Il web 2.0 per la gestione delle emergenze: “CrisisCamp Paris” 2011


Organizzato in collaborazione con Crisis Commons, la comunità mondiale dei crisis camp, Ushahidi, Global Voices en Français e altre entità, il “CrisisCamp Europe” di Parigi, primo vertice dei crisis camp europei in programma tra il 27 e il 29 maggio, si concentrerà sullo stato dell’arte delle tecnologie web 2.0 per la gestione delle crisi, con particolare riferimento ai progetti europei, per promuoverne lo sviluppo nel nostro continente. Un crisis camp è una conferenza informale, un barcamp specializzato nell’ambito delle risorse online create per la gestione delle crisi, che siano queste causate da emergenze naturali o politiche, conflitti, crisi tecnologiche o altro.

Questo il relativo sito web, mentre nella pagina wiki dell’evento si possono trovare tutti i dettagli del programma.
Domani, venerdì 27, verranno presentati diversi casi studio di applicazioni web 2.0. Si parlerà ad esempio dell’uso di piattaforme di cartografia partecipativa come Crowdmap, Ushahidi o OpenStreetMap, utilizzate e utilizzabili per emergenze naturali quali incendi boschivi (il progetto italiano Open Foreste), inondazioni (come in Pakistan durante le alluvioni del 2010) o terremoti (Haiti o Cile), e verranno inoltre discussi i più recenti progetti cartografici dedicati a emergenze politiche, come ad esempio la guerra civile in Costa d’Avorio. Ampia analisi anche per quanto riguarda l’uso degli strumenti online per la mobilitazione dei cittadini (ad esempio il ruolo dei social media e dei blog durante le rivolte arabe) o delle tecnologie di aggregazione dei flussi e trattamento dell’informazione come il real-time web o il liveblogging.

Tra i protagonisti dell’incontro vi sarà anche Claire Ulrich, coordinatrice di Global Voices in francese e cofondatrice di CrisisCamp Paris. Le abbiamo chiesto quali sono le esperienze personali che porterà all’incontro, e così ci ha risposto:

Tradurre i blogger di Global Voices dal 2007 mi ha fatto vivere a distanza molte crisi dimenticate dai mass media e dal resto del mondo. Sono stata spesso testimone dei “miracoli” che potevano produrre Twitter, SMS, reti sociali nei conflitti o nelle crisi, quando i governi, gli ONG e le charity tradizionali non potevano fare nulla. Durante queste crisi, si creano grazie alle nuove tecnologie nuove dinamiche tra i cittadini, le persone in diaspora e i volontari o specialisti pronti ad aiutare a distanza, via Internet. Ora che si moltiplicano le crisi umanitarie e tecnologiche in tutto il mondo, difendo il punto di vista che i cittadini sono fonte attendibile di informazioni, specialmente e soprattutto durante una crisi, con o senza mezzi sofisticati di comunicazione. Speriamo di convincere poco a poco le istituzioni tradizionali umanitarie o dei governi, che gestiscono le crisi come “professionisti”, a prendere in considerazione le informazioni dei cittadini e l’aiuto delle nuove tecnologie per diventare ancora piu efficaci e collaborare quando non possono intervenire sul campo.

Le abbiamo inoltre chiesto un’anticipazione sulle linee del suo intervento alla tavola rotonda “Civil Society & Institutions in Crisis Management“, dedicata ad analizzare il rapporto tra cittadinanza e istituzioni nella gestione delle crisi:

Esporremo tra altri case study una delle piu recenti iniziative della società civile, nata per aiutare a distanza i cittadini di Abidjan durante i giorni peggiori del conflitto, quando neppure i Caschi Blu o i militari potevano portare soccorso ad esempio alle famiglie senza cibo o acqua, ai malati, o alle donne pronte a partorire. I cittadini ivoriani in Ghana, in Francia, in Costa d’Avorio si sono spontaneamente uniti su Twitter, senza conoscersi, senza badare alle appartenenze politiche, per mettere in piedi in meno di 3 giorni un call center nel vicino Ghana. Con questo, e con semplici SMS o telefonate prepagate, amplificate su Twitter e Facebook, hanno informato e messo in contatto chi aveva bisogno di aiuto con chi poteva aiutare, in Abidjan, o in qualsiasi parte del mondo. Con pochissime persone e soldi, intorno all’hashtag #civsocial su Twitter, è nata un’operazione transcontinentale di solidarietà impressionante ed efficace, grazie alle nuove tecnologie e alla buona volontà di “semplici” cittadini.

