India: un incontro con gli angeli di Calcutta

Mi è stato chiesto perché non dessi la canna
per pescare ai poveri invece del pesce,
dal momento che così continuano ad essere poveri.
Ho risposto che le persone che raccogliamo
non sono in grado di reggersi in piedi
con una canna da pesca.
Così oggi darò loro del pesce e
quando staranno in piedi ve le manderò
e darete loro la canna da pesca.
Quello è il vostro lavoro.
Oggi lasciatemi fare il mio.
Madre Teresa

 

Nel suo ultimo diario di viaggio intitolato “Gli Angeli di Calcutta“, la giornalista piacentina Paola Pedrini racconta la sua esperienza in una delle città più terribilmente affascinanti dell’India, dove ha speso alcune settimane prestando volontariato nei centri fondati da Madre Teresa e oggi gestiti dalle Missionarie delle Carità. Tra questi Prem Dan, l’area dove vengono curate persone affette da malattie, mutilazioni, handicap fisico e tubercolosi. Ma il suo libro è anche un appassionato réportage che aiuta a comprendere la complessa realtà del subcontinente e le sue attuali contraddizioni.
Nel seguito una breve conversazione intercorsa con l’autrice. Sue tutte le immagini.

Nelle tue pagine descrivi un’esperienza umana estrema, a contatto con persone e situazioni difficilissime da affrontare. Ti rivolgo una prima domanda sull’organizzazione dei Centri presso cui ti sei recata. La presenza dei volontari internazionali appare caratterizzata da brevi periodi di permanenza, il che colpisce dato che i pazienti si aspettano sicuramente presenze umane/affettive più costanti. Mi chiedo se a rendere impossibile una maggiore stabilità sia la durezza della situazione (“In questi giorni la stanchezza inizia a farsi sentire (…) Quando sei stanco sei debole, ti lasci facilmente abbracciare dallo sconforto“), oppure esistono altre risorse -a parte le suore missionarie – su cui si appoggia l’attività infermieristica e medica?

I centri di Madre Teresa accolgono volontari provenienti da tutto il mondo, di qualsiasi età e fede religiosa. La loro permanenza, che varia da giorni a mesi, dipende dalla loro disponibilità ma sicuramente anche dalla durezza della situazione, tanti rinunciano o terminano prima il loro lavoro ma tanti al contrario prolungano la loro permanenza. I centri delle Missionarie non sono ospedali ma luoghi di accoglienza, spesso le suore sono anche infermiere e medici esterni vengono periodicamente per visitare i pazienti.
Alcuni di questi vi rimangono fino alla guarigione e poi vengono dimessi, ma sono ben pochi. Nella maggior parte dei casi i pazienti rimarranno nei centri per tutta la vita non avendo un altro posto dove andare se non la strada. Le missionarie accolgono anche molti malati terminali per dare loro una morte e una sepoltura dignitose, per evitare che ciò avvenga in un angolo di strada nella più completa solitudine e tra l’indifferenza di tutti.
Spesse volte mi sono chiesta cosa pensassero i pazienti della nostra momentanea presenza ma ho capito poi che era una risposta che interessava solo me:
“…Mi chiedo cosa pensano queste donne che ogni giorno vedono arrivare facce nuove, giapponesi, spagnoli, americani e che poi da un giorno all’altro non li vedono più perché ritornano alla vita di tutti i giorni, nelle loro case, nel loro paese. Queste donne che probabilmente non sono mai andate oltre Calcutta, queste donne che probabilmente passeranno il resto della loro vita sedute in un angolo di questo centro…A Radha, mentre le accarezzo il suo viso bruciato dall’acido, non interessa il motivo per cui lo sto facendo, a lei interessa che io sia lì.
Il perché interessa a chi dona, non a chi riceve”.

Ciò che più mi ha colpito è la descrizione di molti pazienti, disperati non solo per le loro condizioni di salute (lebbra, tubercolosi, infezioni, ecc…) ma forse ancora di più per lo stato di abbandono in cui versano. Mi viene in mente l’opera di Gregoire Ahongbonon con i matti del Benin che, per la paura della gente e i pregiudizi della tradizione, venivano incatenati in ceppi o legati con catene alle caviglie prima che lui li liberasse. Anche in India i fenomeni di abbandono sono dettati da pregiudizi e/o paure legate alla tradizione, oppure è semplicemente per le condizioni di estremo disagio sociale delle famiglie, o la gravità di certe malattie?

