Giornalismo e media partecipativi

Citizen Journalist al lavoroDurante la Oxford Media Convention 2012 del gennaio scorso, Adam Freeman, nuovo direttore esecutivo del ramo commerciale del Guardian News & Media, ha annunciato che il suo giornale, uno dei maggiori quotidiani inglesi, si stava muovendo verso una “visione aperta del giornalismo”, affermando che l’edizione a stampa sarebbe stata eliminata e sostituita da una versione completamente online in cui i lettori avrebbero avuto un ruolo-chiave nel trovare le notizie e addirittura nello scrivere gli articoli. Anche se l’idea di eliminare del tutto la versione cartacea è successivamente rientrata, tuttavia non si può negare che si è trattato di una annuncio abbastanza radicale. Tim Worstall, un opinionista di Forbes che scrive su temi legati al rapporto tra business e tecnologia, tuttavia non si è sorpreso più di tanto. Secondo lui si tratta di una mossa obbligata, e la questione non è se in futuro i giornali saranno pubblicati esclusivamente online, ma come e quando. Per questo egli, più che all’idea in sé, si dimostra interessato alle modalità in cui l’idea di apertura proposta da Freeman si dovrebbe realizzare. Secondo Worstall i giornali saranno fatti in collaborazione “tra giornalisti nel palazzo e esperti fuori dal palazzo… che sono esperti perché sono direttamente coinvolti ed interessati nelle cose di cui scrivono tanto quanto noi lettori. Non c’è bisogno di chiamarli professori.” Ma, concretamente, chi sono questi esperti? dove sono? si tratta realmente di un approccio diverso rispetto al passato? Non proprio, continua l’opinionista di Forbes, “perché i giornali hanno sempre messo insieme materiale prodotto internamente con quello riportato da esperti esterni. Questi esperti li possiamo oggi chiamare laypersons (“non addetti ai lavori”) mentre in passato erano chiamati freelancers, ma l’idea è fondamentalmente la stessa.” Allora qual è la differenza, sempre che ci sia, tra quello che il Guardian sta proponendo e le modalità di fare informazione del passato? Forse, dice Worstall, “stanno provando davvero a fare qualcosa di nuovo? Forse le persone comuni sono solamente giornalisti freelance non pagati? Indubbiamente questo risolverebbe il problema finanziario…”

Certo, si potrebbe trattare di un tentativo di reclutare volontari non pagati, ma non bisogna trascurare il fatto che il blog Periodismo Ciudadano, un sito spagnolo che si occupa di giornalismo partecipativo, ha riportato la notizia con una certa enfasi, sottolineando anche che il Guardian non è nuovo a questo tipo di cose. Nell’ottobre 2011, per esempio, hanno annunciato che avrebbe permesso al pubblico di accedere alla loro “news-list” giornaliera (la lista delle storie e degli argomenti su cui i vari giornalisti stavano lavorando e delle richieste dei curatori delle diverse rubriche del giornale). In questo modo il pubblico non avrebbe solo letto le notizie pubblicate, ma avrebbe anche partecipato alla selezione e alla preparazione di quanto sarebbe apparso sul giornale, e “il processo di decidere quali notizie proporre e approfondire diventava parte della notizia stessa.” Un altro esempio di giornalismo partecipativo è stato Investigate your MP’s expenses, uno strumento di crowdsourcing inaugurato nel giugno 2009. Avendo a che fare con un database contenente 450.000 rimborsi spese di parlamentari britannici, il giornale ha chiesto ai lettori di sfogliarli, leggerli, commentarli. Il risultato del lavoro di questi cittadini è stato “un resoconto incredibilmente dettagliato sulle spese reali, suddiviso secondo la spesa media per partito e per tipologia.”(Micah L. Sifry, Wikileaks and the Age of Transparency, New York: OR Books, 2011: 80)