Elena Rapisardi è invece l’ideatrice di Open Foreste, piattaforma dedicata alla prevenzione degli incendi boschivi di cui abbiamo già parlato in un nostro recente post e su cui si può leggere un bell’articolo di Monica Palmeri pubblicato sul blog di Ushahidi.
Più specificamente, Open Foreste è un progetto basato sul “crowdsourcing”, ossia una forma partecipativa di collaborazione tra gli utenti web con il comune obiettivo della raccolta, visualizzazione e condivisione di informazioni georeferenziate utili a tutti. La piattaforma è stata sviluppata originariamente con tecnologia Ushahidi, storico strumento di mappatura partecipativa che fu inaugurato nell’episodio dei disordini post-elettorali in Kenya nel 2008.

Elena Rapisardi così ci ha illustrato il progetto di cui porterà testimonianza a Parigi:

Open Foreste è un progetto nato perchè volevo da un lato colmare un vuoto di dati sull’incendio boschivo, che sono in capo al Corpo Forestale dello Stato o Vigili del Fuoco a seconda di dov’è sito il bosco. Non sono presenti molti dati, ma oltre a questo non vi sono forme di gestione delle informazioni puntuali che associno dove stanno ad esempio gli specchi d’acqua, gli idranti, ecc. Avendo a disposizione il web e strumenti per georeferenziare le informazioni, ho pensato di provare ad usarli. Inventai quindi Open Foreste, innanzitutto per un mio amore per i boschi, ma soprattutto perchè non era una modalità di gestione tipica della Protezione Civile e perchè, dopo aver verificato con alcune persone esperte del settore, alcuni dati non ci sono, o non sono condivisi, neanche tra le squadre di volontari e gli operatori deputati a spegnere l’incendio – operazione peraltro molto complicata se si pensa al vento o ad altri fattori da tenere in considerazione.

E ancora:

La gestione dell’emergenza in Italia avviene attraverso la base dei volontari. I volontari sono uno dei backbone per affrontare le emergenze, come abbiamo visto in Abruzzo, ma non hanno grandi budget, non possiedono grandi strumenti, hanno la dotazione tecnica specifica però per quanto riguarda tutti gli aspetti di gestione delle informazioni sono molto scoperti. E allora ho pensato: uniamo il web 2.0 nei suo concetti fondamentali quali collaborazione, condivisione, open source, cloud, ecc… con lo spirito della protezione civile che è resilienza, sussidiarietà, cooperazione e così via.

Lo spirito con cui Elena Rapisardi si muove non è soltanto quello dell’istituzionalizzazione dei nuovi tool, ovvero un’apertura delle istituzioni a comprendere gli attori in gioco com’è forse intuitivo pensare ma, al converso, promuovere nella società la conoscenza e l’utilizzo di questi strumenti, in modo da rendere i cittadini sempre più informati e partecipanti.
Noi di Voci Globali la accompagniamo idealmente a Parigi, con l’auspicio che tra cittadini e istituzioni si diffonda la conoscenza di strumenti utilissimi, peraltro non solo nelle situazioni di emergenza ma anche nella vita di tutti i giorni.

Davide Galati

Dedicatosi in passato all’economia internazionale, coltiva la sua apertura al mondo attraverso i social media. Editor della testata nonché presidente dell’omonima A.P.S.

Un pensiero riguardo “Il web 2.0 per la gestione delle emergenze: “CrisisCamp Paris” 2011

  • 30 maggio 2011 in 08:54
    Permalink

    Il web 2.0 applicato all’emergenza è una questione importante e articolata. La mia sensazione è che stiamo facendo i primi passi in un campo nuovo. Trovare strade e soluzioni condivise è l’obiettivo che bisogna affrontare “insieme”. In questo senso il crisis camp europeo a Parigi è stato interessante e importante. E anche il progetto Open Foreste è un progetto sperimentale che ha avuto un ruolo importante nel “mostrare” che i dati possono essere condivisi e registrati in un modo diverso rispetto a quanto viene fatto. La mia intenzione era proprio questa: far conoscere uno strumento nuovo che potesse raccogliere conoscenze e informazioni da più attori. Un piccolissimo seme da alimentare e fare crescere con il contributo e l’apertura di tutti a nuove forme di collaborazione nel campo della gestione dei rischi.

    Risposta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *