Corno d’Africa, catastrofe annunciata

Secondo le Nazioni Unite sono oltre 12 milioni i civili del Corno d’Africa affetti dall’emergenza carestia. “Anche prima dell’attuale crisi, in Somalia 1 bambino su 6 moriva prima di compiere il quinto compleanno. Ora purtroppo ci aspettiamo un numero di decessi ancora maggiore” ha dichiarato Rozanne Chorlton, rappresentante UNICEF in Somalia. In effetti, gli ultimi dati hanno confermato questa tragica previsione. La Somalia ha ora il tasso di mortalità infantile sotto i 5 anni più elevato del pianeta. È il dato che emerge dal recentissimo rapporto Levels & Trends in Child Mortality (“Livelli e tendenze della mortalità infantile”) realizzato dall’IGME, il Gruppo Inter-agenzie ONU per la stima della mortalità infantile, guidato dall’UNICEF e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Campo profughi di Dadaab, Kenya. I nuovi arrivati attendono di essere registrati prima che possano ricevere cibo e trattamenti sanitari. Foto di Andy Hall/Oxfam, rilasciata in licenza Creative Commons

Fuggono dalla guerra, dalla siccità, dalla fame. Percorrono a piedi il deserto, senza cibo né acqua, tra carcasse di animali in decomposizione. Il viaggio della speranza, anzi no, della disperazione. Fuggono da morte certa, cercando di raggiungere i campi di accoglienza allestiti in Kenya ed Etiopia. Molti, però, non raggiungono la meta. Il deserto trattiene con sé i più deboli. Intanto, colonne di profughi crescono, si moltiplicano, si mettono in marcia. Un esodo senza fine quello dei somali, iniziato i primi giorni di luglio.

Ma la carestia è soltanto l’ultimo atto di questa catastrofe. Soltanto la risoluzione dell’intricata vicenda geopolitica potrebbe incidere positivamente sugli sviluppi futuri. La Somalia è teatro di guerra tra il Governo federale di transizione, appoggiato dagli Stati Uniti e sostenuto dall’Unione Africana, e le milizie di opposizione, in particolare il gruppo estremista Al-Shabaab, considerato vicino ad Al Qaeda. La popolazione civile è stremata, intrappolata fra le varie forze in conflitto, privata dell’assistenza sanitaria e del necessario sostentamento. Ma per le Organizzazioni umanitarie raggiungere questi luoghi, scenari di lotte intestine e intrighi internazionali, risulta pericoloso. La fame, poi, è “l’occasione per arrivare in tutto il Paese“, ha ammesso il primo ministro del governo di transizione, Abdiweli Mohamed Ali. E la fame non dipende solo dalla carestia ma dall’aumento esponenziale del prezzo dei prodotti alimentari di prima necessità, certamente non stabilito nei villaggi somali ma dalle speculazioni dei mercati finanziari.

Habiba Bashir e la figlia Norua al campo profughi di Dadaab. Foto di Irina Fuhrmann/Oxfam, rilasciata in licenza Creative Commons

È chiaro a tutti noi che questa escalation ha origini lontane. E tuttavia noi – la comunità internazionale – abbiamo reagito con troppa lentezza ai segnali che ci indicavano il peggioramento della situazione. E – fatto ancora più grave – non abbiamo neanche avuto la capacità di evitare che la situazione si facesse così grave”. Sono le parole di António Guterres, a capo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), durante il discorso di apertura del meeting del Comitato Esecutivo che si tiene annualmente a Ginevra.

E alle porte c’è una nuova emergenza. Nel corso dell’ultimo mese oltre 27.500 persone si sono riversate in Etiopia, in fuga dai combattimenti nello Stato di Blue Nile tra esercito sudanese e i ribelli del People’s Liberation Movement-North Sudan (SPLM–North). Circa 16.500 di profughi hanno trovato accoglienza presso le comunità locali nelle aree vicine alla frontiera e nei campi per rifugiati. Tutto ciò a causa dei combattimenti avvenuti in Sud Kordofan, cominciati a giugno subito dopo le contestate elezioni. E, secondo il rapporto periodico dell’Alto Commissariato dell’ONU per i diritti umani (pubblicato il 15 agosto 2011), il Governo di Khartoum in quel periodo avrebbe commesso numerose violazioni dei diritti umani nell’esercizio del potere repressivo. I civili, inoltre, accusano il Governo sudanese di aver utilizzato armi chimiche sulla popolazione.

Non si parli, allora, di catastrofi naturali. Quello che accade nel corno d’Africa è anche molto peggio perché rientra nelle responsabilità degli esseri umani.

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