L’episodio del Guardian è solo un sintomo di un problema più generale che riguarda l’intera industria delle notizie (la tv, i giornali etc.). Per gran parte del ventesimo secolo, “una manciata di società e di attori istituzionali hanno dominato il mondo dell’informazione e dei media[…] Un sistema industriale di produzione e distribuzione di massa ha trasmesso contenuti culturali in diversi formati – libri, giornali, cinema, musica, televisione, radio – ad un pubblico di massa, creando una cultura mediatica dominante in cui i singoli erano considerati parte dell’audience in un’economia di mercato.” (Leah A. Lievrouw, Alternative and Activist New Media, Cambridge: Polity, 2011: 1) La situazione è cambiata radicalmente negli ultimi decenni, quando “la proliferazione e la convergenza di media sociali e tecnologie informatiche […] ha rivoluzionato il modo in cui ci si rapporta alle notizie. […] Questo cangiante panorama ha creato nuove e imprevedibili forme di espressione e di interazione […] Siti web, telefonini, foto digitali, video- e audio-clip, blog, wiki, condivisione di file, media sociali e software open-source permettono di creare comunità, di guadagnare visibilità, di presentare opinioni e idee alternative e marginali, produrre e condividere fonti di informazione fai-da-te, e modi per contrastare la cultura dominante a livello mediatico, i poteri forti, la politica ufficiale.” (Leah A. Lievrouw, Alternative and Activist New Media, Cambridge: Polity, 2011: 1)

L’audience e il pubblico, in senso tradizionale, non esistono più, come dice Jay Rosen, perché la quantità di strumenti che permettono di condividere notizie e creare reti di persone sulla base di interessi comuni sono cresciute esponenzialmente negli ultimi anni (dai blog e le liste di posta elettronica a Twitter e Facebook. L’esplosione dei nuovi media ha avuto due effetti importanti: il passaggio dalla scarsità all’abbondanza di notizie e il fatto che, non appena un documento diventa digitale, è praticamente impossibile controllarne le modalità e i percorsi con cui viene condiviso e diffuso. I vincoli strutturali tradizionali (fisici ed economici) sono diventati barriere create artificialmente per motivi soprattutto politici. Sarebbe ingenuo ignorare il fatto innegabile che esiste un forte legame tra notizie giornalistiche e politica, e parlando di apertura di visione nel giornalismo inevitabilmente porta a riflettere anche sulla trasparenza delle istituzioni politiche e amministrative. Micah Sifry ci ricorda, a questo proposito, che ciò che sta emergendo è “un’idea di cittadino molto più ampia del passato, non più considerato un consumatore passivo di notizie politiche e un votante occasionale, ma attivamente partecipe, qualcuno che controlla ciò che i governi e i politici stanno facendo, che vuole avere voce in capitolo e vuole leggere i resoconti delle riunioni politiche e di governo, che condivide notizie ed opinioni su ciò che gli sembra importante, e che partecipa alla soluzione dei problemi.” (Sifry 2011: 48)

Uno degli esempi più noti di questo nuovo panorama mediatico è indubbiamente Wikileaks. Il dibattito sul ruolo di Assange e sull’impatto che ha avuto sul giornalismo e sulla politica è molto ricco e complesso, e tutt’altro che concluso. In questo mio intervento non posso fare altro che dare una visione d’insieme dei problemi, lasciando ad interventi futuri gli approfondimenti necessari. Assange è stato criticato perchè ha fatto diventare Wikileaks (e se stesso) la notizia principale, distraendo i lettori dal reale significato delle notizie che egli stesso si era adoperato a svelare e a pubblicare. Questo aspetto è importante soprattutto considerando il fatto che oggi viviamo in una situazione di sovraccarico cognitivo in cui è sempre più difficile concentrarsi sulle notizie realmente importanti e interessanti (si parla molto infatti di economia dell’attenzione).

