24 Giugno 2024

Il Mali e la trappola di al-Qaida

[Nota: Traduzione a cura di Emanuela Ciaramella dall’articolo originale di Paul Rogers pubblicato su openDemocracy]

Un decennio fa, la reazione eccessiva dei  leader occidentali e l’esasperata retorica  è servita ad amplificare, piuttosto che a diminuire, il potere dei gruppi islamici. Lo stesso pericolo ora incombe sul Mali, l’Algeria e altre zone del mondo.

Una serie di eventi e di dichiarazioni nelle prime settimane del 2012 suggeriscono che la “Guerra al terrorismo” dichiarata nel 2001 sta entrando in una nuova fase. L’escalation della guerra nel Nord del Mali e l’assedio all’impianto di gas presso la città di In Amenas in Algeria, seguita dall’invito da parte di diversi Governi europei ai loro concittadini di lasciare immediatamente Bengasi, fa si che ora la questione della sicurezza si focalizzi sul Nord Africa.

Allo stesso tempo, ci sono segnali di un aumento dell’influenza islamica tra le forze dell’opposizione nella guerra in corso in Siria, e di una campagna di bombardamenti intensificata contro i siti istituzionali del governo e degli sciiti in Iraq.

Tutto questo trova poca enfasi nel secondo discorso inaugurale del 21 gennario 2013, in cui il rieletto presidente degli Stati Uniti  ha dichiarato che “un decennio di guerra sta per terminare“.

Il giorno prima, comunque, il primo ministro britannico, David Cameron, nella piena ondata dell’emergenza algerina aveva definito la regione islamica come una “grande e presente minaccia” che necessita di una reazione che occuperà “anni, decenni, piuttosto che pochi mesi“. L’opinione del Governo da lui guidato, ha proseguito Cameron, è che “stiamo affrontando un gruppo terroristico estremista, islamico e collegato ad al-Qaida. Proprio come è avvenuto in Pakistan e in Afghanistan anche adesso abbiamo bisogno di unire le forze per affrontare questa minaccia nel Nord Africa“.

E l’opinione pubblica è senza dubbio più vicina, oggi, al pensiero del suo primo ministro anche sull’onda dei sentimenti provocati dall’uccisione di sei cittadini britannici. Il suo giudizio e le sue parole sono state inoltre influenzate dall’intervento  francese in Mali deciso con lo scopo di contrastare l’avanzata islamica. Iniziativa supportata dal Canada e dai Paesi Occidentali che condividono la prospettiva che vi sarà un’altra guerra lunga. La retorica è simile a quella usata dai leader dieci anni fa, e vale la pena notare quanto poi si sia rivelato grande il contrasto tra le aspettative e i risultati reali.

Nel discorso sull’Unità Nazionale del 29 gennaio 2002, George W. Bush  definì la “guerra al terrorismo” contro al-Qaeda e i Talibani come una crociata globale contro un “asse del male“. Il discorso del “missione compiuta” fatto dal presidente degli Stati Uniti il 10 maggio 2003 dal ponte della portaerei stanunitense USS Abraham Lincoln, dopo il crollo del regime di Saddam Hussein in Iraq, in sole tre settimane, dava per scontato che i talebani in Afghanistan erano stati eliminati. Gli Stati Uniti erano in cammino verso la vittoria totale.

Al contrario, le guerre in Iraq e Afghanistan sono andate avanti per anni e provocato una quantità enorme di vittime (più di 200.000 morti, centinaia di migliaia di feriti, quasi 8 milioni di rifugiati), a fronte di un costo di migliaia di miliardi di dollari. Il reale peso di questa eredità e di tutta la distruzione, la sofferenza, l’ingiustizia e l’amarezza subita che ancor oggi si avvertono, rendono indispensabile chiedersi se la nuova generazione di leader sta facendo oggi delle giuste valutazioni. Esiste davvero, per esempio, una “reale” minaccia  per gli Stati europei da parte dai gruppi islamici  residenti in regioni come il Sahel? Una minaccia tale da essere contrastata con la forza militare?

La situazione

In un recente articolo che fa parte della serie di riflessioni su questo tema, è stata esaminata la situazione generale di al-Qaeda. La conclusione è che esso si è trasformato in un’entità che assomiglia più ad un’idea che ad un movimento (vedi “Al-Qaeda, l’idea in movimento”, 4 gennaio 2013). Questa idea, comunque, diviene sul terreno un senso di comune identità transnazionale e di minaccia diffusa.

I sostenitori di questa idea si possono trovare, anche se in forma molto ridotta, nel Nord-Ovest del Pakistan e (più attivamente) nello Yemen. In Somalia, al-Shaabab mantiene grande influenza nel rurale Sud , anche dopo la sua espulsione da Mogadiscio e da altri centri urbani, e ci sono fermenti lungo la “costa Swahili” in Kenya e in Tanzania. Nel Sud della Russia, inoltre, l’Emirato del Caucaso è costantemente  in contrasto  con le autorità.

