Le rivolte inglesi nel contesto internazionale

[Nota: Traduzione di Elena Intra dell’articolo originale di Paul Rogers per openDemocracy.net]

Dal 6 agosto e per le quattro notti successive, Londra e alcune delle maggiori città inglesi sono state teatro di disordini di proporzioni mai viste negli ultimi decenni. Il primo ministro David Cameron e i suoi colleghi – presi in contropiede in vacanza – hanno cercato di recuperare autorevolezza avanzando con le loro dichiarazioni una visione dei fatti che parlasse ai cittadini preoccupati per i saccheggi e il caos, così avulsi dalla loro esperienza quotidiana.

In base a tali dichiarazioni, il governo ha voluto definire gli eventi esclusivamente in termini di criminalità e violenza pure — gli autori sono interamente responsabili dell’accaduto, non c’è bisogno di cercare altri significati nascosti.

Le sanzioni comminate agli arrestati saranno dure. Se la violenza continua, si ricorrerà a interventi ancora più severi – proiettili di gomma, cannoni ad acqua e a un assetto più aggressivo della polizia – e si farà maggior ricorso alle carceri.

I disordini, iniziati come protesta a seguito di un incidente avvenuto a nord di Londra il 4 agosto, dove la polizia ha ucciso un uomo, si sono poi trasformati in saccheggi di vaste proporzioni. Il passaggio è stato rapido, grazie anche ai moderni mezzi di comunicazione e alla capacità dei giovani di superare in astuzia la polizia con movimenti rapidi attraverso centri urbani e zone commerciali.

Negli ultimi anni la Polizia Metropolitana di Londra è diventata abile nel gestire le grandi manifestazioni, utilizzando tattiche quale il “kettling” (trattenere i manifestanti in spazi ristretti, spesso per molte ore) per tenere la situazione sotto controllo. Queste misure di forza sono tuttavia inadatte a gestire piccoli gruppi mobili di giovani che hanno capito come funziona il kettling e sanno come non cadere in trappola.

La cosa più fastidiosa per le autorità, e soprattutto per un governo dominato dal Partito conservatore, è la sensazione palpabile di aver perso il controllo. Basta questo a spiegare la determinazione assoluta a mantenere una ricostruzione degli eventi in cui al centro dell’accaduto si pone la criminalità. Questo concetto sarà rinforzato in modo energico nei prossimi giorni, a prescindere dal fatto che continuino o cessino i disordini.

Il modello internazionale

C’è un problema fondamentale in questo discorso, una questione rinforzata dall’escalation improvvisa di questi saccheggi, che esclude del tutto le motivazioni iniziali dei manifestanti e l’ambiente da cui provengono molti di loro. Un problema che omette tra l’altro un contesto assai più globale di protesta, che solo nel 2011 include le violente proteste ad Atene in opposizione al programma di austerità del governo, e le manifestazioni in gran parte non violente avvenute a Madrid e in altre città spagnole.

Molte delle persone coinvolte appartengono a una generazione che va dai 16 ai 30 anni, una fascia d’età che sta vivendo, o si troverà ad affrontare, il rischio della disoccupazione e prospettive di vita molto più limitate rispetto a chi li ha preceduti. Frustrazioni ulteriormente aggravate dalla rabbia di fronte alla ricchezza ostentata delle élite, soprattutto dei banchieri.

Questo modello si estende alle straordinarie rivolte avvenute nelle ultime settimane in Paesi lontani come il Cile e Israele. In Cile prosegue l’ondata di proteste a livello nazionale che coinvolge principalmente gli studenti universitari, e alle cui manifestazioni hanno partecipato ben 100.000 persone. Dietro i problemi dell’istruzione che rappresentano il focus principale della protesta, vi è una motivazione ben più ampia. In poche parole:

“Per quanto il Cile appaia al mondo esterno come un modello di coerenza economica e di prudente gestione fiscale, c’è un malcontento profondo verso il modello neoliberista e le sue conseguenze economiche per coloro che non rientrano nell’élite economica” (per ulteriori dettagli, si veda questo articolo apparso sul New York Times il 6 agosto).

In Israele, una rivolta iniziata come protesta contro il costo delle abitazioni, ha visto oltre 200.000 persone radunarsi a Tel Aviv e altre decine di migliaia a Gerusalemme e in altre città. “E’ stata in gran parte determinata dalla classe media lavorativa di Israele, i cui membri sono stati colpiti da un aumento del costo dei beni di prima necessità come casa, cibo e benzina, e da una tassazione elevata. Allo stesso tempo, i servizi sociali del Paese sono andati diminuendo e c’è un divario sempre più crescente tra ricchi e poveri” (per ulteriori dettagli, si veda questo articolo apparso sul New York Times l’8 agosto scorso).

