CIE, "spazi d’eccezione" a trattenimento coercitivo


Sono trascorsi quasi tredici anni, la denominazione è cambiata, ma le problematiche sono sempre le stesse: prima erano CPT (Centri di Permanenza Temporanea), ora si chiamano CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione). Una modifica di pura matrice linguistica, ma la natura di queste strutture è rimasta identica o addirittura irrigidita.
Sono peggiori delle carceri e dentro ci sono persone che non hanno fatto niente di male. Dunque, vanno chiusi”: Questo è stato il messaggio di “LasciateCIEntrare”, la mobilitazione che il 25 luglio scorso si è svolta davanti a 13 centri sparsi in tutt’Italia.

I CIE sono il risultato di due normative diverse che hanno evidenziato, fin da subito, sfaldature e incongruenze. La prima proposta di legge viene varata nel marzo del 1998, dall’allora ministro della Solidarietà Sociale Livia Turco e dal ministro dell’Interno Giorgio Napolitano, sotto il primo Governo Prodi: “Legge Turco-Napolitano”. Si trattava della prima normativa organica in materia di immigrazione che, in rapporto a un’emergenza come quella riguardante i massicci arrivi di migranti albanesi sulle coste adriatiche della Puglia, si omologava alle cosiddette “politiche dei flussi” già presenti in gran parte dei Paesi dell’Unione Europea.
Una regolamentazione politico-amministrativa che fissava le quote della presenza di migranti “regolari” sul territorio, salvo casi particolari, in base alla possibilità per il migrante di ottenere un lavoro che fosse dichiarato. Tale relazione di “regolarità” appariva già un’incongruenza strutturale della legge stessa: per ottenere un permesso di soggiorno era necessario avere un lavoro regolare ma per averlo occorreva il permesso di soggiorno.

Il migrante senza lavoro, dunque, o privo di permesso di soggiorno – perché non lo possedeva o perché gli era scaduto – veniva considerato “illegale” e, dunque, soggetto a decreto di espulsione. La soluzione pensata per gestire il fenomeno dell’irregolarità fu proprio la creazione dei Centri di Permanenza Temporanea: per i migranti per i quali non vi era la possibilità di un’espulsione immediata, perché soggetti ad una sanzione amministrativa, era previsto il trattenimento coercitivo nei CPT, strutture solitamente costruite alla periferia dei centri urbani, circondate da alte mura perimetrali o da filo spinato, costantemente pattugliate dalle forze dell’ordine.

Una delle tante proteste di questi anni contro i CIE, prima CPT

Alla legge Turco-Napolitano è seguita poi, quella del 30 Luglio 2002, la “Bossi-Fini”. Tale legge riduceva le possibilità di ingressi non funzionali all’impiego lavorativo, come ad esempio, l’asilo politico e il ricongiungimento familiare, aumentando i tempi di detenzione amministrativa per i migranti privi di permesso di soggiorno da trenta a sessanta giorni. Considerati i continui e intensi arrivi di migranti sulle coste italiane, questo sistema normativo ha prodotto una grande quantità di soggetti privi di permesso di soggiorno e perciò illegali.
Come conseguenza alla direzione impressa da tale normativa, i CPT sono divenuti, gradualmente, le strutture più importanti nelle politiche governative svolgendo anche il compito di prima identificazione per i richiedenti asilo appena giunti in Italia.
Con il decreto legge n. 92, del 23 maggio 2008, “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”, poi convertito in legge (125/2008), i Centri di Permanenza Temporanea vengono rinominati “Centri di Identificazione ed espulsione”.

Il dato drammatico – oltre all’assurda lungaggine temporale di permanenza nei centri – denunciato più volte dai migranti stessi, è che troppo spesso in queste strutture non idonee alle loro funzioni e gestite da personale non sufficientemente preparato, i migranti trattenuti sono sottoposti a un trattamento inadeguato, obbligati a vivere in promiscuità, in condizioni igienico sanitarie assolutamente precarie e, in alcuni casi, costretti a subire violenze e violazioni dei diritti umani da parte delle forze dell’ordine poste a sorveglianza delle strutture o, addirittura, da parte degli operatori. Comportamenti e atti violenti sembrerebbero largamente diffusi nelle pratiche di gestione dei centri “per calmare i trattenuti agitati”. Violenza, non solo fisica. Servizi igienici sporchi e spesso privi di porte, stanze piccole e affollate, scarso rispetto dei differenti credo religiosi, linguaggio offensivo, fino a giungere alla scrittura a penna dei codici di riconoscimento sulle braccia di alcuni trattenuti: sono alcune delle situazioni rese note dalle organizzazioni umanitarie e dagli stessi immigrati.

Barcone di immigrati. Pubblicata su "Nuovaresistenza.org"

Con quale coscienza civile si può tacere davanti a tale emergenza?
C’è chi avanza un parallelismo, tra campi nazisti e CIE. Sono stati definiti “spazi di eccezione”, una sorta di confine interno al confine del Paese, dove raccogliere tutti quei migranti non graditi o ancora non accettati dallo Stato italiano. Spazi in cui queste persone, in una posizione di svantaggio, negoziano costantemente la loro “presenza” in Italia, attraverso la messa in atto di una serie di dinamiche relazionali che costituiscono una permanente violenza fisica e psicologica. Se è vero che le condizioni di vita nei lager erano abissalmente diverse da quelle dei CIE, rimane il fatto che la struttura che li sorregge, concettualmente è la medesima. Persone private di ogni status giuridico, internate in luoghi dove la legge è sospesa. “Espulsi trattenuti”, non più cittadini, ma solo espulsi: ciò che è trattenuto è proprio la loro nuda vita, dal momento che ogni status giuridico viene loro negato. Il loro “corpo” si trasforma in “oggetto” soggetto a continue manipolazioni: un oggetto da trasferire, registrare o maltrattare.

C’è stato un grande rumore da parte degli organi di stampa che hanno sollevato la questione dell’irrinunciabile diritto di accesso da parte dei giornalisti in queste strutture d’accoglienza e finalmente, una grande vittoria: la Federazione nazionale della stampa e l’Ordine dei giornalisti hanno espresso la loro soddisfazione per l’ordine del giorno approvato dal Senato “su proposta del Pd accolta dalla maggioranza”, che “impegna il Governo a predisporre ed adottare con urgenza tutte le misure necessarie a consentire ai giornalisti e agli operatori dell’informazione l’accesso ai centri per immigrati e richiedenti asilo, modificando le regole di accesso e neutralizzando così gli effetti della circolare del ministro dell’Interno n. 1305 del primo aprile 2011”.
Secondo quanto stabilito ai giornalisti sarà consentito l’accesso non solo ai CIE ma anche ai CARA, i Centri di accoglienza per richiedenti asilo.

La libera circolazione dell’informazione si unisce al dovere di dare voce ai tanti uomini che trattati alla stregua di “merci” urlano la tutela dei propri diritti: diritti inalienabili che non possono giacere sospesi in “zone franche” dove la continua rinegoziazione di dinamiche di potere, stronca e infanga ogni principio di rispetto e dignità umana.

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