Sicuramente ci sono fenomeni di abbandono dettati dalle condizioni di estremo disagio, famiglie che non hanno le risorse economiche per sostenere le cure mediche o per allevare troppi figli. Fenomeni di emarginazione dettati da pregiudizi ce ne sono stati in passato e ancora oggi, anche se in forma ridotta, legati soprattutto ai malati di lebbra. Quello che più mi spaventa sono i casi di abbandono o allontanamento dalla comunità di tutte quelle persone che sono ritenute “inutili” proprio perché si trovano in situazioni di disagio ma soprattutto di malattia. Se sei una donna sfigurata dall’acido sei inutile perché nessuno ti sposerà e non farai mai figli, se sei un uomo con handicap fisici sei inutile perché non sarai in grado di lavorare e di mantenere la famiglia. Una persona inutile diventa un peso, da allontanare.


Nel tuo viaggio non ti sei solo impegnata nell’attività di volontariato, il tuo libro è un vero e proprio reportage in cui affronti molti temi, di storia, letteratura, antropologia ma anche di ordine sociale. Mi interessano in particolare quelli collegati alla condizione della donna: dal fenomeno delle donne sfigurate con l’acido -come Radha, che hai conosciuto- a quelli della prostituzione e pedofilia.
In ordine dunque all’attualità, cosa pensi degli ultimi casi di stupro e delle reazioni senza precedenti che si sono scatenate in tutto il Paese? Ritieni che qualcosa stia davvero cambiando rispetto alla violenza e alla condizione delle donne in India?

In India la donna è sempre stata considerata inferiore e non solo all’uomo, spesso a dettare le regole e a divedere in caste è la religione di cui questo Paese è impregnato. Dietro al fascino e alla magia che si respira in questa terra ci sono regole e tradizioni così radicate nel tempo da essere riluttanti al cambiamento. Da sempre ci sono stati casi di violenze e maltrattamenti verso le donne, violenze che rimangono nell’ombra spesso racchiuse tra le mura domestiche e spesso per mano della famiglia del marito. Il cambiamento che vedo adesso è che finalmente l’opinione pubblica internazionale ne parla, anche se non abbastanza per quanto riguarda l’Italia, e che la popolazione indiana è scesa in piazza per manifestare e ribellarsi a questa condizione. Potrebbe essere davvero l’inizio di un cambiamento ma c’è anche il rischio che questa sia solo una meteora nella storia dell’India.

A pag. 36 descrivi alcune delle tue attività al Centro: “Io, Alicya e due ragazze giapponesi spostiamo tutti i letti ai lati delle stanze, prendiamo scopa di saggina e spazzettone, secchi d’acqua e disinfettante e ripuliamo i pavimenti delle camerate. Poi sistemiamo le brande, disinfettiamo i materassini di plastica, mettiamo lenzuola pulite e le traverse per l‘incontinenza, che non sono altro che teli di plastica nera avvolti al letto e che ogni mattina vengono lavati e messi poi ad asciugare in terrazza.” L’umiltà del lavoro che sei andata a svolgere dà l’idea di quanto tu abbia voluto spogliarti di te stessa: questo mi piace molto e credo che possa essere emblematico di un modello di cambiamento. “Se l’Occidente vuole la pace, deve digiunare” affermava Giovanni Paolo II. Secondo te, come lo cambiamo questo mondo così storto…?

Questa è una domanda difficile e purtroppo non ho una risposta completa da darti.
Sono d’accordo con te nel senso che credo molto nella relazione di aiuto che ti spoglia di tutto il superfluo per lasciare spazio solo all’amore più puro. Quando siamo davanti all’altro è come essere davanti a uno specchio che ci rimanda riflessi di noi, di chi siamo ma anche di chi non siamo. E’ in questo scambio che spesso si trovano risposte.
Mi viene in mente una frase che mi disse una volta una suora missionaria: “La forza dell’amore è nella semplicità del suo movimento”. Amore, movimento e semplicità, questi tre concetti credo che potrebbero essere degli spunti di riflessione per attuare dei piccoli cambiamenti in questo mondo.

Ora, dopo aver inseguito le “vie più remote” -per riprendere la tua citazione di Rabindranath Tagore-, quali saranno i prossimi passi del tuo percorso di viaggio (e di vita)?

A febbraio, se tutto va bene, conseguirò il diploma di Operatore socio sanitario e a marzo partirò per andare a lavorare in una missione in Kenya, in una piccola comunità vicino a Nairobi per qualche mese. E dopo chissà…

Davide Galati

Dedicatosi in passato all’economia internazionale, coltiva la sua apertura al mondo attraverso i social media. Editor della testata nonché presidente dell’omonima A.P.S.

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