Ci sono fattori specifici che hanno determinato le manifestazioni in Israele, come le sovvenzioni per gli insediamenti nella Cisgiordania occupata e le richieste per lo stanziamento di maggiori fondi alla difesa, ma il fattore di fondo – condiviso con Grecia, Spagna, Cile e molti altri Paesi – è lo stesso “crescente divario”.

La catena globale

I collegamenti si ampliano, perchè questa divisione economica transnazionale riflette la persistente incapacità del modello di mercato economico neo-liberale di fornire una giustizia socio-economica. Le conseguenze, come chiarito in altri articoli di openDemocracy, includono le “rivolte dai margini globali” – come i naxaliti in India e i persistenti, per quanto nascosti, disordini sociali in Cina (si veda in particolare questo articolo su Cina e India del 7 agosto).

Nonostante le estreme differenze di ricchezza e povertà in tali situazioni, vi è un legame diretto tra questi movimenti e le tendenze nei Paesi occidentali come la Gran Bretagna. Perchè anche lì, soprattutto dalla crisi finanziaria del 2008, la risposta del governo è stata dominata da tagli di spesa il cui impatto maggiore ricade sui settori più poveri della società.

Gli equivalenti in Gran Bretagna degli emarginati in India e Cina non sono comparabili in termini di povertà, ma centinaia di migliaia di essi ha prospettive ben più ridotte per il futuro rispetto alla generazione precedente. La disoccupazione e la sotto-occupazione sono aumentate, e anche molti giovani laureati hanno visto restringersi le opportunità. La maggior parte di questi individui non è scesa per le strade, almeno non ancora.  Ma molti altri lo hanno fatto, e la reazione delle autorità di fronte a quello che vedono come una “mob rule” (dominio della piazza/oclocrazia) è stata la riaffermazione rigorosa del controllo. Vi è un tentativo quasi nullo di scavare più in profondità.

Il divario concreto

Ci sono tuttavia delle eccezioni utili. La città di Bradford, dove lavoro, ha vissuto un fine settimana di violenti disordini nel luglio 2001, che ha portato a numerosi arresti e a lunghe pene detentive per i giovani manifestanti. Ci sono voluti anni perchè la città si riprendesse, ma era stato fatto così tanto che nel 2010 un deliberato tentativo da parte dell’estrema destra della English Defence League di incitare alla violenza razziale è miseramente fallito.

L’intero processo è stato raccontato in un interessante libro di due docenti universitari di Bradford che dovrebbe essere lettura obbligatoria per chiunque abbia obiezioni sulla superficialità del discorso riguardante le sommosse in corso. Saturday Night and Sunday Morning: The 2001 Bradford Riot and Beyond (Vertical Editions, 2011) di Janet Bujra e Jenny Pearce, si basa su un’ampia ricerca che include numerose interviste con ex ribelli, la polizia e parecchi cittadini coinvolti in quella situazione. I risultati gettano luce sulle vere cause dei grandi disordini urbani, che sono molto più complessi di quanto quasi tutti i politici e i commentatori di oggi possono anche solo iniziare a comprendere.

C’è un ulteriore fattore che rende pressante la difficile situazione attuale. Tra i relativamente pochi accademici ed esperti che operano nel campo, vige da tempo la convinzione che la Gran Bretagna avrebbe potuto sperimentare gravi disordini urbani, ma i più credevano che la cosa si sarebbe verificata più avanti – magari nel 2012-13, quando gli attuali tagli alla spesa pubblica avessero iniziato a farsi sentire sul serio. Invece è accaduto ora, molto prima del previsto e con un’intensità maggiore – la Gran Bretagna, come molti altri Paesi, sposa ancora un modello economico neo-liberale che garantisce ai ricchi di diventare ancora più ricchi, e ai poveri di diventare più poveri, e al divario tra loro di crescere sempre di più.

Il rischio ora è che i modelli di protesta inglesi e greci si diffondano, le autorità imprimano un giro di vite, aumenti il ricorso alle carceri, venga mantenuto il controllo e continui a imperare il cosiddetto “liddismo” (si veda al riguardo l’articolo: “Beyond ‘liddism’: towards real global security“, 1 Aprile 2010).

Forse, però, le conseguenze delle esperienze della scorsa settimana in Inghilterra porteranno ad una seria analisi del contesto di fondo. Una cosa che sembra improbabile al momento, ma che si spera avvenga. Staremo a vedere chi avrà l’ultima parola.

Paul Rogers è docente presso la Bradford University, saggista ed esperto sui temi della sicurezza globale. Articolo tradotto per gentile concessione di openDemocracy.

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