pagare – un prezzo molto alto.

Nasrin Sotoudeh avvocatessa, da anni in carcere e interdetta per sempre all’esercizio della professione per il suo impegno per la difesa dei diritti delle donne. Narges Mohamadi, vice presidente del Centro dei difensori per i Diritti Umani,  sta scontando una pena di sei anni, in gravi condizioni di salute, nel durissimo carcere di Evin per la sua “propaganda antislamica”. Bahareh Hedayat, attivista del movimento studentesco, anni e anni di carcere nella prigione di massima sicurezza. Neanche il mondo dello spettacolo è stato risparmiato, citiamo l’attrice Marieh Vafamerhr: aver recitato in un film nel quale raccontava le difficoltà delle donne iraniane, con l’aggravante di non aver indossato la hjhab, le è costata la condanna a 90 frustate – poi commutata – e un anno reclusione.
Ma quali sono le rivendicazioni tanto temute dal regime? Abolire la discriminazione e la violazione della libertà di movimento innanzitutto. Ma le donne rivendicano anche il diritto ad essere tutelate in caso di violenza e non solo quella domestica ma anche nei casi di stupri, anche quelli perpetrati dalla polizia all’interno delle carceri. Chiedono di poter partecipare ed avere ruolo attivo nella leadership della società. Ricordiamo che il voto alle donne iraniane è stato concesso nel 1963 ma non è politicamente incisivo.

Giovani avanti ad una moschea. Foto di Nuccia Decio scattata a Teheran nel 2010. ©

Vogliono poi decidere liberamente quando e chi sposare, poter divorziare ed avere la custodia dei figli; attualmente ciò è concesso solo agli uomini. Vogliono decidere se lavorare o meno, senza che questa sia una concessione o discrezione di un uomo, marito, padre o fratello. Vogliono poter firmare un contratto, gestire i beni ed ereditare, proprio come concesso agli uomini. Chiedono leggi che non siano quelle della Sharia e dei mullah.  Desiderano vestirsi da donna, sentirsi libere di tenere o togliere il velo; di salire liberamente sui mezzi pubblici e andare in bicicletta. Queste sono le richieste delle Donne Iraniane.

Proprio a Parigi, Maryam Rajavi, leader del Movimento della  Resistenza Iraniana, recentemente in una conferenza stampa ha esposto la sua visione di una completa uguaglianza sociale, politica e culturale per le donne iraniane sfidando gli estremisti religiosi come “demagoghi” che considerano la violenza nei confronti delle donne una virtù.
I diritti delle donne, non a caso, sono stati uno dei principali “casus belli” tra la resistenza e il regime, fin da quando è iniziata la lotta.
Si confidava in uno spiraglio di modernizzazione a seguito delle elezioni del nuovo presidente iraniano, Hassan Rohani tenutesi lo scorso giugno. Ma i fatti fino ad ora non danno speranze di cambiamento.
Le donne iraniane sono forti, sono combattenti. Possono essere invisibili agli occhi maschili. Ma loro guardano, vedono. Vedono e sanno quali sono i diritti che vogliono acquisire. Continueranno a lottare unite, anche se raggiungere i risultati non sarà facile, non sarà breve. Ma loro questo lo sanno.

 

 

 

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