Invece di raccontare la storia di Wikileaks, che è comunque abbastanza nota e documentata, mi interessa invece qui descrivere il contesto in cui essa si è svolta, sia per evitare il rischio di “non prestare attenzione al contesto generale, a ciò che sta dietro la storia di Wikileaks”. (Sifry 2011: 13). In questo modo si ha una percezione più precisa dei pregi e difetti di Wikileaks, ed anche delle potenzialità dei nuovi media in generale. Mi sembra, ad esempio, che il tentativo di crowdsourcing del Guardian di cui ho parlato prima sia più innovativo rispetto alla scelta di Assange di distribuire i cables ai giornalisti di alcuni giornali (inizialmente The Guardian, New York Times, Der Spiegel, seguiti poi da El Pais e Le Monde), soprattutto per quanto riguarda il rapporto con i lettori. Assange non ha usato strumenti che coinvolgessero i lettori direttamente, ma ha generato articoli e resoconti pubblicati dai giornali con cui ha scelto di collaborare. Alla fine, l’impatto delle notizie, secondo alcuni commentatori, è stato minore di quanto avrebbe potuto essere (pur rimanendo sempre molto significativo). Non tutti i dispacci sono stati pubblicati e analizzati in maniera approfondita. La logica, secondo Sifry, era ancora una logica tradizionale e corporativa:

La mia seconda osservazione riguarda il fatto che si è riflettuto poco sul significato dei dispacci nella loro interezza e completezza (gli archivi completi ora sono posseduti sia dal Times che dal Guardian). Adesso sappiamo molto su come il Times e il Guardian hanno gestito il rapporto, spesso conflittuale, con Assange, e nel caso del Times anche del rapporto con il governo degli Stati Uniti […] Malgrado le loro capacità di giudizio sul valore delle notizie, non hanno compreso fino in fondo l’importanza delle rivelazione su Tunisia ed Egitto.

“C’era la Tunisia nel [nostro] primo reportage?” si domanda Sanger, retoricamente. “Neanche una parola. Non sono stato abbastanza intelligente da occuparmene.” Keller, dopo aver ascoltato Alan Rusbridger raccontare come il giornale aveva invitato i lettori a suggerire argomenti da ricercare nell’archivio dei dispacci, ha detto, “Mi domando se qualcuno ha messo in evidenza i dispacci sulla Tunisia.” Sanger, da parte sua, ha ammesso: “Ci siamo occupati soprattutto di temi che facevano già notizia. Chiaramente non abbiamo lavorato abbastanza sul materiale egiziano.”

Indubbiamente, la cosa che è ancora una volta emersa chiaramente è il fatto che i giornalisti del Times troppo spesso pensano come i potenti di cui si occupano. Per loro la stretta relazione tra Washington e i regimi autoritari della Tunisia e dell’Egitto non faceva notizia. Il fatto che l’Ambasciatore americano apertamente avesse scritto della corruzione del governo tunisino e che nonostante questo gli Stati Uniti continuassero a mandare aiuti non era una notizia.”

Per abbandonare del tutto questo atteggiamento corporativo, è in qualche modo necessario progettare e pianificare un modo per sfruttare appieno le opportunità e possibilità di una produzione partecipata delle notizie, superando allo stesso tempo, se possibile, il divario digitale che è ancora un grosso ostacolo in molte aree (l’Italia, tra l’altro, bisogna dire, non è all’avanguardia nel settore).

Come sappiamo tutti, il mondo online cambia molto rapidamente (e per molti aspetti questo articolo è già datato, a dire il vero, ma credo di aver almeno evidenziato i problemi più importanti), ma speriamo di riuscire a dare, in questa sezione del sito, dedicata a una riflessione sul futuro del giornalismo nel mondo digitale, una panoramica dei principali problemi teorici e culturali (e, quando possibile, anche delle soluzioni) e di ciò che succede sul campo, non solo in Italia ma anche nel resto del mondo.

Giorgio Guzzetta

Accademico errante, residente a Roma dopo vari periodi di studio e lavoro all'estero (Stati Uniti, Inghilterra e Sudafrica). Si è occupato di letteratura italiana e comparata, globalizzazione culturale, Internet e nuovi media. Occasionalmente fa traduzioni dall'inglese e dal francese.

2 pensieri riguardo “Giornalismo e media partecipativi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *