22 Maggio 2024

Capi di Stato sotto accusa, Tribunali speciali e la CPI

Ludovica Lelli (4^F), Elena Sofia Prati (5^H), Giovanni Gandolfi (5^F), Caterina Giuliani (5^M), Luca Marchesini (5^M) – con la collaborazione nella ricerca e nella stesura della docente del Corso in Diritti Umani e Giornalismo Partecipativo, Antonella Sinopoli

Con l’istituzione di Tribunali speciali e della Corte penale internazionale – ormai nel secolo scorso – anche i capi di Stato possono essere incriminati e condannati per gravi crimini. Dal processo di Norimberga in poi è passato il principio che si possano portare in gudizio alte cariche militari e politiche e, appunto, capi di Stato. Quattro furono i capi di imputazione per coloro che furono messi al banco degli imputati a Norimberga: cospirazione, crimini contro la pace, criminidi guerra, crimini contro l’umanità (genocidio).

Una serie di incredibili atti criminali hanno reso indispensabile la creazione, negli anni, di organi giudiziari che potessero rispondere a livello internazionale alla necessità di dare giustizia alle vittime, e di affermare il concetto che certi crimini non possono rimanere impuniti.

È il caso del Tribunale Speciale per la Cambogiaistituito a seguito di un accordo tra il Regno di Cambogia e le Nazioni Unite per processare i responsabili del genocidio perpetrato in territorio cambogiano durante il regime di Pol Pot e dei Khmer Rossi” (anni 1975-1979). Finora, dopo tanti anni, solo uno dei responsabili dei crmini commessi in quel periodo è stato condannato e si trova ora in carcere. Si tratta di Kang Kek lew, conosciuto come “il camerata Duch”. Altri processi sono ancora in corso.

Altro Tribunale Speciale è quello per la ex Jugoslavia che ha sede all’Aja, “a cui è affidato il compito di perseguire i crimini commessi nell’ ex Jugoslavia negli anni successivi al 1991“. Gli incriminati sono stati 161, tra loro ex capi di Stato, ex ministri e comandanti militari e molti dei processi sono ancora in fase di svolgimento.

Il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda – sede Arusha, Tanzania – venne istiutuito invece nel 1994 “con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per giudicare i responsabili del Genocidio ruandese e di altre gravi forme di violazioni dei diritti umani commessi sul territorio ruandese o da cittadini ruandesi“. Anche le giustizie nazionali possono giudicare i ricercati e così ci sono stati processi in Belgio, Francia, Svizzera. I processi hanno riguardato però soltanto cittadini ruandesi nonostante sia da tempo stato pubblicato un Rapporto che denuncia la complicità della Francia nel genocidio (complicità politica e pratica per aver rifornito le armi utilizzate nel genocidio). Attualmente i casi conclusi sono 45 (tutti africani), per 17 è in corso il processo d’appello, 10 sono stati rilasciati, altri sono morti prima della sentenza o trasferiti alla giurisdizione di un altro Paese.

Anche la Corte Speciale per la Sierra Leone – sede Freetown –  fu istituito “per giudicare i responsabili di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nel territorio della Sierra Leone durante la guerra civile” (1991-2002) che provocò almeno 50.000 morti.

Ma è con l’istituzione della Corte Penale Internazionaley (CPI) che oggi delitti contro il proprio Paese e i propri cittadini da parte di leader e capi di Stato possono essere perseguiti senza aspettare la creazione di Tribunali ad hoc. Si tratta della “prima Corte penale internazionale permanente, stabilita per promuovere il rispetto del diritto internazionale e per assicurare soprattutto che i più gravi crimini internazionali non rimangano impuniti“. Un elemento molto importante introdotto dallo Statuto di Roma – che disciplina il funzionamento, i principi, la composizione e la giurisdizione della Corte – è che: “Chiunque (maggiorenne) commette uno dei crimini previsti nello Statuto è ritenuto quindi responsabile e pertanto perseguibile dalla Corte. L’agire nell’esercizio delle proprie funzioni – come Capo di Stato o di governo, membro del governo o parlamento, rappresentante eletto, comandante e superiore militare – non permette all’organo di invocare l’immunità funzionale, qualora l’atto posto in essere costituisca reato“.

Ma vorremo anche parlare di singoli casi, come quelli di alcuni capi di Stato condannati o in stato di accusa dai Tribunali speciali o dalla CPI.

Omar Hasan Ahmad al-Bashīr

Omar Hasan Ahmad al-Bashīr è l’attuale presidente del Sudan. Nel luglio 2008, il procuratore della Corte Penale Internazionale chiese che venisse emesso un mandato di cattura nei suoi confronti per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nel Darfur. Il Tribunale emise, il 4 marzo 2009, un mandato di arresto per gli ultimi due crimini, ma venne stabilito che non vi fossero prove sufficienti per perseguire al-Bashīr anche per genocidio. Questa accusa fu poi formulata in un altro mandato d’arresto. Al- Bashir, primo capo di Stato mai incriminato dalla Corte, continua a negare tutte le accuse e si è spinto addirittura a dichiarare che esse “non valgono l’inchiostro con cui sono scritte“.

