Offrire protezione agli scrittori perseguitati

ICORN, è una rete internazionale di città rifugio distribuite in dieci Paesi del mondo, fra cui anche l’Italia. In collaborazione con la PEN, associazione internazionale di scrittori, offre protezione a quelli perseguitati [il primo semestre del 2011 ha fatto registrare richieste crescenti rispetto al 2010, come si legge in questa pagina del sito della rete]. A ricordarci la missione di ICORN, in un articolo su Haaretz.com dal titolo ‘Un rifugio per gli scrittori’, è Sami Michael, autore nato a Baghdad ma naturalizzato israeliano e presidente onorario dell’Associazione israeliana per i diritti umani. Gli scrittori perseguitati, e talora proprio dalla PEN “strappati all’abominio della prigione“, ricevono ospitalità “per un certo periodo di tempo, che può andare da uno a tre anni” nel quadro di un intervento umanitario.  “Poi si trova una soluzione di lungo termine in un Paese dove allo scrittore venga concessa la residenza in via permanente.”

Perché un intento del genere si concretizzi serve uno sforzo collaborativo, ma a volte il percorso è irto di ostacoli. Anche questo ci ricorda Sami Michael nell’articolo di cui proponiamo, tradotti in italiano, alcuni stralci. Il testo integrale in lingua inglese è stato pubblicato da Haaretz.com mercoledì 15 giugno 2011.

*

Sami Michael

[…]

C’è in Israele la strana tendenza a figurarsi il mondo esterno come fronte compatto di ostilità nei nostri confronti, forse perché a torto si ritiene che restare mentalmente asserragliati giovi al rafforzamento  dell’unità nazionale. Per quanto nella coscienza collettiva i Paesi scandinavi siano i portabandiera dell’ “odio verso Israele”, non ho rintracciato la benché minima eco di ostilità ai convegni letterari dei Paesi che mi hanno invitato; tutt’altro, quando ho ritratto la mia città, Haifa, come modello di relativa coesistenza in quest’inquieta regione di conflitti e occupazioni, sottomissione e persecuzione di minoranze, ho colto nei presenti attenzione e interesse verso la ricerca di una spiegazione al “miracolo di Haifa”.

A mettere i bastoni fra le ruote sulla strada del dialogo, a quanto pare, non sono solo certi estremisti dei Paesi arabi che adottano la linea dura opponendosi alla normalizzazione dei rapporti con Israele; lo fanno anche i responsabili delle strategie di Israele che ignorano il modello di Haifa perché ne indebolisce la politica isolazionista e guerrafondaia. A un convegno internazionale di scrittori in Slovenia, il poeta norvegese Kjell Olaf Jensen, membro del consiglio direttivo della PEN International, associazione di scrittori di tutto il mondo, si è rivolto a me con una proposta che mi ha sorpreso: in quanto città di tolleranza e coesistenza, Haifa sarebbe diventata città rifugio per scrittori perseguitati, la prima città rifugio della modernità in Medio Oriente.

[…] Mi hanno invitato a Stavanger, capitale petrolifera della Norvegia e anche sede amministrativa di ICORN (dove l’associazione riceve aiuti dall’amministrazione comunale). Vi ho incontrato membri dell’organizzazione e alcuni scrittori perseguitati con cui abbiamo discusso di come far aderire Haifa a questa rete così importante.

Aiuto agli scrittori perseguitati

[…]

Tornato in Israele sono andato tutto raggiante dal sindaco di Haifa, Yona Yahav, a proporgli l’idea. Anche lui ne è stato entusiasta. Qualche tempo dopo, nell’agosto del 2009, a Haifa abbiamo ricevuto la visita di Eugene Schoulgin, presidente del comitato direttivo della PEN International. E’ stato ricevuto in forma ufficiale dal sindaco Yahav che a sua volta ha scritto una lettera al direttore escutivo di ICORN, Helge Lunde, dichiarandosi molto soddisfatto della proposta di includere la città nel novero delle città rifugio e, vista la rilevanza della cosa, avrebbe trasmesso la richiesta al consiglio comunale per l’approvazione.

Il consiglio comunale ha votato a favore della proposta di far diventare Haifa città rifugio per gli scrittori e la ICORN ha subito avviato  i preparativi per un evento alla Fiera del Libro di Francoforte che segnasse l’allargamento della rete.

I sindaci però non fanno tutto da soli. Yahav infatti ha richiesto l’approvazione del Ministero degli Esteri che, in una lettera del febbraio 2010 indirizzata anche a me, dichiarava la cosa meritevole dell’attenzione del Ministero degli Interni. “Il Ministro degli Esteri vede di buon grado l’iniziativa, tuttavia, poiché concedere rifugio e aiuto a uno scrittore per due anni comporta anche che si debba assistere lui e la famiglia nelle pratiche di rilascio del visto, è necessario che sia il Ministero degli Interni a coordinare e dare il consenso” recitava la lettera. Così è stato richiesto al Ministero degli Esteri di  trasmettere la relativa documentazione al consulente legale dell’Ufficio Immigrazione del Ministero degli Interni per poter ottenere l’approvazione ministeriale.

