Gli scenari della fame dal Corno d’Africa al resto del mondo

[Nota: Traduzione di Davide Galati dall’articolo originale di Paul Rogers per openDemocracy.net]

La siccità in corso nel Corno d’Africa e in Africa orientale sta mettendo in grave difficoltà le popolazioni più vulnerabili, molte delle quali già oppresse dalla povertà e dall’insicurezza. L’ampiezza delle aree colpite è particolarmente estesa: i due distretti in Somalia, che sono ora indicati come zone di carestia, rappresentano solo le situazioni più estreme di un più vasto disastro che si estende dalla Somalia all’Etiopia, dal nord del Kenya al Sudan arrivando fino al distretto di Karamoja nel nord-est dell’Uganda.

Le popolazioni esposte al rischio, in quella che si presenta come la peggiore siccità nella regione dal 1950, sono in numero enorme. Almeno 11 milioni di persone sono interessate dalla catastrofe. Nel distretto Turkana del Kenya settentrionale, 385.000 bambini (su una popolazione totale di circa 850.000) sono affetti da malnutrizione acuta (cfr Miriam Gathigah, “East Africa: Millions Stare Death in the Face Amidst Ravaging Drought“, TerraViva / IPS, 18 luglio 2011). In Somalia, il conflitto tra il movimento islamista Shabaab e il governo rende ancora più fragile la condizione delle persone colpite.

Dadaab, nel nord del Kenya, il più grande campo di rifugiati al mondo, offre una chiara illustrazione delle conseguenze della siccità. La popolazione di Dadaab, progettato per far fronte a 90.000 persone, è aumentata negli ultimi mesi a 380.000 – e vi stanno arrivando più di 1300 persone al giorno (cfr Foynes Denis, “Eleven Million at Risk in Horn of Africa“, TerraViva / IPS, 19 luglio 2011).

Fosse comuni per i bambini morti a Dadaab; foto di Oxfam East Africa, da Flickr con licenza CC

Le lezioni della crisi

Ma altrettanto sorprendente è il fatto che ciò che sta avvenendo fa parte in un fenomeno ricorrente. Gravi segnali di allerta rispetto alla malnutrizione e alla carestia si erano già manifestati nell’aprile del 2008; tra questi, i fattori climatici, il rapido aumento del costo del petrolio, l’accresciuta domanda di diete a base di carne da parte delle comunità più benestanti e la conversione di terreni per la coltivazione di biocarburanti (cfr “The world’s food insecurity“, 24 aprile 2008).

Ciò che ha reso questi ingredienti più pericolosi è stato (come spesso accade) il loro agire in maniera sinergica. Ne è l’esempio più chiaro la grave crisi alimentare mondiale del 1973-74, quando (al suo apice) circa 40 milioni di persone in trenta paesi si trovarono esposti. La situazione complessiva derivava da una combinazione di due fattori a lungo termine e cinque più immediati.

I problemi a lungo termine erano rappresentati dal relativo abbandono dello sviluppo rurale a partire dagli anni ‘50, e il fatto che molti paesi erano appena entrati nella transizione demografica (il che significa che il 40% o più della loro popolazione era ancora di età inferiore ai 14 anni). Questi fattori furono intensificati dai problemi a breve termine: la coincidenza di condizioni meteorologiche avverse (tra cui i sette anni di siccità nel Sahel e le inondazioni in Asia meridionale), l’enorme aumento del prezzo del petrolio e dei fertilizzanti, la maggiore domanda di carne nei paesi settentrionali, la rivoluzione verde che non riuscì  a produrre una varietà sufficientemente robusta di nuove  colture, oltre alla dilagante speculazione sui mercati delle materie prime che contribuì all’aumento dei prezzi.

In quel caso la crisi del 1973-74 non degradò a vero e proprio disastro. Si evitò la carestia internazionale anche perché alcuni stati (in particolare i nuovi ricchi paesi mediorientali produttori di petrolio) fornirono, seppure tardivamente, sufficienti aiuti. Ma l’aspetto più significativo fu che, durante tutto questo, le riserve di grano del mondo rimasero a un buon livello; scesero a circa la metà dei normali stock, ma anche al culmine della crisi fornivano ancora, mediamente, circa 100 giorni di approvvigionamento. Il problema evidenziato dalla crisi fu che una quota esorbitante della popolazione non riusciva a produrre alimenti a sufficienza per la propria sussistenza e non poteva neppure permettersi di pagare i prezzi gonfiati dei mercati locali o nazionali. Al cuore dell’emergenza vi furono problemi di povertà e di emarginazione economica.