L’Unione Africana e la Lega Araba comunque non riconoscono alcuna incriminazione e in seguito al rifiuto di al-Bashir di consegnarsi, si sono svolte molte manifestazioni in suo favore. Due anni dopo la condanna, il 26 aprile del 2010, vinse nuovamente le elezioni; nonostante i crimini di cui si è macchiato e le pene a cui dovrebbe essere sottoposto egli non ha paura di muoversi da uno Stato all’altro, come dimostra la sua visita in Kenya nell’agosto 2010. In questa occasione non solo fu accolto con tutti gli onori, ma nessuno ebbe nemmeno il coraggio (e probabilmente neanche l’intenzione) di arrestarlo.

Slobodan Milošević

In Slobodan Milošević si ritrova uno dei protagonisti politici delle Guerre nella ex-Jugoslavia, accusato di crimini contro l’umanità per le operazioni di pulizia etnica dell’esercito jugoslavo contro i musulmani in Croazia (1991-1992), Bosnia-Erzegovina (1992-1995) e Kosovo (1999). L’accusa che si riferisce alla Bosnia è la più grave, l’ex presidente ha dovuto infatti rispondere dell’uccisione di migliaia di musulmani bosniaci e croati bosniaci. I giudici hanno spiegato che i documenti riguardanti le atrocità commesse dalle forze serbe contro croati e musulmani durante la guerra del 1992-1995, raccolti dalla procura allora guidata dal magistrato Carla Del Ponte, contenevano prove sufficienti per andare in aula. Tuttavia, su decisione del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia egli è stato giudicato per tutti e tre i conflitti in un unico processo che ha avuto inizio il 12 febbraio 2002.
Milosevic ha partecipato a un’organizzazione criminale il cui scopo era il trasferimento forzato e permanente fuori dalla Bosnia-Erzegovina dei non serbi“, si legge nella nuova incriminazione. Il testo spiega infatti come migliaia di musulmani e croati furono uccisi, mentre a migliaia vennero rinchiusi in condizioni disumane in una cinquantina di campi di concentramento. I pubblici ministeri hanno sostenuto che Milošević fosse stato coinvolto in una società criminale che, grazie allo sterminio e alla deportazione dei non serbi, voleva creare uno stato “etnicamente puro”.
L’ex presidente jugoslavo fu quindi ritenuto responsabile della deportazione di 250 mila persone, di genocidio, crimini contro l’umanità e gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra.
Il giugno dello stesso anno Milosevic fu incarcerato nel centro di detenzione di Scheveningen in Olanda. Tuttavia, rifiutandosi di riconoscere la legittimità del Tribunale dell’Aja egli rinunciò anche ai suoi diritti concernenti un’adeguata difesa: decise di difendersi da solo e si rifiutò anche solo di vedere i due avvocati, Steven Kay e Gillian Higgins, che il Tribunale gli aveva messo a disposizione.

Morì per un attacco di cuore nella sua cella l’11 marzo 2006 facendo così definitivamente concludere il processo a suo carico, che in altro modo, avrebbe avuto un esito ben diverso.

 Charles Taylor

Charles Taylor è stato il presidente della Liberia dal 1997 al 2003 anno in cui fu costretto a dimettersi in seguito alla guerra civile in Sierra Leone causata del malcontento che proprio la sua presidenza aveva provocato nella popolazione locale. Nel corso di questa sanguinosa guerra migliaia di bambini furono costretti ad imbracciare un fucile ed arruolarsi in quelli che diventarono veri e propri eserciti, per assicurarsi la possibilità di sopravvivenza.

La Corte speciale che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha formato nel 2000 per il caso della Sierra Leone ha pronunciato, per il presidente Taylor, un verdetto di colpevolezza. La pena è stata quantificata in 50 anni di reclusione per i crimini di guerra e contro l’umanità che ha perpetrato tra il 1992 e il 2002.

All’indomani della sentenza, Human Rights Watch, ha sottolineato che la condanna a 50 anni di carcere, emessa il 26 aprile 2012, “è una tappa importante per assicurare giustizia a tutte le vittime del brutale conflitto armato in Sierra Leone ed ha evidenziato che la posizione di Capo di Stato di Taylor ha costituito un fattore aggravante per la condanna, dimostrando la crescente intolleranza verso i leader che sfruttano la loro posizione di potere per commettere gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale“.

Dal canto suo Amnesty International, ha accolto con favore la sentenza e sottolineato che “questa condanna storica è determinante per affermare il principio per il quale nessun capo di Stato può considerarsi immune dalla giustizia internazionale“. La ONG ha espresso tuttavia preoccupazione per le decine di migliaia di persone che sono state vittime di gravi violazioni in Liberia e in Sierra Leone e che, ad oggi, devono ancora vedere i propri aguzzini consegnati alla giustizia.

Non è un capo di Stato, ma è stato il primo ad essere giudicato e condannato dalla CPI, Thomas Lubanga (condanna in primo grado nel marzo 2012), militare della Repubblca Democratica del Congo. Anche in questo caso, gravissime le accuse rivolte a lui e alle truppe che comandava:  violazioni sistematiche dei diritti umani, inclusi massacri etnici, uccisioni, torture, stupri di guerra, mutilazioni e coscrizioni forzate di bambini soldato.

 

 

 

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