Un nuovo modo per raccontare l’Afghanistan

[Nota: L’introduzione e le foto di seguito pubblicate sono di Lorenzo Merlo e rientrano nel progetto da qui a là© nell’ambito del Victory Project. Pubblichiamo volentieri questo contributo, notando l’assenza della parte femminile dell’universo afghano che darebbe sicuramente un’interpretazione diversa dall’occhio maschile. Un’interpretazione più ampia. Speriamo quindi in una seconda puntata di questo lavoro. Che, ci auguriamo, genererà anche un dibattito sulle nostre pagine.]

Sono contro i viaggi come valore opulente e inquinante. Se noi andiamo là con spirito di scoperta, cioè con un motivo ed un’esigenza del tutto, per noi, sostenibile, così fanno le politiche estere, gli eserciti, le multinazionali, gli imperialismi e i colonialismi.

Perché esordire così per parlare di Da qui a là – Viaggio verso l’Afghanistan? Perché è proprio in queste occasioni, quando la nostra attenzione è già vogliosa ed opportunamente orientata che si rischia di creare comunicazione. Per dire che, chi si appresta alla lettura di queste poche righe, “ansioso” e in “cerca” di qualche “soddisfazione” intellettuale ed emozionale, perché sa che si parlerà di terre, di culture, di uomini, di Asia, di Afghanistan, è proprio la persona che meglio può prendere in considerazione un aggiornamento dei valori. E’ proprio lei che può avviare la ricerca per rispondere ad una “nuova” domanda sulla bontà del viaggiare. Ora.

Viaggiare, conoscere. Turismo, economia. In tempo di decrescita non sono più valori assoluti. sono valori da mettere in discussione. E quando lo facciamo, possiamo anche cogliere che l’eventuale miglioramento dello status quo non lo possiamo più demandare ai politici. Dobbiamo farlo noi… un viaggio in meno… una sensibilizzazione in più.

Da qui a là – Viaggio verso l’Afghanistan aveva tra i suoi scopi anche quello di un’esportazione di un Afghanistan che raramente e solo a piccole dosi arriva fin davanti ai nostri divani, fino ai ripiani delle nostre librerie, fino ad occupare spazio nei nostri discorsi, pensieri e immagini.

L’Afghanistan senza conflitto è “arido, rupestre, desolante. Ancestrale, feudale, scenografico. Generoso, ospitale, accessibile. Monocromatico, variopinto, fotografico.” Così scrivevo nell’introduzione de Afghanistan – Fede Cuore Ragione nel tentativo, qui riproposto, di comunicare un Paese dove la frugalità e la forza che essa implica si mostrano in modo inversamente proporzionale alle condizioni di relativa agiatezza di cui godono – irrinunciabilmente – “gli Occidentali”. Dove subito si comprende quanto una geografia di montagne per l’80 per cento del territorio – giocoforza – obblighi le comunità a esistenze in grande misura isolate. Un ottimo primo passo per riconoscere che la biografia di quella cultura non è meno importante della nostra. Come mancarle di rispetto cercando, con trilioni di dollari, di “fargli capire come davvero devono stare le cose“.

 

Moschea di Herat. Ci sono luoghi sacri dove si crede di non poter mettere piede, che si credono loro esclusivo dominio e dove invece ti ritrovi a pregare Maometto perché la sua gentile insistenza è stata più forte della mia debole incertezza.
C'è un mondo sociale che resiste alle intemperie della guerra. Dei conflitti. Della povertà. E' un mondo più forte di tutto perché è il fiore di tutta una storia, davanti al quale - se lo vedi - è bello sentire il sentimento profondo del rispetto.

 

Nel giro di pochi anni e dopo trilioni di dollari arrivati in Afghanistan, uno dei risultati dell'intervento occidentale lo si quantifica, vede e tocca nella consistente moltiplicazione degli estremamente poveri, quelli che prendono e mangiano direttamente dall'incrostato cassonetto dell'immondizia. Qui due giovani commercianti mostrano imbarazzo davanti alla ricerca di aiuto di uno di quelli.

 

Ma siamo proprio convinti che andare là a dirgli come devono stare le cose valga anche per la questione femminile? Siamo proprio convinti che sfilare il burka a persone, a identità cresciute al buio azzurro di quel tubone, sia sempre apprezzato? Sia sempre la cosa giusta?

 

Uomini e preghiere. Devozione e identità. Sono binomi così significativi per capire e soprattutto per sentire che l'Islam per la maggioranza dei musulmani viene prima di se stessi.

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