A quanto pare, però, quando c’è da aprire una finestra sul mondo, il Ministero degli Interni è molto abile nel mantenere un ostinato silenzio. Da allora neanche una parola da parte loro.

Conosco in prima persona le tribolazioni di un artista perseguitato, avendo rischiato la vita io stesso quando in piena notte, nel 1949,  ho varcato a piedi il confine fra Iraq e Iran. Poi nel 2000, a Vienna, ho incontrato un altro me, uno scrittore yemenita  che – avrei poi scoperto – faceva esattamente come avevo fatto io per tanto tempo dopo la fuga da chi disprezza le parole coraggiose. Non faceva altro che guardarsi le spalle, temendo inseguitori immaginari. Avanzava sul selciato come su una palude infida. Cominciò a sentirsi meglio solo quando fummo al chiuso, fra quattro mura. Per tutto il tempo della conversazione fra noi mi guardava con sospetto, e io capivo che non credeva a una parola di quello che dicevo. Solo due giorni dopo – giunto un amico comune – il defunto autore palestinese Izzat Ghazzawi, che allora dirigeva il PEN center palestinese – lo scrittore yemenita mi disse che si scusava di aver sospettato di me.

Ma il tormento del passato gli scrittori perseguitati non se lo portano appresso solo in sogno. Anche trovandosi in un posto sicuro e potendo mettere sotto i denti pane non più insanguinato, hanno il disperato bisogno di abitare in un luogo che non finisca con l’essere  l’anticamera dell’inferno. Chi fra noi ha subìto gravi persecuzioni fa fatica a spiegare a scrittori che le persecuzioni non le hanno mai conosciute cosa significhi pagare per aver scritto, dove regna la paura, parole coraggiose.

Silenzio imbarazzante

Con profondo imbarazzo verso Helge Lunde (ICORN) e la PEN International, sono ancora in attesa di risposta dal Ministero degli Interni. Quando ho seguito l’iter della pratica, da due anni sul tavolo dell’autorità per i servizi demografici e l’immigrazione, mi hanno detto che la cosa non rientrava nelle loro competenze e che avrei dovuto domandare alla segreteria del Ministro. Così ho inviato una richiesta alla segreteria di Yishai ricevendo come risposta: “il ministro non ha ancora preso visione della pratica corredata dal parere dei tecnici.” E hanno spiegato: “Il ministro comprende l’importanza di una richiesta umanitaria di tal tenore, giunta alla sua attenzione per la prima volta sulla scia della richiesta di Haaretz. Al momento il ministro si trova all’estero, ma al rientro provvederà subito ad acquisire i pareri dei consulenti tecnici e legali sulla rilevanza del fenomeno e la sua portata, insieme ad altri elementi conoscitivi. Dopo aver esaminato la questione, sarà lieto di riferire  direttamente al dottor Sami Michael.”

Ora mi rivolgo a chiunque abbia voce in capitolo per chiedere aiuto affinché il ministro rompa questo incomprensibile e prolungato silenzio.

Tamara Nigi

Scrivere e scambiare idee è un altro stimolo a leggere. Cogliere dei fatti le angolature, del confronto fra posizioni il terreno comune e la distanza, delle conversazioni il potenziale trasformativo.

2 pensieri riguardo “Offrire protezione agli scrittori perseguitati

  • 13 luglio 2011 in 15:11
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    Grazie, Tamara, per averci segnalato questa notizia: stiamo con Sami Michael.
    Tempo fa mi ero impegnato nella traduzione di un’intervista di Haaretz a Yehousha nella quale raccontava cose interessanti sul rapporto tra Israele e la cultura mizrahim, da cui proviene Sami Michael. La riporto per chi fosse interessato (nel paragrafo “La musica dimenticata”):
    http://coordinategalattiche.splinder.com/post/16002109

    Segnalo inoltre, sempre a proposito di ebrei orientali, una recente notizia relativa alla bozza di riforma costituzionale in Marocco. La riporto sotto, tanto è breve:

    Terrasanta.net – Per i 5000 ebrei che ancora vivono in Marocco, la nuova Costituzione, proposta da re Mohammed VI e approvata il 1° luglio scorso con un referendum popolare, rappresenta un riconoscimento importante.