Le lezioni di quella quasi-catastrofe non vennero mai apprese. Il piano delle Nazioni Unite che fu adottato per consentire lo sviluppo della ricerca nel campo dell’agricoltura tropicale equivaleva al 2% della spesa militare mondiale media in un anno, ma venne utilizzato appena un terzo dei fondi.

Da allora sono trascorsi quasi quattro decenni di “sviluppo”, con risultati contrastanti: il mondo è diventato molto più ricco, tuttavia la gran parte della nuova ricchezza ha recato vantaggio agli 1.5 miliardi di persone più ricche, rispetto a una popolazione globale che secondo  le stime delle Nazoni Unite raggiungerà 7 miliardi di individui entro ottobre 2011. Un mondo molto più ricco e ancora più diviso di prima, che conta quasi il doppio di persone malnutrite, rispetto ai primi anni ‘70. Questi fatti, da soli, bastano a giustificare una critica schiacciante del modo in cui il sistema economico mondiale si è evoluto, e in particolare dell’aver ignorato il problema della sicurezza alimentare per decine di milioni di persone povere e vulnerabili.

Glacier Retreat
Glacier Retreat, foto di Andy Hares su Flickr, licenza CC

Il fattore clima

Ciò che rende ancora più difficile la situazione è il fatto che oggi le criticità sono acuite dall’impatto del cambiamento climatico in corso (cfr ” The climate peril: a race against time “, 13 novembre 2009).

Ci sono abbondanti prove che il tasso di aumento della temperatura nei prossimi decenni sarà più rapido nelle aree terrestri tropicali e sub-tropicali – fino a tre volte la media mondiale in molte di queste regioni. I primi effetti comprenderanno una netta diminuzione di ciò che Lester Brown ha definito “riserve nel cielo”: i ghiacciai delle regioni alte delle Ande e i molto maggiori bacini d’acqua incastonati nell’Himalaya e nel Karakorum (a volte definiti “il terzo polo”) (cfr Lester Brown,” Rising temperatures melting away global food security “, TerraViva / IPS, 6 luglio 2011).

Le aride zone costiere del Perù e di altre parti del Sud America occidentale dipendono dai ghiacciai andini. Ma il valore dei ghiacciai asiatici è enormemente maggiore dal momento che alimentano il Gange, l’Indo, il Brahmaputra e altri sistemi fluviali da cui dipendono centinaia di milioni di persone per il cibo. Quando i “serbatoi” si svuotano e salgono le temperature, si ha un surriscaldamento delle colture e  un minor apporto d’acqua alle stesse [water stress], con conseguente crollo dei rendimenti e quindi scarsità di cibo. Carenze di questo tipo esistono già, come dimostra la crisi nell’Est dell’Africa; ai tassi attuali peggioreranno di molto nei prossimi decenni (cfr” A century on the edge: 1945-2045 “, 29 dicembre 2008).

Un certo grado di adattamento è in linea di principio possibile, anche attraverso fondamentali cambiamenti sul piano tecnologico e politico: migliorie nella conservazione dell’acqua e coltivazione di colture più resistenti alla siccità, oltre a una riforma dell’economia mondiale per garantire una maggiore equità e l’emancipazione economica (cfr Amartya Sen, Development as Freedom [Oxford University Press, 1999]). Queste innovazioni da sole sarebbero quasi rivoluzionarie – ma ancora non abbastanza per risolvere completamente i problemi. Ciò richiederebbe di portare sotto controllo il cambiamento climatico attraverso una “grande transizione” a economie basate su emissioni ultra-basse di carbonio.

L’attuale crisi nell’Africa orientale richiede un immediato intervento coordinato per alleviare la diffusa sofferenza. Dovrebbe anche riportarci con forza alla mente che c’è bisogno di misure ben più consistenti qui e altrove, tanto più consistenti a causa dei passati decenni di negligenza e sprechi. La capacità di raggiungere la grande transizione – con tutto ciò che comporta in termini di stili di vita sostenibili e di organizzazione sociale – stabilirà se alle nuove generazioni del pianeta saranno garantiti cibo e altre risorse per permettere loro di sopravvivere e costruirsi una vita soddisfacente.

Paul Rogers è Professore al Dipartimento di Studi per la Pace alla Bradford University. Cura una rubrica settimanale sulla sicurezza globale per openDemocracy dal 28 settembre 2001, e collabora all’Oxford Research Group.

Davide Galati

Dedicatosi in passato all’economia internazionale, coltiva la sua apertura al mondo attraverso i social media. Editor della testata nonché presidente dell’omonima A.P.S.

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