Anche il fattore islamico nella guerra civile in Siria suscita grande preoccupazione a Washington e Londra (così come a Riyadh e Doha). In effetti, un importante sviluppo nell’11 gennaio 2013 – che vede la presa da parte dei ribelli della base aerea del regime di Assad a Taftanaz, nel Nord della Siria, dopo dieci giorni di combattimenti – riflette il contributo determinante dei paramilitari islamici nella lotta di opposizione al regime (vedi Babak Dehghanpisheh “Ribelli, Combattenti , per lo più islamici, sequestrano la base aerea chiave siriana”, Washington Post, 13 gennaio 2013).

Anche l’Algeria ha al suo interno fazioni islamiche, e molti dei loro collegamenti transfrontalieri fanno parte di quell’ampia regione considerata non sicura per i cittadini occidentali. In Nigeria, la ribellione di Boko Haram continua, e il Mali è realmente diviso mentre i francesi tentano di bloccare l’avanzata dei paramilitari lungo il Nord della regione.

In tutto questo, comunque, deve essere fatta una chiara distinzione tra le tante campagne e azioni di iniziativa individuale e qualsiasi opinione circa una reale (e duratura nel tempo) minaccia per l’Occidente. In realtà, l’enfasi e la motivazione principale di questi particolari gruppi si può trovare, in quasi tutti i casi, nella specificità delle circostanze del Paese o del territorio in questione.

La Nigeria, in cui  Boko Haram si è perlopiù opposto allo Stato nigeriano, è un esempio calzante. Il gruppo ha avuto una spinta enorme nel 2009, quando il suo fondatore, Mohammed Yusuf, venne ucciso in carcere e  successivamente le forze dell’ordine uccisero anche centinaia di suoi sostenitori. Ma, le differenti fazioni jihadiste hanno spesso caratteristiche diverse che possono portare a spaccature, anche se a volte il gruppo separatista conserva un’affiliazione con il gruppo più grande. Boko Haram, ad esempio, ha perso membri passati in una fazione chiamata Ansaru (Giacobbe Zen, “Ansaru: Un profilo del recente Movimento jihadista nigeriano“).

Ansaru si è diviso da Boko Haram in parte perché i suoi aderenti  si considerano come elementi di un movimento più transnazionale che vuol mantenere legami con gruppi come quello di al-Shaabab. Ma dal momento che Ansaru è la componente più debole, altri fattori  decideranno se i movimenti jihadisti più ampi si muoveranno nella loro direzione. In sintesi – in Pakistan, in Iraq, in Yemen, e anche in Siria, aree interessate al fenomeno – la misura in cui verrà potenziata la visione transnazionale dipenderà non tanto dagli sforzi jihadisti ma piuttosto da come l’Occidente risponderà.

La risposta

Questo è vero in Mali cosi come in qualunque altro posto. Nelle prossime settimane, le truppe francesi possono anche eliminare i ribelli del Nord da alcune delle città più grandi, ma – e a meno che la Francia non si accordi e offra un negoziato – è probabile che la guerra si trasformi in una guerriglia di lunga durata. Se i francesi rimangono, l’ordine del giorno sarà stabilito dagli elementi che stanno alla base della cosiddetta guerra “dal controllo a distanza“: droni, uccisioni mirate, forze speciali, militari privati, e ripetute incursioni aeree.

ll rischio è che, anche senza alcuna dichiarazione formale, il modo in cui viene condotta la guerra in Africa settentrionale (compreso l’uso più intensivo di droni, come in Yemen e Somalia) inizierà ad assomigliare ad altre situazioni della “guerra al terrorismo”, e incoraggiare l’idea che il nemico del momento è davvero una minaccia transnazionale pericolosa che può essere controllata solo con la forza militare. Adottando questo approccio, le forze occidentali faranno esattamente quello che vogliono i successori di Osama bin Laden.

Il primo articolo di questa serie, pubblicato poco dopo il 9/11, sostiene che al-Qaeda abbia in parte sostenuto l’attacco per preparare una trappola per gli Stati Uniti e incitare il suo governo ad una reazione militare estrema (vedi “Afghanistan: il problema con l’azione militare “, 28 settembre 2001). Il  fatto che la trappola abbia funzionato è stata confermata dalle invasioni in Afghanistan e in Iraq, e dalla retorica zelante con cui i discorsi di George W. Bush del 2002-03 li accompagnava.

Le cose insomma sono già accadute – eppure a distanza di un solo decennio i leader mondiali hanno imparato poco.

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