    Nel terzo capitolo della Carta, infatti, si parla di una nazione che basa la sua unità su diversi contributi identitari fondanti e l’ebraismo è citato tra la cultura araba, amazighita (berbera), sub sahariana africana, andalusa e mediterranea. «È un dato di fatto che siamo parte della storia del Marocco sin dai tempi antichi, ma vederlo scritto nero su bianco nella Costituzione è un segnale che ci onora», afferma a Terrasanta.net André Azancot, un anziano della piccola comunità di 250 ebrei di Rabat.
    Gli ebrei in Marocco hanno rappresentato nei secoli scorsi una minoranza vitale e in costante crescita, specie dopo la loro espulsione dalla Spagna cattolica nel XV secolo. Verso la fine degli anni Quaranta del secolo scorso, dopo esser stati protetti e tutelati dall’allora monarca Mohammed V contro le persecuzioni naziste, vivevano nel Regno circa 265 mila ebrei , un 10 per cento della popolazione di allora. Molti facevano parte addirittura dei movimenti nazionalisti marocchini.

    Con la nascita di Israele nel 1948 e poi con la guerra del 1967, tutto è cambiato e la maggioranza della comunità è emigrata nel nuovo Stato ebraico. Tuttavia i legami con il Paese d’origine sono restati «profondi». Azancot racconta di alcuni suoi parenti che a Sderot conservano ancora in casa il ritratto di Hassan II (il padre dell’attuale sovrano).

    La casa reale marocchina ha sempre combattuto l’antisemitismo, il Marocco non si è unito al fronte dei Paesi arabi contro Israele nel 1948, e nel 2003, dopo gli attentati anti-ebraici a Casablanca, Mohamed VI ha promosso una manifestazione di solidarietà nazionale. «Ci sentiamo marocchini a tutti gli effetti. Non siamo emigrati in momenti più difficili, perché dovremmo lasciare il Paese adesso?», afferma un uomo sulla quarantina, con la kippah in testa, mentre si reca all’unica sinagoga cittadina in funzione, un appartamento anonimo in un condominio appartato nel quartiere delle ambasciate a Rabat.

    Nonostante la volontà di chi è rimasto, la presenza ebraica , rispetto alla prima metà del Novecento, rischia però di divenire invisibile. Nella capitale, solo i più anziani , tra i non ebrei, ricordano dove si trovi la sinagoga, o meglio la «moschea dei giudei», come la chiamano qui. Per i giovani musulmani marocchini è quasi inimmaginabile che ci possano essere ebrei nel loro Paese. Per i più, afferma con amarezza Azancot, gli ebrei «sono quelli che ammazzano i palestinesi».

    «Proprio per evitare che venissimo cancellati dalla memoria nazionale, la Casa reale aprì a Casablanca, già nel 1997, un museo dell’ebraismo, il primo e l’unico esistente in un Paese arabo», ricorda l’anziano. Fino a poco tempo fa era diretto da un ebreo, il prof. Simon Levy; oggi la poltrona è occupata da una studiosa musulmana, Zhor Rehihil . Nel museo sono conservati abiti, oggetti di vita quotidiana, gli strumenti di un gioielliere, persino gli attrezzi di cucina: chi lo visita – spiega Azancot – «può comprendere quanto la cultura marocchina sia debitrice all’ebraismo». Ora anche la nuova Costituzione lo sancisce.

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  • 27 ottobre 2013 in 20:19
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    Il concetto di colpa, quando non inteso equivalente a responsabilità, complica le istanze della giustizia sino a renderle inefficaci. Il santo come l’aguzzino sono tali a causa del patrimonio genetico, dell’ambiente in cui sono vissuti, della dottrina che gli è stata impartita, della storia personale, e quel pizzico di casuale indeterminatezza che rende la vita di ciascuno di noi un quid che ci rende unici.
    Dio potrebbe giudicare un uomo per ciò che è. La giustizia dovrebbe determinare se le azioni di qualcuno danneggino o meno quelle di altri innocenti: Chi non reca danno ad alcuno, non dovrebbe mai rientrare tra le competenze della giustizia; chi manifestamente è un pericolo per altri innocenti, a prescindere dalla colpa, si: La giustizia non dovrebbe punire colpevoli, ma difendere innocenti.
    Quando Roma, maestra del diritto, era “caput mundi”, si distingueva tra Ius e Fas: Il primo, il diritto, è la giustizia propria degli uomini, la seconda quella divina. Chi professa qualcosa di diverso, confonde gli uomini ed usurpa ciò che è competenza di Dio.
    Siamo tutti figli della stessa divinità, il nostro errore è non saper dedurre la via che ci indica. Le opinioni, se non offendono nessuno, come la memoria dei nostri cari, hanno diritto di cittadinanza in ogni parte del mondo. La storia è scritta col sangue di infinite schiere di innocenti. Lasciamo che le loro sofferenze siano la radice di una umanità finalmente più giusta.
    Shalom

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