La società civile afgana: la ricostruzione parte da qui

Il 23 febbraio 2011 Voci Globali ha partecipato alla presentazione del rapporto “La Società Civile Afgana.

Potenzialità e Limiti” presso il Ministero degli Affari Esteri. Il rapporto si riferisce ad un’indagine promossa dal network Afgana e inserita nel programma “Società civile afgana” realizzato con il contributo della D.G. Cooperazione allo Sviluppo del Ministero Affari Esteri. Il progetto parte dalla constatazione che dal 2001 in poi la comunità internazionale ha formalmente riconosciuto alla società civile un ruolo centrale nel processo di ricostruzione dell’Afganistan, ma ha offerto sostegno solo alle organizzazioni formalmente istituite che forniscono servizi di emergenza e assistenza (come le ONG), piuttosto che ad associazioni culturali, gruppi religiosi, organizzazioni di donne, media indipendenti, attivisti, ossia tutte quelle entità spontaneamente costituite, che sono espressione diretta del carattere e dei bisogni del popolo afgano – la cui corretta interpretazione è fondamentale per delineare i processi di stabilizzazione e governance più adatti alla cultura del Paese.

L’indagine, quindi, si è posta il fine di provare a raccontare la società civile afgana attraverso le dirette testimonianze di chi la anima, ed è basata sull’analisi della letteratura esistente e sui tre mesi di ricerca sul campo condotta da Giuliano Battiston, giornalista e ricercatore freelance. Le interviste sono state effettuate nei centri urbani e rurali di otto province (Bamiyan, Balkh, Faryab, Ghor, Herat, Kabul, Kandahar, Nangarhar), scelte come rappresentative delle trentaquattro di cui si costituisce il Paese. Battiston, riportando i risultati dell’indagine, ha raccontato di una società civile innanzitutto caratterizzata da una forte multietnicità, molto diffusa sul territorio e consapevole delle sue possibilità di azione; per questo, infatti, chiede al governo afgano di essere riconosciuta come soggetto attivo della ricostruzione, anche tramite l’auspicata decentralizzazione dei processi politici. La politica in Afganistan, infatti, tradizionalmente si esplica tramite i consigli locali, istituzioni informali che prendono decisioni sulle singole comunità – essendo quella locale una realtà vasta e articolata (397 distretti con circa 40.000 villaggi ufficialmente registrati) che un governo di stampo occidentale potrebbe non rappresentare adeguatamente. Per quanto strutture non elette, composte di soli uomini e legittimate unicamente dalla tradizione, questi organi politici tradizionali non devono essere sottovalutati dalla comunità internazionale perché hanno arginato la frammentazione della società durante il duro decennio di guerra.

Afghanistan Holds Presidential and Provincial Council Elections, di UN Photo su licenza CC

Oltre a ciò, è emersa la necessità di dialogare con i leader religiosi, in particolare i mullah delle località più rurali, soggetti rilevanti in quanto punti di riferimento delle comunità. Proprio per questo ruolo da loro ricoperto, i mullah sono stati anche coinvolti nei progetti di un gruppo come Afghan Women Network volti a far prendere consapevolezza agli uomini dei diritti delle donne, essendo la partecipazione delle donne alla vita civile l’obiettivo primario del network. Tra le organizzazioni femminili, realtà importantissime in un Paese in cui l’estremismo religioso considera la donna un essere inferiore, segnaliamo anche il progetto che permette alle donne afgane di partecipare a lezioni di scrittura, scrivere le loro storie con l’aiuto di insegnanti e scrittrici, e pubblicarle sul magazine online, imparando così anche ad utilizzare le nuove tecnologie. Tutto ciò in segreto dalle loro famiglie che non approverebbero tali iniziative.

Dunque è a questo tipo di realtà, oltre alle ONG, che dovrebbero giungere gli aiuti, per sostenerne la crescita e lo sviluppo. Ma quello dei finanziamenti è un discorso a parte, molto serio e molto poco discusso: recentemente si è stimato che circa il 80% dei fondi stanziati a livello internazionale non raggiunge la popolazione (a questo proposito si veda il rapporto Arlacchi). Peraltro in questo campo entrano in gioco interessi internazionali che fanno sì che gli aiuti siano destinati alle zone di interesse di certi Paesi. Battiston ci dice, per esempio, che gli aiuti statunitensi vanno alle quattro province ritenute più insicure, che non sono, però, le più bisognose. E che, inoltre, è ormai necessario separare gli interventi militari per la sicurezza dagli aiuti civili, perchè se da una parte bisogna costruire scuole, ospedali e strade, d’altra parte bisogna sostenere la cultura, il vero collante sociale, e quindi la società civile affinchè possa autodeterminarsi e scegliere come governarsi in base alla propria cultura e tradizione.

Abbiamo chiesto a Battiston quanto sia diffuso tra la società civile l’utilizzo dei new media e dei social network che, ad esempio, nelle rivoluzioni arabe si sono rivelati strumenti importanti per l’organizzazione di reti e per la mobilitazione sociale. Battiston risponde che innanzitutto l’accesso alla Rete è limitato, in quanto le infrastrutture elettriche non sono sempre presenti, soprattutto nelle zone rurali. Gli intervistati sanno che l’utilizzo dei new media e dei social network è importante, anche per monitorare l’operato del governo ma, appunto, non hanno modo di utilizzarli nelle loro case, salvo rari casi. Battiston aggiunge che in Afganistan si possono identificare tre categorie di media: pro-governativi, commerciali e indipendenti. Questi ultimi sono costituiti soprattutto dalle radio, di cui molte gestite da donne. In alcuni casi erano stati approvati dei finanziamenti per sostenere la nascita dei new media ma sono poi venuti a mancare perché non si è riusciti a organizzare la formazione per l’utilizzo.

Blogging workshop in Helmand, di Afghan Lord su licenza CC

Studi e statistiche affermano che tanto più coinvolta è la società civile nella costruzione della stabilità, tanto più duratura sarà la pace. È importante che la comunità internazionale tenga presente ciò, perché attualmente l’idea di pace degli afgani, in particolare dei giovani che all’inizio della guerra erano bambini, si rifà solo a modelli esteri. E inoltre, secondo un’indagine dell’Afghanistan Research and Evaluation Unit, gli afgani attribuiscono al concetto di democrazia – per noi sinonimo di pace – un’accezione negativa poichè lo associano non tanto a elezioni libere e al sistema parlamentare, quanto a mancanza di regole, immoralità e laicismo. Motivo per cui l’attuazione di un modello occidentale di democrazia può essere vissuto come un’imposizione se non un’invasione, e bisognerebbe invece coadiuvare la popolazione a trovare il giusto compromesso tra le rappresentanze locali e il governo nazionale.

In maggio 2011 si svolgerà a Roma una conferenza internazionale sulla società civile afgana (anticipata a marzo da una pre-conferenza a Kabul) promossa da Afgana e organizzata da Intersos, cui parteciperanno numerosi esponenti della suddetta società civile per promuovere e stimolare la creazione di reti e collaborazioni con le organizzazioni europee che parteciperanno. Un’importante occasione di studio, conoscenza, incontro e dialogo che ci auguriamo possa contribuire al rafforzamento della società civile in un Paese tutt’oggi tra più instabili e poveri del mondo.

Gaia Resta

Traduttrice, coinvolta nell'organizzazione di eventi culturali, appassionata di letteratura anglo-americana, semiotica e attualità.

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